Ritorno alle origini – Doepfer A-100 (III Parte)

Esplorare l’universo dei sistemi modulari è impresa ardua, data l’ampiezza e l’eterogeneità della materia, facilmente si   rischia di perdersi; l’argomento assume proporzioni mastodontiche se, oltre a considerare ciò che il mercato ha offerto per circa  un trentennio, si  valutano le potenzialità e le prospettive offerte dalla tecnologia  attuale. In questo viaggio tra mondi e galassie, in maggior parte ancora sconosciuti, ho voluto tracciare una rotta ben precisa, iniziando ad occuparmi di  prodotti che conosco o che  ho avuto la possibilità di testare personalmente, insomma  una sorta di filo di Arianna,  resosi necessario  dalle intrinseche difficoltà del percorso. Farò tesoro della collaborazione di alcuni cari amici, conosceremo  prodotti  blasonati, realizzati da marchi storici, conosceremo  creature  più piccole , ma non per questo meno interessanti, che per ironia della sorte non hanno goduto di quel pizzico di spinta pubblicitaria necessaria  a divenire una tappa fondamentale  per  “Voyagers” della musica. Sarà un viaggio lungo ed interessante, non mi resta che invitarvi ad allacciare le cinture, mettere i respiratori e fare attenzione alla spinta propulsiva di decollo…!

Il marchio:

Nella puntata precedente ho dato cenni sul mondo dei moderni sistemi modulari, questa volta ci occuperemo di  uno dei produttori più famosi: Doepfer. Come già accennatovi nel precedente articolo, questa casa è da considerare come una pietra miliare tra i neo-pionieri dell’analogico modulare. Doepfer vanta in listino circa 99 moduli ed è, di sicuro, la più ampia rosa che questo mercato offre in termini di “add-ons” per singolo marchio. Tra i moduli rinveniamo svariati tipi di oscillatori, modificatori complessi, una gamma di oltre 20 tipi diversi di filtro, effetti,  “sequencers”, fino a giungere ad  un sistema di vocoding analogico. Tra i moduli più particolari potrei citare la gamma sviluppata per l’emulazione del Mixtur Tratonium, (una bizzarra macchina sviluppata nel 1929 ed utilizzata per gli effetti sonori del film “Uccelli” di Alfred Hitchcock),  i moduli A-178 Theremin Controlled CV (per trasformare il vostro sistema in un super-theremin, la serie A-149-1 ed A-149-2, che permette la  riproduzione dei “Source of Uncertainty”, presenti sui vecchi sistemi Buchla) e, infine, i nuovissimi A-188-1 ed A-188-2 che sono dei BBD delay analogici.

Analisi del nostro sistema:

Il modulare provato (Fig. 1) è composto da nove moduli disposti in un singolo cabinet da 19”. I moduli presenti sono un A-190 Midi-CV, per il controllo del sistema via MIDI; un Banalogue VCS, multifunzionale per modulazioni complesse; due oscillatori A-110; un noise e random generator A-118; un mixer esponenziale A-138; un filtro lowpass A-120, con circuiteria a “Transistor Ladder”; un generatore di transienti A-140, classico ADSR ed infine un VCA esponenziale A-131 per dare l’amplificazione finale. Un sistema di base, come questo, costa intorno ai €900, nonostante possa sembrare striminzito, è comunque capace di notevoli combinazioni timbriche. Il modulo A-190 consiste in un convertitore da segnali MIDI a CV (Control Voltages), è necessario  per  pilotare il sistema modulare tramite qualsiasi apparecchiatura che comunichi mediante il protocollo MIDI. E’ dotato di due DAC che inviano segnali da 0V a +5V, in modo da  controllare non solo il “pitch”ma anche altri parametri controllabili tramite voltaggio. Il primo DAC è “hard-wired” per ricevere note via MIDI e convertirle in voltaggi di controllo disponibili tramite il socket CV1. Grazie ad una risoluzione di 12-bits, il DAC fornisce un ottima risoluzione per il “tuning” utilizzando 4096 steps. Il secondo DAC, invece, ha una risoluzione di 7-bits (128 steps) e tramite l’output CV2 è possibile controllare qualsiasi modulo predisposto (es.: filtro, VCA, etc.).

L’A-190 (Fig. 2) è dotato anche di un clock output controllato da un clock MIDI ed è divisibile, in modo da fornire vari tipi di clock per la sincronizzazione di vecchi sequencers e drum machines via MIDI. Inoltre è possibile utilizzare l’output Reset per controllare i moduli A-160/161 (Clock Divider e Sequencer) o per inviare dei gate agli ADSR. Dulcis in fundo, è presente un glide/portamento, pitch bend ed un LFO software. Tutti questi parametri sono configurabili tramite messaggi MIDI e sono salvati in una memoria non volatile. Gli oscillatori, A-110, vantano una frequenza massima di otto ottave e producono quattro forme d’onda simultaneamente: Sine, Triangle, Square con ciclo di lavoro variabile (pulse width) e Sawtooth. La frequenza, o intonazione, degli oscillatori è regolata tramite la posizione dello switch di ottava (Range), operando sulla manopola Tune ed utilizzando gli ingressi di voltaggio presenti sul modulo. E’ possibile effettuare FM, Sync tra gli oscillatori, regolare l’ampiezza dello Square sia manualmente che tramite voltaggi (PW e PWM). Il Noise Generator A-118 (Fig. 3) produce tre tipi di segnali: rumore bianco, rumore colorato e voltaggi casuali. I due tipi di rumore possono essere usati sia come sorgenti audio che come sorgenti di voltaggio, per il “Sample & Hold” ad esempio, il voltaggio casuale diviene un ottima sorgente di controllo, specialmente per il contenuto di basse frequenze. Inoltre è possibile miscelare la quantità di frequenze basse ed alte, per l’output Colored,  tramite le manopole Red e Blue. Il filtro Lowpass A-120 (Fig. 4) è il classico “Moog Transistor Ladder Filter”; consiste in un Lowpass 4 poli, con “slope” di 24dB/Oct ed è dotato dei classici controlli di frequenza, Resonance e di tre input di controllo. C’è da sostenere che questo filtro suona differentemente da quello presente sui classici Moog, ha una bella pasta e mi piace come inizia a reagire portando la Resonance a livelli alti, anche se in verità mi ricorda  più i Lowpass presenti sulla serie Korg MS che quello caratteristico dei Minimoog. Portando la manopola Level a livelli alti, il filtro aumenta di spessore dando una leggera saturazione ed enfasi alle basse frequenze. Il mixer esponenziale A-138 è un classico mixer quattro canali per miscelare le sorgenti audio. Il modulo A-140 (Fig. 5) è un generatore di transienti ADSR manuale, abbiamo uno switch a tre posizioni, per selezionare la lunghezza totale dell’inviluppo, e tre uscite di cui una “reverse”. Il modulo A-131, invece, fornisce l’ultimo stadio di amplificazione controllabile da voltaggi. Benché sia possibile intercettare il segnale audio anche da altri moduli, l’uso di un VCA è altamente consigliabile sia per poter effettuare, tramite ADSR, una modulazione d’ampiezza sia per il suo contributo timbrico. Infatti ho constatato una, seppur minima, gradevole differenza sonica tra il segnale catturato direttamente dall’uscita del filtro e quello catturato dall’uscita del VCA contribuendo a dare “ariosità” al suono finale.


Bananalogue Serge VCS:

Ho deciso di riservare uno spazio alla descrizione di questo modulo in quanto, viste le sue particolarità, non sarebbero bastate poche righe. Innanzitutto, questo modulo non lo troverete mai nel listino Doepfer in quanto è prodotto dalla Bananalogue.com ed è compatibile con vari sistemi tra cui, ovviamente, il suddetto marchio tedesco. Questo modulo (Fig. 6) oltre ad essere un versatile generatore di voltaggi di controllo, è anche  sorgente audio. Il progetto, curato da Ken Stone e Seth Nemec in collaborazione con Serge Tcherepnin, si rifà al circuito sviluppato durante i primi anni ’70 da Serge Tcherepnin per i suoni modulari, viene aggiunta ovviamente anche  qualche nuova caratteristica rispetto al design originario. In pratica, il modulo genera separatamente voltaggi ascendenti e discendenti la cui combinazione può essere controllata in svariati modi. Il Serge VCS è dotato di un audio input, un trigger input, due outputs (di cui uno può essere utilizzato con segnali audio), ed un CV input esponenziale. Le manopole sono bipolari, consentendo di inviare sia segnali positivi che negativi. Le manopole che controllano il voltaggio ascendente e discendente introducono del “feedback” all’interno del circuito quando vengono tirate verso l’esterno, si viene a generare così un comportamento non lineare. Da sottolineare l’alta sensibilità di questo modulo ed è altamente suggerito di operare chirurgicamente sulle manopole in modo da assaporare tutte le sfumature uditive. Rispetto al circuito “vintage” originario, il VCS ha i tempi di attack e decay controllabili da voltaggio. L’output “End Out” invia un segnale di “trigger” quando il ciclo dell’inviluppo è completato, facendo in modo che il modulo possa essere usato come un pulse delay controllato da voltaggi. Come già accennato in precedenza, è possibile utilizzare il modulo anche come glide/portamento. Tutto qui? Niente affatto! Potete anche usarlo come Envelope Follower con “peak” positivo o negativo, a seconda delle regolazioni effettuate dalle manopole “Rise” e “Fall”. La funzione che preferisco su tutte è data dallo switch “Cycle” che interconnette l’uscita “End Out” all’ingresso “Trigger” in modo da poter utilizzare il modulo come un LFO o come oscillatore con forma d’onda a dente di sega smussato. Ovviamente, siamo ben lontani dalla precisione di un oscillatore standard ed è consigliabile usare questa funzione solo per modulazioni. L’intonazione può essere controllata manualmente tramite le manopole “Rise” e “Fall” o utilizzando l’ingresso “Exp CV” posto nella parte inferiore del modulo. In ultimo, ma non in quanto ad utilità, se colleghiamo un segnale audio all’ingresso “Trigger” è possibile utilizzare il VCS come un generatore di sub-armoniche. Davvero niente male per un singolo modulo.

Suoni di basso:

Iniziamo a creare qualche “patch” per una sequenza di basso. Per il primo timbro, abbiamo utilizzato un paio di dente di sega filtrati dal lowpass A-120. Il generatore di inviluppo controlla sia la modulazione della frequenza del filtro che il volume del suono (1.mp3). Il Resonance è controllato manualmente. Come noterete il suono è ben presente e corposo, mai invadente nel low-end. Dopo il primo minuto, potrete ascoltare il Serge VCS agire da Trigger Delay e filtro in parallelo col lowpass. Personalmente mi sarei aspettato un po’ più di aggressività, ma ho rimediato brillantemente smanettando con le possibili saturazioni  ottenibili  tramite i livelli di volume del filtro e del VCA (Fig. 7). Il risultato è evidente nel file “2.mp3” dove, in nostro aiuto, c’è il sempreverde Serge VCS ad agire come filtro aggiuntivo per un altro oscillatore.

Suoni di lead:

Abbassate il volume prima di ascoltare il file “3.mp3” onde evitare danni al vostro impianto e all’udito. Come mai? State per esser bombardati dall’acidità di un Sync Lead analogico. Adoro questa pasta e questa fluidità. Di seguito possiamo ascoltare un altro classico “glide lead” di chiara reminiscenza anni ’70. Un timbro che ha dominato la scena in quegli anni e molto ben conosciuto dagli amanti del buon vecchio rock progressive. Le successive sequenze mostrano alcuni leads con varie modulazioni. Gli oscillatori A-110 (Fig. 8), nonostante non montino i CEM3340 come sugli A-111, riescono ad avere un buon suono per tutta la loro estensione utile. La modulazione di frequenza ottenibile, anche con solo otto ottave a disposizione, è molto gradevole e fluida, forse troppo morbida rispetto all’FM digitale dove gli artifici dell’aliasing danno al timbro quel tono caratteristico. Infatti, avendo noi a disposizione dei puri analogici, possiamo spingerci oltre la soglia dell’udito umano e le frequenze generate oltre lo spettro (quindi non udibili dall’uomo) non ci vengono restituite in forma di aliasing ma, semplicemente, di silenzio. Anche in questo file molte delle modulazioni sono opera del VCS targato Bananalogue. Perdonatemi, ma sono praticamente innamorato di questa piccola meraviglia anche se, man mano che vado avanti con la programmazione, inizia ad esser tediosa la troppa precisione che occorre per avere dei settaggi musicalmente utili.

Suoni percussivi:

In questo test ho optato per la creazione di “Drum Kicks” e di una sequenza percussiva casuale. In questo caso il Serge VCS è stato utilizzato come generatore di inviluppo AD (Attack Decay) per modulare la frequenza dell’oscillatore A-110 in modo da ottenere il classico attacco percussivo. Nell’esempio audio “4.mp3” potrete ascoltare una sequenza di cassa in quattro con varie modulazioni del filtro e degli inviluppi. Il suono è corposo e la spinta sembra esserci anche se, a mio parere, non sembra essere sufficientemente valida per una produzione. La sorpresa l’ho avuta dopo aver trattato lo stesso file con un “channel strip” standard di Logic Pro 7.2 (Fig. 9) riuscendo, tramite l’uso di un compressore accoppiato ad un gate ed un limiter, ad ottenere una spinta sui bassi davvero notevole. L’ultimo esempio, ascoltabile aprendo il file “5.mp3”, è una sequenza percussiva manipolata realtime e vi mostra alcune particolari timbriche ottenibili smanettando con il Serge VCS, il filtro A-120 e gli oscillatori A-110. Magari il suono vi sembrerà molto “rumoroso” ma, vi assicuro, è un effetto voluto. Il Doepfer riesce ad essere cristallino e, al tempo, abbastanza “cattivello”.

Droni e timbri particolari:

Non essendo un polifonico, questo sistema si presta poco alla creazione di pads avvolgenti, a meno che non vogliate registrare in stile Wendy Carlos all’epoca del suo “Switched on Bach” (Fig. 10). E’ un peccato perchè il calore di questa macchina sarebbe ideale per dei bei pads spaziali ed evolutivi. Nonostante ciò, possiamo sbizzarrirci con la creazione di droni ed altri timbri inusuali. Il file “6.mp3” ne è un classico esempio. Per questo timbro abbiamo modulato l’oscillatore A-110 utilizzando il Serge VCS come LFO. Il filtro è modulato manualmente ed un secondo oscillatore, modulato da un’altra forma d’onda del primo, provvede ad aggiungere armoniche generate tramite pura modulazione di frequenza. Un po’ di rumore bianco è utilizzato per sporcare il timbro mentre il rumore colorato è adoperato come modulatore per l’ampiezza d’impulso del primo oscillatore. E’ davvero interessante ascoltare le micromutazioni del suono man mano che si agisce sulle manopole. Un giro troppo avventato ed ecco che il suono diventa una sequenza di cassa acida in quattro dal noise pulsante, sonorità dal retrogusto di un impianto elettrico in escandescenza. Chissà cosa sarebbe possibile creare avendo a disposizione più moduli. Ecco che divento preda della febbre modulare, già è fervido il desiderio di altri ripiani da rimpinzare di cavi.

Conclusioni:

Questo sistemino Doepfer, gentilmente fornitoci dall’amico Luca Capozzi, è un buon esempio di scelta versatile per iniziare un’ esperienza modulare. Sinceramente avrei preferito un filtro multimodo invece dell’A-120 in modo da avere a disposizione anche un Highpass ed un Bandpass. Un’altra piccola pecca è la mancanza di una manopola per accordare gli oscillatori con maggiore escursione dato che, purtroppo, il controllo Tune fornisce sì un modo per regolare l’oscillatore con precisione ma il suo “range” è limitato ad un semitono. Ciò che ha davvero elevato il valore timbrico di questo sistema è il Bananlogue.com Serge VCS senza il quale sarebbe stato quasi impossibile riuscire ad ottenere le modulazioni e le sonorità come vi abbiamo mostrato nei vari esempi audio. Il modulo A-190 è davvero indispensabile se volete utilizzare un Doepfer tramite il vostro computer o un semplice controller midi. La programmazione dei parametri di questo modulo è un po’ ostica e la manualistica non molto chiara ma, una volta capito come funziona e memorizzati gli opportuni parametri, difficilmente avrete bisogno di tornarci sopra. La voglia di ascoltare nuovi timbri generabili con un sistema più voluminoso è fortissima ma il tempo ed il portafogli purtroppo ci costringono, almeno per adesso, a rimandare quest’esperienza. Per ora abbiamo solamente visitato una di queste bellissime galassie e abbiamo conosciuto una creatura molto interessante ma… cosa ci riserveranno le prossime tappe? Saranno interessanti come la nostra prima…? Armatevi di pazienza, il viaggio è appena iniziato…

INFORMAZIONI UTILI:

Produttore: Doepfer
Modello: Serie A-100
Website:www.doepfer.de
Distributore: www.newgroove.it

Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi per aver collaborato alla stesura dell’articolo.

Ritorno alle origini – Polivoks (II parte)

Lasciamo alle spalle la Galassia Doepfer per raggiungere un altro pianeta della costellazione dei modulari; per ironia della sorte però questo viaggio prende una piega inaspettata, ci perdiamo miseramente in un buco nero; veniamo proiettati in un altro tempo, il lontano 1980, in una Russia fredda, chiusa nella sua morsa di ghiaccio e divisa dal resto del mondo. Il primo impulso è ritrovare la retta via, per riprendere la meta prefissata, ma la mia innata curiosità mi spinge a voler dare uno sguardo a quello che sta accadendo sul pianeta Terra in questo particolare periodo storico. È il momento di farsi coraggio, togliere caschi e respiratori, mettere dei vestiti pesanti d’epoca e confonderci con la gente del luogo; io e uno dei miei fidati collaboratori ci prepariamo a visitare e ad indagare le scene musicali oltre la frontiera.

Il marchio:

Il Polivoks () è un sintetizzatore analogico duofonico realizzato nell’USSR durante i primi anni ‘80. Per duofonico si intende la possibilità di poter suonare due note contemporaneamente assegnando ad ogni nota una delle due voci disponibili nella macchina. Questo sintetizzatore è stato progettato da un team, guidato da Vladimir Kuzmin presso la Ural Vector Company creata dalla Formanta Radio Plant. Conosciuto anche con i nomi di “Polyvoks” o “Polyvox” è generalmente tradotto in Polivoks. Questo strumento, come tanti altri del periodo, è stato concepito per offrire ai musicisti sovietici i medesimi timbri e colori di cui potevano già usufruire altri musicisti stranieri. Non dovrebbe fare meraviglia che, a quell’epoca, molti prodotti esteri non venivano ammessi per l’importazione nella Repubblica Socialista. Per stessa ammissione del suo progettista, il Polivoks è stato concepito come alternativa al Minimoog puntando ad una simile struttura sia nel percorso audio che nei segnali di controllo. Rispetto al Minimoog ci sono tante sostanziali differenze: la presenza di due oscillatori (contro i tre del Minimoog), di un filtro a due modi (Lowpass ed Highpass), di un LFO dedicato e della duofonia. Altra cosa importante è che il Polivoks ha inaugurato l’era dei sintetizzatori in terra Sovietica. Prima di allora, infatti, l’unico strumento elettronico”sperimentale” disponibile pare sia stato il Theremin. Si stimano circa 30.000 unità prodotte in totale dagli stabilimenti Formanta.

Come si presenta:

Lo strumento a prima vista si presentacome una piccola valigia da viaggio  (fig.2), di quelle che usavano gli emigrati per andare a lavorare all’estero. Una volta aperto il contenitore in alluminio, rivestito con una vernice nera, ci ritroviamo davanti ad un unità davvero strana per le macchine dell’epoca. L’intero chassis dello strumento, così come le manopole e gli switches, sono realizzati in plastica e ricordano, sardonicamente, le mollette con cui abitualmente stendiamo il vestiario (fig.3). La tastiera è dotata di 49 tasti (Fa-Mi)ed al tatto sembra fragilissima. Finora non mi era mai capitato di toccare dei tasti talmente leggeri al punto di avere seriamente paura di romperli. Da notare l’assenza di modulatori fisici come pitch wheel e modulation wheel. Il pannello di controllo è totalmente in cirillico, ma fortunatamente in rete si trovano delle ottime traduzioni. La macchina è dotata di due oscillatori con forme d’onda selezionabili tra Triangle, Sawtooth, Square e due tipi di Pulse, entrambi sono intonabili nel range di 5 ottave, un’altra manopola inoltre ci permette una accordatura più precisa di questi. È presente un Noise Generator, un LFO con varie forme d’onda (tra cui un Sample&Hold) e due inviluppi ADSR, uno per il filtro ed uno per l’amplificazione. Una peculiarità di questi inviluppi consiste nel poter selezionare la modalità “auto trigger”, ognuno con “rate” indipendenti. Quello che accade, una volta spostato lo switch in quella posizione, è che l’inviluppo riparte automaticamente una volta raggiunto l’ultimo stadio. Il pannello ha in totale 31 manopole e 6 switches. Sul retro della macchina sono presenti due input jack da 1/4” e due ingressi DIN a 5 poli (stile MIDI, standard all’epoca nell’Unione Sovietica) probabilmente adibiti al controllo del filtro e dell’audio in (fig.4).

Il filtro:

Trovo molto importante spendere qualche parola a favore del filtro presente sul Polivoks visto che lo reputo uno dei più particolari tra i tanti a cui abbia mai prestato orecchio. Iniziamo col descriverne le caratteristiche basilari: fornisce un Lowpass 2 poli 12db ed un Highpass. Stranamente sulle traduzioni del pannello reperibili in rete si fa riferimento ad un Bandpass, ma l’orecchio non tradisce e ciò che si può ascoltare è il tipico taglio di un Highpass. Il filtro ha un timbro caldo che, man mano, diventa molto aggressivo. Nei test che ho potuto effettuare mi sono accorto di una particolarità che rende il suono di questo sintetizzatore graffiante e violento: man mano che si aumenta il Resonance, il suono diviene sempre più cattivo ed aspro. L’auto-oscillazione del filtro non è simile a nessuno di quelli che ho avuto il piacere di ascoltare fino ad ora. L’influenza degli oscillatori sulla centratura del filtro diviene sempre più evidente man mano che ci si avvicina alla soglia di auto-oscillazione (fig.5). Il risultato è un suono che, parola mia, lo sentirete sin dentro le gengive. Rassomiglia vagamente alla violenza ottenibile mescolando le risonanze dei due filtri presenti sul Korg MS-20, con quella punta sui medi molto caratteristica. Altrettanto stranamente, se si azzerano i volumi degli oscillatori e si utilizza il Noise come fonte sonora, il filtro andrà in auto-oscillazione in maniera più netta generando il tipico sinusoide. A differenza di molti analogici, che usano una combinazione di condensatori con resistenze variabili, il cuore del filtro è composto semplicemente da un paio di amplificatori operazionali a bassa potenza. Dando uno sguardo alla schematica sembrerebbe, a primo acchitto, un classico filtro a stato variabile (SVF) ma con una sostanziale differenza: la totale assenza di condensatori. Le modulazioni di voltaggio sono applicate ad un pin dell’integrato, per aumentare o ridurre la “banda di guadagno” dell’operazionale. In questo modo esso agisce come un elemento RC (Resistenza+Condensatore) variabile nel tempo. Realizzarne un clone, quindi, divieneestremamente semplice ed economico (fig.6).

Come suona:

Come accennato in precedenza, il Polivoks ha un carattere davvero unico legato soprattutto a com’è stato progettato e realizzato il filtro. Fortunatamente, neanche gli oscillatori scherzano in quanto a carattere. Suonano molto “buzzy”, un po’ come quelli dell’Andromeda A6, ed in coppia riescono a dare quella grana sonora tanto adorata dai patiti del vintage. Una volta memorizzate le locazioni dei vari componenti, diventa semplicissimo programmarlo da pannello senza usufruire della traduzione. Il singolo LFO riesce a fornire delle interessanti modulazioni soprattutto quando viene selezionata la forma d’onda casuale (che all’orecchio suona come un Sample&Hold). Bello l’effetto ottenibile applicando la suddetta forma d’onda come modulazione del filtro. Unite questo al retrigger automatico degli inviluppi ed otterrete delle timbriche uniche. I suoni di basso sono sempre ben presenti e corposi, ma differenti dalle sonorità classiche che conosciamo dei Moog e del classico TB303 della Roland, ma non per questo meno affascinanti. Altrettanto interessanti risultano essere i leads: è possibile ottenere sonorità graffianti facendo buon uso delle modalità disponibili nel filtro. Gli smanettoni, troveranno intrigante la possibilità di programmare pads e drones con risultati molto positivi, ottenendo timbriche complesse e mai musicalmente inutili. Altrettanto intrigante è la possibilità di poter processare segnali audio esterni attraverso il filtro dello strumento. Immaginate come potrebbero suonare dei buoni drumloops attraverso il rude Lowpass del Polivoks (fig.7), oppure come risulterebbe la vostra stessa voce processata e scolpita dai graffianti filtri dello strumento. Non spaventatevi voi puristi del suono, a volte queste alchimie hanno portato a creare il “suono” che ha decretato il grande successo di un pezzo. Chi non ricorda la voce processata di Cher mentre canta “Believe” oppure i brass volutamente falsi di “Jump” dei Van Hallen? Da amante del vintage non posso far altro che guardare, con gli occhi della mente, la situazione che mi si presenta davanti, catapultato nella fredda Russia isolata dal mondo; deve essere stata una grande manna dal cielo per i musicisti sovietici poter disporre di un sintetizzatore su cui sperimentare nuove sonorità alla pari dei i loro colleghi d’oltre oceano. Esplorare ogni singola manopola, ogni salto d’ottava, tutte le sfumature e le modulazioni possibili cercando la combinazione adatta per la nostra creatività, sono sensazioni che restano invariate nel tempo e che, fortunatamente, possiamo tutt’oggi provare sulla nostra pelle. Al giorno d’oggi un synth del genere sarebbe considerato limitato, troppo costoso rispetto a quello che offre e di difficile manutenzione. Eppure tanti strumenti simili continuano a presentare una certa appetibilità di mercato nonostante non siano più prodotti da anni. Dal Polivoks in poi, per il settore dei sintetizzatori in patria sovietica, è stata tutta una strada in salita. Tornando al presente c’è da considerare che, inspiegabilmente, oggi questi nomi sono finiti quasi nel dimenticatoio e solo una piccola nicchia di appassionati riesce ad affiancare il Polivoks, ad altre glorie dell’epoca come i prodotti Moog, Roland, Korg e via dicendo. Tornando al nostro discorso, c’è da dire che, nonostante le evidenti limitazioni di una macchina d’epoca, i risultati ottenibili sono molto soddisfacenti. Non oso immaginare una versione con più polifonia, in modo da poter creare delle sonorità di pad completamente diverse da quelle a cui ormai siamo abituati da anni sui dischi di ogni genere. Magari noteremmo una sonorità meno calda ed avvolgente rispetto ad un Jupiter 8 o al famoso Preset G7 di archi analogici del MKS 70, meno graffiante di un OB8, ma vi assicuro che la macchina ha una pasta sonora tale, che farebbe mangiare la polvere a molti dei synth più blasonati. Sfortunatamente invece su questo strumento abbiamo a disposizione solo due voci di polifonia che, una volta attivate, rendono il suono molto meno aggressivo e corposo. Anche se la macchina sovrabbonda di controlli rotativi, la mancanza di controller, già standard per l’epoca, si sente eccome, soprattutto per il “pitch bend”, davvero non riesco a capire né il motivo tecnico né quello commerciale di una simile scelta. Girovagando per la rete, in cerca di informazioni, mi sono imbattuto casualmente in una curiosa versione software di questo gioiello. Noi di CM2 abbiamo esplorato questo piccolo satellite, in cerca di una nuova linfa vitale per la stella analogica dell’Est.

Polivoks Station VSTi:

Dal sito (http://vst.smtp.ru/Polyvoks.htm) è possibile scaricare un’emulazione VST freeware del Polivoks (fig.8) realizzata tramite SynthEdit. La mia curiosità viene catturata dalle parole dell’autore che, sulla pagina del prodotto, dichiara un grado d’emulazione pari al 96%, del suono originario. Inoltre sono presenti delle aggiunte quali polifonia, uno stereo delay, un phaser e forme d’onda aggiuntive. Non indugio oltre e scarico il piccolo file da mettere sotto stress. L’interfaccia è molto simile a quella del vero Polivoks, con l’aggiunta di nuove sezioni dedicate alle nuove funzionalità precedentemente elencatevi. Il programma è fornito di una libreria di 35 presets (fig.9). Ne provo subito qualcuno e noto con dispiacere che è praticamente identico a qualsiasi suono ottenibile assemblando i moduli standard di SynthEdit. Non mi lascio sconfiggere dalla prima impressione e provo a programmare qualche nuovo timbro partendo dalla patch di “init”, usando due forme d’onda a dente di sega e modulando il filtro. Niente da fare. Purtroppo questo prodotto, sebbene graficamente ben presentato, ha ben poco a che vedere con la macchina originale. Se poi dobbiamo considerare che le funzioni aggiunte superano di gran lunga quelle “emulate” possiamo dire che del Polivoks, qui, abbiamo solo il nome. Questa è, a mio avviso, la dimostrazione che l’emulazione di un sintetizzatore del passato non si può ottenere semplicemente ricostruendo il percorso del segnale audio. Serve un grande studio del comportamento della macchina, delle imperfezioni negli oscillatori, della riposta del filtro e di tutte quelle particolarità che uno strumento d’annata possiede e neanche in questi casi un’emulazione riesce ad ottenere la spinta e l’headroom dell’originale. Mi sento, però, di dare all’autore il merito di aver fatto conoscere questo synth a chi ne era del tutto estraneo. Grazie a questa piccola nicchia di appassionati oggigiorno possiamo scovare delle autentiche chicche che, altrimenti, finirebbero nel limbo degli strumenti perduti.

Conclusioni:

Ritorniamo alla navicella spaziale (fig.10). Mentre il mio amico collaboratore Luca Capozzi è intento a preparare delle demo audio con i campioni del Polivoks, sia versione hardware che software, io rifletto su questa nuova esperienza e su questi due prodotti così simili, quanto a tipologia di percorso audio, ma così diversi nella loro natura. Non voglio aprire sul mio giornale di bordo un capitolo “è meglio utilizzare l’hardware o il software?”, non avrebbe senso, ma rifletto su come alcuni strumenti interessanti come il Polivoks restino ancora completamente sconosciuti alla maggior parte dell’utenza. Un tale fenomeno era di sicuro giustificabile qualche anno addietro, le autostrade telematiche non erano ancora state aperte e informazioni su prodotti specifici quali un sintetizzatore erano di difficile reperibilità, a meno che non si disponesse di una residenza invernale nell’ex URSS. Oggigiorno, invece, grazie ad una comunità sempre crescente di appassionati, abbiamo l’opportunità di riscoprire vecchi gioielli siano essi quasar di rara potenza, come i pochi EMS Synth 100 reperibili nel mondo, sia delle piccole e lucenti comete come l’oggetto meta del nostro viaggio. Il primo pilota mi chiama è ora di partire, L.Capozzi ha appena finito di preparare le sue demo  mentre le invia telematicamente in redazione, mi appresto a tracciare una nuova rotta per il prossimo viaggio nella sterminata galassia degli strumenti analogici. Cosa ci aspetterà? Riprenderemo la strada dei modulari smarrita, oppure continueremo questo viaggio nel passato alla ricerca di nuovi synth? Seguiteci e lo saprete.

Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi per aver collaborato alla stesura dell’articolo.