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Vincenzo Danise

Vincenzo Danise – Saravà

Saravà è un disco Crossover prevalentemente strumentale composto e arrangiato da Danise e edito da Full Heads.”

Saravà significa “forza che muove la natura”. Forza che ha ispirato Danise durante il suo viaggio in Amazzonia e che ha trasformato la composizione del nuovo disco in un viaggio spirituale. Saravà, in portoghese significa “Salve” e in latino “Ave”, mentre nelle culture afro-brasiliane ha un significato ancora più profondo ed è utilizzato come mantra: Sa indica la Forza e Dio; Ra, Regnare e Movimento; è Natura ed Energia.

Il disco si apre con “Donna Cuncè” brano strumentale per pianoforte, contrabbasso, percussioni, batteria e whistle. Il brano si articola con sperimentazioni pianistiche e atmosfere eteree, che riescono a incarnare perfettamente quello che è il senso del brano. In particolare l’ intreccio perfetto delle percussioni con il pianoforte riesce a creare una sorta di atmosfera mistica che ci catapulta immediatamente tra i vicoli di Napoli.

Donna Cuncè, è una signora anziana che vive in un vicolo di Napoli e che passa la sua vita affacciata al balcone nella speranza di vendere qualcosa ai passanti, in sostanza una delle tante figure quasi mitologiche che popolano Napoli nei suoi mille colori.
La title track “Saravà” è una delle due tracce del disco in cui è presente una traccia vocale, in questo caso interpretata magistralmente da Mbarka Ben Taleb. Il testo, in francese e arabo è perfettamente accompagnato da musica d’atmosfera in cui il pianoforte è in primo piano. Il contrabbasso, le percussioni e la batteria seguono gli arrangiamenti melodici del piano e della voce in maniera perfetta e mai scontata. La voce calda e sensuale di Mbarka Ben Taleb evoca luoghi medio orientali. Il brano è sicuramente influenzato dalla storia di Napoli e dalle sue contaminazioni arabe e francesi, una multiculturalità che il popolo napoletano e la città non hanno mai abbandonato e che viene esaltato proprio dalla cultura musicale della città e dei musicisti come Danise.

Mbarka Ben Taleb

Shunya tango mediterraneo” è un brano strumentale in cui la chitarra classica e il pianoforte scambiano a vicenda interessanti parti melodiche, che affondano radici nella storia musicale napoletana, senza però mai abbandonare il Jazz. La chitarra classica di Angelo Carpentieri riesce a tessere, insieme al pianoforte di Danise melodie estasianti senza mai annoiare o appesantire eccessivamente il brano.
A metà brano le linee melodiche del piano si impongono sugli altri strumenti, quasi come una composizione classica, rendendo il tutto un interessante mix tra il Jazz e la canzone classica napoletana.

Il brano successivo “La mia villanella” inizia con un incipit di corde e corpo di pianoforte e con il contrabbasso  splendidamente suonato da Massimo Moriconi. La composizione è ispirata dalle vecchie villanelle strumentali composte da tre tempi fondamentali. Il brano  prosegue con il pianoforte che riesce a tessere delle linee melodiche estremamente varie e con dinamiche che proiettano l’ascoltatore in una atmosfera di allegria e curiosità, se non fosse per la durata di 7:20 minuti, decisamente eccessiva a mio parere per un brano del genere. Un brano si allegro ma stancante nonostante le molte variazioni sul tema principale, eccessivo probabilmente anche nel senso generale di allegria. Senza dubbio il brano meno riuscito del disco.

La quinta traccia “Blues Gitano“, è brano dalle sonorità manouche che si poggia su una strutta armonica tipica del blues arcaico. La linea melodica di pianoforte risulta eccellente, il brano ci proietta immediatamente in quella che potrebbe essere una carovana di gitani di fine ‘800, il contrabbasso e le percussioni fanno da giusto accompagnamento rendendo il tessuto melodico molto dinamico e vario.

La sesta traccia “Madiba” vede la partecipazioni alla voce e alle percussioni di Paolo “Batà” Bianconcini. Il brano strutturalmente molto simile ai precedenti si differenzia per parti di percussioni più accentuate e una linea vocale molto particolare, che evoca in maniera incessante atmosfere e ritmi sudamericani, che si fondono con il Jazz seguendo il concept generale dell’ album.

Paolo “Batà” Bianconcini

Il settimo brano “Acqua ‘nfosa” è un brano malinconico e cupo, dove il pianoforte e il contrabbasso si alternano nuovamente nel creare linee melodiche raffinate ed eleganti. Il brano sembra, come si può intuire dal titolo, evocare atmosfere marine. Sin dal principio si è catapultati su una spiaggia d’inverno, triste e smorta ma allo stesso tempo intima e rassicurante. Ritengo che questo sia il brano più intimo e probabilmente meglio riuscito di tutto il disco e che forse comunica più di tutti l’essenza artistica dell’autore.
La Rummer Drum di Marco Tirino da l’incipit ad “Aralyna” ottavo brano del disco, questo brano, diverso dagli altri presenti nel disco riesce a conferire aria e leggerezza all’ascoltatore che viene quasi colto alla sprovvista dall’atmosfera di leggera psichedelia e spensieratezza. Il pianoforte non è sempre lo strumento più importante della composizione, ma fa per lunga parte del brano da comprimario alla rummer drum rendendo il tutto molto ascoltabile e piacevole, sotto un certo punto di vista anche rilassante, abbandonando le pesanti atmosfere sudamericane dei brani precedenti.

Rummer Drum

La nona traccia “Partenope tra le onde” è un brano per solo pianoforte, che evoca nuovamente atmosfere marine. Il brano vuole sicuramente essere una dedica dell’autore alla sua città ,avvolta metaforicamente tra onde positive e negative, pur restando sempre e comunque bellissima.
L’ultimo brano ” ‘E ‘ca tarantella” è un omaggio alla storia della città e in particolare alla tarantella napoletana, il connubio di pianoforte e batteria fanno precipitare l’ascoltatore in una atmosfera allegra e spensierata tra i vicoli di Napoli. Ancora il contrabbasso di Massimo Moriconi è capace di rendersi partecipe abilmente della linea melodica del brano con eleganti intrecci Jazz con il pianoforte di Danise. Probabilmente questo è il brano più divertente di tutto il disco, un giusto epilogo per un disco estremamente intimo e ricco di influenze, dalle sudamericane alle mediorientali passando per quelle della tradizione napoletana.

Senza dubbio questo disco farà parlare di se non solo in Italia ma anche all’estero, in particolare in sudamerica. Un disco raffinato e sicuramente per ascoltatori già addentro al mondo del Jazz e delle composizioni pianistiche di alto livello. Sicuramente per un ascoltatore medio questo disco risulta eccessivamente complicato, chi non mastica jazz o comunque non ha abitudine ad ascolti di musica strumentale potrebbe facilmente annoiarsi, complice anche la poca varietà di suoni, che tendono a risultare ripetitivi ad un orecchio poco esperto.

Tracklist:

 

Simone Gison

About Simone Gison

Simone Gison:Nasce a Napoli il 25 Dicembre 1991. Laureando in Informatica inizia a suonare la chitarra all'età di 12 anni ispirato dai gruppi rock anni '60 e '70 come Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin e Rush. Dopo molteplici esperienze in gruppi di vario genere decide di dedicarsi al suo progetto solista, è inoltre impegnato sia in studio che live con la band psychedelic rock Shades of Hate. Nel 2014 spinto dalla sua passione per gli strumenti made in Italy e per la scena musicale emergente fonda ItalianGuitartube.

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