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Un chitarrista ancora… Fedele

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Conosco Fabrizio Fedele da molti anni ed ho sempre apprezzato la sua totale dedizione alla musica ed alla chitarra. Dietro l’aria sbarazzina fatta di sorrisi a trentadue denti, orecchini e tatuaggi si cela un musicista infaticabile, serio e professionale, che giorno per giorno costruisce il suo bagaglio umano ed artistico con impegno e sacrificio. Fabrizio è sempre organizzato, è sempre puntuale, è estremamente disciplinato nella produzione, nell’insegnamento, nell’attività live. Per lui la musica è una cosa molto seria. Una lezione di vita – o meglio di stile di vita – a vantaggio di tutti coloro che nel mare incerto del “vivere facendo musica” rischiano continuamente di smarrire le coordinate del proprio cammino.

Ho incontrato Fabrizio a ristorante, davanti ad una pizza. E mentre rideva e giocava con il cameriere dicendo che la pizza faceva davvero schifo, gli ho fatto qualche domanda…

Bruno Mazzei: Ciao Fabrizio, innanzitutto come va?
Fabrizio Fedele: Ringraziando Dio, bene.

B.M.: Quando hai cominciato a suonare la chitarra?

F.F.: Verso gli undici anni mio padre mi regalò una chitarra classica… sai una di quelle chitarre a buon mercato: fu amore a prima vista, capii subito che suonare era ciò che avrei voluto fare nella vita.

B.M.: Quando sono iniziati i tuoi studi?

F.F.: Intorno ai quindici anni ho cominciato a studiare più seriamente con un maestro di chitarra classica,   la mia idea era quella di affrontare gli esami di conservatorio da privatista. Ma sai… la mia è stata una famiglia molto tradizionalista, ricordo ancora oggi una lite clamorosa con i miei genitori, avevo circa sedici anni e dissi loro che avrei voluto fare esclusivamente il musicista. Loro avrebbero desiderato “il posto sicuro” ma per me -a sedici anni- era tutto già abbastanza chiaro…

B.M.: Come hai proseguito?

F.F.: Contemporaneamente al diploma delle scuole superiori ho dato il primo esame di chitarra classica al Conservatorio e così ho continuato sino al nono anno.

B.M.: E la chitarra elettrica? L’hai affiancata subito a quella classica?

F.F.: Assolutamente no, all’epoca avrei voluto fare il concertista classico. Da ragazzo sono stato profondamente innamorato di Manuel Barrueco, John Williams, Narciso Yepes. In particolare Yepes è stato il mio eroe, ha suonato Bach in modo sublime. A diciannove anni ho fatto anche un paio di concorsi, uno dei quali lo vinsi (Camenae d’Oro – 1992 Sorrento n.d.r.).

B.M.: Perché hai abbandonato la chitarra classica?

F.F.: Ad un certo punto mi sono reso conto che la mia mano destra non era quello che avrebbe dovuto essere, specie quando ho sentito concertisti come Danilo Desideri (ride- n.d.r.) e poi un giorno ascoltai un disco di Van Halen e… la perdizione era alle porte…

B.M.: Oltre l’ascolto di Van Halen esiste un evento che ha determinato una svolta radicale dal purismo classico al mondo elettrico?

F.F.: Forse il ricordo più intenso è un concerto di Pat Metheny del 1989 al Palaparthenope di Napoli durante il tour “Still Life Talking”. L’impatto di Metheny è stato fortissimo, credo di essermi commosso durante quel concerto. La musica di Metheny ha determinato sicuramente una svolta nel mondo della chitarra elettrica moderna.

B.M.: Cosa ti ha colpito di Pat Metheny?

F.F.: Sicuramente la concezione generale della musica e la liricità dell’improvvisazione. All’epoca non ero preparato dal punto di vista armonico e melodico per capire alcune cose della sua musica e del suo stile. E’ ancora vivo il ricordo di aver percepito qualcosa di molto, molto difficile dal punto di vista tecnico, qualcosa espresso con una semplicità ed una melodia inusuali per quello che ero abituato ad ascoltare. In quel periodo già mi confrontavo con il repertorio di Malmsteen e Van Halen, ma Pat Metheny era qualcosa di diverso, fu un vero colpo.

B.M.: E Van Halen lo hai abbandonato?

F.F.: Assolutamente no. Conosco bene tutta la produzione dei Van Halen, i loro primi 4/5 dischi restano ancora oggi estremamente belli, moderni ed innovativi. Credo che Edward Van Halen sia stato, per un certo tipo di chitarrismo, un innovatore al pari di Hendrix. Così come lo è stato Metheny in ambito jazz.

B.M.: Insomma Van Halen e Metheny?

F.F.: Indubbiamente sono stati i primi grandi amori. Musicisti di questo calibro hanno esplorato, in contesti diversi, le notevoli capacità espressive della chitarra. Sono stati dei veri e propri caposcuola. Grazie ad entrambi mi sono accostato allo studio della chitarra elettrica ed anche alla sua esplorazione timbrica, affiancando alla chitarra classica amplificatori in saturazione e guitar synth…

B.M.: Altre influenze?

F.F.: Tantissime… Mike Stern e John Scofield, quest’ultimo soprattutto nelle produzioni jazz-funk. Adoro tutto Larry Carlton e Steve Lukather specie del periodo Toto.

B.M.: Attualmente cosa ascolti?

F.F.: Attualmente sto ascoltando moltissimo Mark Lanegan, anche nelle sue collaborazioni con i Queens of Stone Age. Ascolto Tom Waits, ho riascoltato e riapprezzato i dischi di Nick Drake, soprattutto “Pink Moon”.

B.M.: Fabrizio, non ti chiedo una classifica, ma quali sono i tuoi dieci chitarristi preferiti? Anzi dimmene cinque dai quali non puoi prescindere.

F.F.: I grandi chitarristi sono quelli che ti fanno innamorare e ti fanno avvicinare alla musica ed allo strumento. Oltre a quelli che ti ho già citato, metterei fra i primi Jimi Hendrix e tutta una serie di suoi adepti fra i quali Stevie Ray Vaughan e John Mayer. Ma ce ne sono tantissimi… è una cosa che va anche a periodi o a fasi umorali… ad esempio come fai a non citare Benson, Montgomery, Reinardt, Lagrene, Andy Timmons… ma non la finiamo più, diventa troppo difficile.

B.M.: E chitarristi che non appartengono ai grandi nomi internazionali?

F.F.: In Italia, ad esempio, mi piace moltissimo Rocco Zifarelli, ha un gran suono ed un grandissimo gusto. Nel panorama locale sono convinto che a breve sentiremo parlare di un chitarrista che si chiama Francesco Rogazzo, si è formato negli Stati Uniti e credo che presto emergerà nel panorama della chitarra jazz.

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B.M.: Studi sempre lo strumento?

F.F.: Non quanto vorrei, dovrei e mi piacerebbe fare. Quando posso studio.

B.M.: Quanto riesci a suonare?

F.F.: Tutti i giorni. Fra didattica, concerti e sessioni suono molto, anche se lo studio personale è altra cosa. E’ dedicarsi a cose alle quali non sei ancora arrivato. Lo studio dovrebbe portare via molte ore al giorno.

B.M.: Quale è la dote che difetta ai chitarristi rispetto ad altri strumentisti? Penso ai pianisti, ai fiatasti o ai percussionisti… Possiamo partire dal presupposto che la chitarra è uno strumento strutturalmente più limitato?

F.F.: Non sono d’accordo sul fatto che la chitarra sia uno strumento più limitato rispetto ad altri. La chitarra ha un potenziale espressivo elevatissimo, forse più del pianoforte. Non mi riferisco al numero di note che puoi suonare insieme ma penso alla possibilità di “prendere” una nota in diversi punti del manico e con un tocco sempre diverso. Uno stesso “do” lo puoi prendere in cinque punti diversi della tastiera e questa estensione orizzontale e verticale dello strumento rende difficile lo studio dello strumento e dell’improvvisazione. Devi conoscere bene corda per corda e tutte le relazioni fra corde.

Ma tornando alla tua domanda, spesso nei chitarristi difetta la volontà di esprimersi in modo personale, di staccarsi da certi clichè di emulazione. La chitarra è difficile perché richiede una forte personalità.

B.M.: Come vedi il panorama musicale italiano attuale?

F.F.: Personalmente mi piace avere a che fare con persone che hanno entusiasmo e tentano di dire qualcosa. E questo lo trovo spessissimo nel panorama musicale underground. Ho appena curato la produzione artistica del primo disco di una band che si chiama “Foja”. Una band napoletana, ragazzi sotto i trent’anni, che cantano in napoletano un rock acustico molto filo-waitsiano. Sono giovani e pieni di entusiasmo. L’album è stato proposto per il premio Tenco e mi sta dando grandi soddisfazioni.

B.M.: Cosa hai curato in quest’album?

F.F.: Arrangiamenti, riprese, missaggio e mastering. Inoltre i ragazzi mi hanno ospitato per diverse parti di chitarra.

B.M.: Altri lavori?

F.F.: Sto collaborando con “The Collettivo”. Quest’anno uscirà il loro nuovo album, stiamo ancora preparando i brani. Inoltre sarò in tour con loro alla chitarra. Questa band è una bellissima realtà che fa capo a “Materia Principale”, casa discografica che ha prodotto band come The Gentlemen’s Agreement, oltre che gli stessi Foja.

The Collettivo sta avendo un buon successo con una notevole programmazione su MTV.

Sono tutte realtà fortissime, positive, che nonostante le difficoltà di mercato si muovono per creare qualcosa.

levinB.M.: Napoli è ancora viva musicalmente?

F.F.: Credo sia molto viva, anche se oggi devi andare a cercare anche in altre direzioni e non necessariamente in quella dei talenti esecutivi. Ma Napoli ha anche quelli, ha tanti musicisti bravissimi. Per la chitarra mi viene in mente Ciro Manna, un musicista fortissimo che davvero si dà da fare, nonché davvero un’ottima persona.

B.M.: Quanti dischi hai all’attivo?

F.F.: Ho pubblicato quattro dischi, l’ultimo dei quali si chiama “The Brotherhood of Wine” (La Confraternita del Vino, Cellar Studio/AfraKa Settembre 2009 – n.d.r.), una citazione dal ben più famoso libro di John Fante “La Confraternita dell’Uva”. Il disco è un omaggio a Fante, un autore che amo moltissimo alla stregua di Bukowski e Miller. Ho concepito il disco come un concept che ripercorre le sensazioni del  romanzo.

B.M.: Chi ha suonato con te in questo album?

F.F.: Per me questo è stato un disco d’amore dove ho voluto chiamare tutti i miei amici a raccolta. Sono partito dal mio trio “storico” con Sergio Scaletti alla batteria e Pino Rega al basso. In un brano ha suonato la batteria Marco Caligiuri (The Collettivo – n.d.r.). Inoltre Pino Ciccarelli ha suonato tutti i sassofoni ed i clarini, Fabio Centurione al violoncello (Reale Teatro di San Carlo di Napoli – n.d.r.) che forse ha suonato una delle parti più belle del disco, Adriaen Evangelista che è polistrumentista ma qui ha suonato ogni tipo di percussione, Sasà Priore al piano (Osanna – n.d.r.) e Nello D’Anna (Osanna – n.d.r.) ancora al basso. Nello è anche entrato stabilmente nel mio attuale trio.

B.M.: Come hai concepito le riprese del disco?

F.F.: Ho curato la pre-produzione nel mio studio ed in particolare –ovviamente- quella delle chitarre. Via via ho chiamato gli altri musicisti. Ho curato personalmente il missaggio ed affidato il mastering alla Sterlin Sound di New York che aveva curato il primo disco dei “The Collettivo”, mi era piaciuto il loro lavoro.

B.M.: Quale è il disco al quale resti più legato?

F.F.: Resto legato molto al mio terzo album “Glue”, è quello che mi piace di più.

B.M.: Come nascono i tuoi brani?

F.F.: Sicuramente suonando (ride – n.d.r.). Spesso le idee migliori mi vengono quando viaggio… Forse è la dimensione del viaggio: Moleskine alla mano e matita. Io prendo appunti su tutto, quando qualcosa è interessante scrivo e poi ci lavoro su.

B.M.: Svolgi sessioni in studio?

F.F.: Sì, è un lavoro che mi piace molto se stimo l’artista con cui devo suonare. Il resto è lavoro.

B.M.: E sessioni live?

F.F.: Sono stato in tournée con Aleandro Baldi per quattro anni,  per circa due anni con la Schola Cantorum. Qualche lavoro con Gianni Bella e dal 2006 sono stabilmente nell’organico degli Osanna.

B.M.: Come nasce il rapporto con gli Osanna?

F.F.: Lino Vairetti ha prodotto tutti i miei dischi ed è stato lui a propormi di suonare con loro. Nel 2006 mi chiamò per una serata in occasione delle “Notti Bianche” (evento annuale in cui Napoli resta viva di notte con programmazione di spettacoli ed eventi – n.d.r.). Di lì in poi sono rimasto in organico.

B.M.: Cosa pensi degli Osanna di ieri e di oggi?

F.F.: Ho dovuto ascoltare ed imparare tutta la loro produzione dal 1971 in poi… Quest’anno è il quarantennale della loro attività.

Ritornando alla domanda… credo che gli Osanna negli anni ’70 sono stati degli innovatori assoluti. Se ascolti dischi come Palepoli o L’Uomo o la stessa colonna sonora di Milano Calibro ‘9, ti rendi conto quanto sono stati avanti; in Italia nessuno suonava quelle cose. Gruppi come la PFM o le Orme erano molto diversi, gli Osanna sono stati intrisi di cultura napoletana e sonorità inglesi ed americane di quegli anni. Penso proprio all’uso dei distorsori e delle chitarre elettriche.

Gli Osanna di oggi sono rinati, credo, allorché Lino (Vairetti –n.d.r.) ha riunito intorno a sé musicisti che hanno creduto nel progetto. Mi riferisco anche al sottoscritto ma soprattutto a Sasà Priore alle tastiere, Nello D’Anna al basso, Gennaro Barba alla batteria, Irvin Luca Vairetti alla programmazione ed ai cori. Questo entourage di amici ha ricreato questa band; e parlo di amici in quanto le band nascono innanzitutto al di fuori del palco. Se c’è questo, sul palco accade qualcosa.

B.M.: Come procede l’attività concertistica degli Osanna?

F.F.: E’ incredibile il seguito degli Osanna all’estero, dal Messico al Giappone. In Giappone abbiamo suonato a Pechino, Tokyo, Kawasaki ed era tutto esaurito in prevendita già due mesi prima degli spettacoli. Idem a Seul in Korea.

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B.M.: Una sorta di esterofilia o il nome degli Osanna è rimasto in questo pubblico?

F.F.: Gli Osanna sono proprio famosi in Oriente, sin dagli anni settanta. Il ritornarci con questa nuova formazione e con David Jackson  (Vandergraff Generator, in tour con gli Osanna da oltre due anni sin dalla pubblicazione di Proud Family – n.d.r.) ha avuto grande riscontro.

B.M.: Suonare studio e live sono cose diverse?

F.F.: Decisamente. In studio curi maggiormente il lato compositivo o, se si tratta di turni, ti adatti il più possibile a ciò che ti viene richiesto. Dal vivo c’è l’adrenalina, la carica, il pubblico; l’impatto sonoro è molto diverso e ti dà un altro tipo di sensazione.

 

B.M.: Progetti?

F.F.: A breve uscirà un DVD live degli Osanna. E’ stato ripreso al Teatro Chiabrera di Savona ed avrà in allegato un long playing in vinile del concerto giapponese di Kawasaki. Poi –forse- torno a fare spettacoli con il trio, abbiamo ripreso e riarrangiato vecchie produzioni che vorremmo incidere.

B.M.: Riesci a vendere dischi?

F.F.: Sì, durante i live. L’industria della distribuzione oggi segue logiche diverse, spesso incide più in termini di credibilità e prestigio di un artista che in termini di vendite.

B.M.: Svolgi attività didattica?

F.F.: Sì e abbastanza intensa. Insegno in un paio di Accademie di Napoli ma ho anche allievi privati.

B.M.: Ti piace insegnare?

F.F.: Molto.

B.M.: Perché?

F.F.: Perché, salva un’eccezione, penso di avere avuto cattivi maestri. E non dico cattivi musicisti ma  cattivi maestri; gente che non mi ha fatto innamorare ma anzi mi ha probabilmente legato e rallentato. Ho dovuto contare solo sulla mia determinazione e sul mio entusiasmo.

Con i miei allievi cerco di essere quello che avrei sempre desiderato trovare in un maestro. Di regola con loro nasce una grande intesa ed un grande affetto.

B.M.: Quali sono i messaggi fondamentali che cerchi di trasmettere loro?

F.F.: Innanzitutto di innamorarsi. Se un chitarrista ama -che so- David Gilmour, che studi Gilmour! Senza un sogno non ci si incammina, bisogna seguire ciò che piace. Il mio compito è di rispettare questo e parallelamente offrire le mie conoscenze, il ventaglio delle mie possibilità di linguaggio. Un buon maestro insegna a scegliere le cose che davvero si amano.

Nella realtà spesso accade che un allievo va da un maestro di chitarra classica o jazz per imparare questo e quell’altro, quando casomai non gli piace né la musica classica né il jazz…

L’insegnamento fondamentale, quindi, è quello di essere onesti con se stessi. E questa è la cosa più difficile, è un percorso lungo. Significa lavorare nella direzione giusta, nella propria direzione, quella che senti veramente.

Poi mi sforzo di insegnare a vivere senza gelosie, di godere del successo di altri. Perché se  qualcuno va avanti, traina dietro tutto il resto. Purtroppo ciò accade molto raramente nel nostro Paese, dove ci si impantana nelle guerre fra poveri che non portano da nessuna parte.

B.M.: Possiedi molte chitarre? Che rapporto hai con i tuoi strumenti?

F.F.: Vivo un rapporto intenso con la chitarra… un rapporto monogamo (ride – n.d.r.), nel senso che da molti anni è ritornato nella mia vita Leo Fender e non riesco a prescindere dall’utilizzo dei suoi  strumenti: Telecaster ma soprattutto Stratocaster. Ci sono tante chitarre che suonano meravigliosamente, ma le Fender si adattano completamente al mio playing. Per me è una questione prevalentemente timbrica, non prediligo gli humbuking, hanno un suono troppo aggressivo e poco dinamico.

B.M.: Possiedi molti strumenti?

F.F.: Posseggo quattro Stratocaster ed un paio di Martin acustiche. Le Strato sono: una Relic ’56, una Vintage ’57, una messicana comprata usata a New York per 85 dollari ed una Classic sempre messicana. Le corde sono 0.10 -0.46 ed i plettri Dunlop da 1mm.

Le Martin sono una “Little” ed una “OM”.

Tutti i pick up delle Strato sono stati riavvolti da Davide Sorrentino della DS Liuteria, un liutaio fortissimo di scuola fenderiana. Da circa un anno e mezzo collaboriamo e Davide ha prodotto per me una super-Stratocaster costruita in maniera maniacale. Oggi uso quasi esclusivamente la sua DS Custom (FF Signature Model no.1 – n.d.r.), realizzata con body in unico pezzo di ontano, manico in acero ochiellato, pick up alnico V avvolti secondo le specifiche Fender anni ’50. L’unica variante chiesta è stata quella di una tastiera leggermente più piatta rispetto alle vecchie Fender. Uso prevalentemente maple neck, li preferisco per la loro percussività.

A proposito, posseggo anche un Fender Jazz Bass che suono qui e lì nei miei dischi.

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B.M.: Quindi affidi a Davide Sorrentino il guitar maintenance? Come regoli le chitarre?

F.F.: Assolutamente si, mi segue Davide. Utilizzo tasti Dunlop Jumbo molto arrotondati ed action medie.

B.M.: Come amplifichi le chitarre?

F.F.: In tour, quando posso, chiedo esclusivamente amplificatori valvolari. I miei sono una coppia di Fender Twin Reverb. Mi piace molto anche il Laney VC30 per “situazioni” più piccole.

Attualmente sto provando alcuni Randall.

B.M.: Per i cavi?

F.F.: Onestamente per diversi anni ho erratamente ritenuto che erano tutti simili.. poi iniziando a lavorare come professionista mi sono reso conto che un buon cavo contribuisce molto a rispettare il suono originale dello strumento. Durante il tour con gli Osanna ho iniziato con i George Ls ma poi sono approdato ai Reference ed oggi sono estremamente sodisfatto dei risultati che sono riuscito ad ottenere.

B.M.: Che modelli utilizzi della Reference?

F.F.: Utilizzo cavi di diversa tipologia per ogni tipo di setup. Uso il Red sulle mie Fender… mi piace molto il rispetto che ha soprattutto per le medie e basse frequenze. Anche se è lievemente rigido per utilizzi sul palco a causa del corpo con filamento unico, è veramente impressionante per le sue performances. Per le acustiche uso il Ric01A che è ancora più ricco sulle alte frequenze. Per i pedali alterno i RIC S01 al cavo per chitarra acustica: Trovo più gestibili i primi ma a volte ho necessità di avere più trasparenza sulle alte freqenze ed utilizzo quello per chitarra acustica in spezzoni da 10 cm.

B.M.: E per l’effettistica?

F.F.: Uso due set-up di pedali praticamente identici. Mi servono entrambi in quanto spesso uno dei due è in viaggio mentre io devo suonare altrove (ride – n.d.r.).

Utilizzo stomp molto convenzionali. Un Cry Baby della Jim Dunlop ed un Blues Driver, un DS1 ed un TR-2 della Boss. Per i ritardi utilizzo uno Small Clone ed un Holy Grail della Electro Harmonix. Il delay è sempre un Boss, un DD6.

B.M.: Come vedi l’impiego delle tecnologie digitali sulla chitarra?

F.F.: Guarda, io sono un analogico-dipendente ma le tecnologie mi piacciono, specie le applicazioni per Mac. Mi piacciono molto le applicazioni per iPhone e iPad.

Le tecnologie digitali sono molto utili, le piattaforme COSM e più in generale le simulazioni di amplificatori sono andate davvero molto avanti. Attualmente non uso il digitale anche se ne ho sperimentato quasi tutte le varianti. Nel mio primo disco, comunque, ho utilizzato anche il POD della Line6.

B.M.: Oggi come riprendi la chitarra in studio?

F.F.: Sennheiser 441 per l’ambiente e SM57 per gli altoparlanti.

B.M.: Non trovi un po’ “duro” lo Shure SM57 per le riprese in studio?

F.F.: Non per i volumi ai quali registro (riden.d.r.)

B.M.: Hai ancora la stessa passione per la musica e la chitarra?

F.F.: Ancora di più se è possibile. Vorrei fare, fare, fare …ma il tempo è sempre poco.

B.M.: Quindi ti emoziona sempre suonare?

F.F.: Sempre. Da solo a casa mia o su un palco, mi emoziono sempre.

B.M.: Qual è il sogno che vorresti realizzare?

F.F.: Vorrei continuare a vivere di musica per tutta la mia vita.

B.M.: Hai qualcosa da dire a chi ci legge?

F.F.: Vorrei rivolgermi ad una fascia più piccolina, quella dei neofiti che si stanno avvicinando alla musica. E parlerei loro con molta invidia, perché mi piacerebbe poter tornare all’inizio e poter rivivere “quella” esperienza di vita. L’esperienza della passione pura, senza consapevolezze e con poche esigenze, un momento che poi –probabilmente- non torna più.

Quel percorso è tra le cose più belle. Quando realizzi ciò che veramente desideri dalla vita, sei una persona molto fortunata. Perché probabilmente riuscirai a farla.

http://www.myspace.com/fabriziofedele

About Bruno Mazzei

Nato a Napoli nel 1964 ed inizia ad appassionarsi alla chitarra prestissimo grazie al classico regalo natalizio dei genitori ed alla passione per la musica dei Beatles, dei Platters e di Edoardo Bennato. Quell’oggetto rimase per qualche tempo un arredo privo di vita fino a quando qualche amico non gli spiegò che una chitarra andava accordata e che, premendo semplicemente la quarta e la quinta corda al secondo tasto, veniva fuori un accordo chiamato Mi minore… Il repertorio di Bennato, apparentemente semplice ma capace di aperture armoniche imprevedibili, lo inizia allo studio –da autodidatta- degli accordi e della chitarra ritmica e lo conduce all’acquisto della fantastica Ranger XII della Eko, purtroppo poi venduta. Negli anni settanta ed ottanta prosegue lo studio della chitarra rock affascinato dall’ascolto di Hendrix, Blackmore e Page, con risultati abbastanza frustranti e con tonnellate di cassette e 33 giri consumati. L’uscita di Van Halen e, soprattutto, lo studio del repertorio dei Rush lo inducono alle prime lezioni “serie” ed all’immediata comprensione di quanto detto da Andres Segovia: “La chitarra è uno strumento facile da suonare male”. In quegli anni aumenta l’interesse parallelo per la liuteria, il customizing e lo studio di tutte le tecnologie legate alla chitarra elettrica. Per circa due anni lavora presso uno storico liutaio napoletano dove apprende i rudimenti tecnici legati alla chitarra acustica ed alle riparazioni in genere. La passione per Pat Metheny, Larry Carlton, la musica brasiliana e l’acid jazz lo avvicinano allo studio dell’armonia jazz anche se in modo discontinuo a causa degli impegni di lavoro e familiari. In questa fase si avvale, anche se per periodi piuttosto brevi, delle lezioni e degli insegnamenti di alcuni fantastici musicisti partenopei. Attualmente suona stabilmente in una band di cover funk ed acid jazz e dedica il tempo libero allo studio dello strumento.

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