Universal Audio – UAD1 Ultra Pak

Scrivere un articolo su un prodotto Universal Audio è come fare un salto nel passato, un viaggio che ha come destinazione le calde atmosfere retrò del bianco e del nero. Parliamo di un’epoca dominata da cerchi in plastica di colore scuro, supporti di differenti dimensioni che amavano girare a diverse velocità. Per gli amanti della tecnologia filo sterlineato “in pensione”, ricco di imperfezioni e disturbi, per gli audiofili romantici invece, prima ed indiscussa dimora del materiale che ha fatto la storia della musica. A quei tempi non si parlava di campionamento né si conosceva cosa fosse una tabella di implementazione midi; la sperimentazione, le innovazioni progettuali, i trasformatori e le valvole, avevano una sola finalità: trasmettere e rendere tangibili le emozioni della musica.
UAD-1
Il prodotto in questione (Fig.1) porta il nome di questa storica casa, anche se sarebbe giusto definirlo un parente abbastanza lontano, dato che ricalca più le esigenze della nostra epoca che quelle degli anni 50. Il suo hardware si integra non più sulle storiche consolle di un tempo, ma su sistemi DAW. Di certo questi ultimi non presentano il fascino di uno studio d’epoca ma seducono e si lasciano apprezzare per una gestione delle attività molto più semplice e funzionale. Ovviamente il corpo della UAD-1 non è più alimentato da un trasformatore toroidale, non possiamo misurare il suo battito mediante un Vu meter analogico, né controllare la pressione delle sue arterie mediante un regolatore di tensione in ingresso; il tutto adesso funziona grazie ad un potentissimo pezzo di silicio MPACT2, in grado di erogare una potenza di calcolo di 125 MHz. Sembra poco? Un momento, non vi ho ancora detto che l’MPACT2 inrealtà è una GPU (Graphic Processing Unit) per l’elaborazione video 3D e che, a differenza di un normale DSP per l’elaborazione audio, eroga molta più potenza di quella che potrebbe sembrare a giudicare dai numeri. In realtà i 125 MHz di questo processore possono tranquillamente essere paragonati ai 1 GHz di una normale CPU per personal computer. Sofisticati algoritmi dati in pasto al processore e continui aggiornamenti, garantiscono un “restyling” strutturale regalando un’eterna giovinezza alla macchina. Ma tutti questi cambiamenti di quanto hanno influito sul suono e sul calore dell’hardware? Potrà questa scheda vantarsi di essere pronipote di una stirpe cosi importante? Oppure si tratta solo di un annebbiato blasone retaggio di una gloriosa eredità ormai passata?
Catena audio:
In un primo momento Il test è stato effettuato utilizzando una stazione MusicDaw2, un Pentium 4 – 3,4 Ghz con 2 Gb di ram con collegamento firewire ad una scheda audio Rme Fireface 800; in un secondo momento è stata effettuata una prova su un sistema spiccatamente “consumer”: un MAC G4 con processore 876 mHz, 1 giga di ram, corredato da H.D. da 7.200 Rpm a 8 mega di cache. Il tutto è stato monitorato da una coppia di diffusori, le PMC modello TB2SA; come software è stato utilizzato sia il Cubase SX3 che Logic e come controller esterno un Mackie Control Universal. Infine per confrontare la versione originale con quella virtuale, ho noleggiatoper pochi giorni tre versioni hardware della Universal Audio: un LA-2A, un LA-3A e una coppia di 1176. Ha ancora senso installare sul nostro DAW una scheda acceleratrice? Non sarebbe meglio investire sulla nuova tecnologia dual core con supporto a 64 bit? Considerando che oggi è addirittura possibile mettere uno o più computer in rete per alleviare le sofferenze del processore, perché dovremmo affidarci a DSP di vecchia generazione? La scheda oggetto del nostro test è il modello top: si tratta della Studio Pak, in formato PCI (Fig.2) realizzata da Cambridge Audioworks; per una politica adottata dalla casa madre al momento non è ancora prevista una versione firewire. Come accennato in precedenza la scheda sfrutta un processore MPACT2, introdotto nel 1997 per funzioni di video decoding Agp. Guardando con attenzione la UAD -1 si possono ancora individuare le saldature degli integrati che supportavano le funzioni 3D (Fig.3). Dal tipo di processore si può agevolmente intuire che la scheda presenta una “vecchia” architettura a 32 bit, con i conseguenti vincoli progettuali dell’epoca. Infatti, il sistema non può espandersi oltre le 4 schede PCI. I possessori di Mac e PC sanno bene come sia alquanto improbabile poter disporre di tutti e 4 gli slot liberi, senza contare poi che questo tipo di Bus si sta ormai estinguendo. Come fare allora per diventare un provetto collezionista di UAD? Non preoccupatevi, è possibile acquistare un “expansion chassis” (consigliabile a 32 bit) per provvedere ad una implementazione completa delle 4 schede. Facendo un giro in rete ne ho trovati alcuni economici molto professionali fra cui il magma(www.magma.com). A dire il vero, più che di una espansione interna, si tratta di uno “chassis” esterno a rack, grande come il case di un pc. Il rack, di solito utilizzato per Protools, contiene una scheda dotata di vari “socket” PCI; pensate che questo sistema, oltre a prevedere differenti formati, permette di spingerci fino alla installazione di 13 elementi!!! Stranamente questa scheda differisce dalle sorelline minori solo per la quantità di plugs disponibili e non per numero di processori montati su di essa. Si! Avete capito bene, le schede sono tutte uguali, la differenza risiede solo nei plugs; il discorso di pregi e difetti quindi, finisce per assumere una dimensione molto più ampia; in generale non condivido la scelta della casa relativa ad una mancata differenziazione hardware. A mio parere, tra i plugs a corredo del “bundle” in questione, quelli veramente degni di nota riguardano le repliche dei processori vintage, gli altri plugs, pur distinguendosi per il loro bassissimo uso di cpu, non realizzano quella differenza determinante per cui valga la pena acquistare la scheda se non come aiuto per computer non di ultimissima generazione. Per voi lettori di CM2 ho scelto quelli che credo siano più meritevoli di menzione, positiva o negativa.

Fairchild
Sfortunatamente non ho mai sentito l’originale di cui si vocifera come una leggenda; ho usato per un periodo di tempo un suo clone hardware, il Fairman TMC (Fig.4) che con le sue tre grandi manopolone (Gain, Threshold e Attack/ Release) a canale e le 16 valvole selezionate, caratterizza in maniera forse fin troppo brutale il segnale audio, sia se utilizzato in fase di registrazione che in fase il mastering. In genere, per il master, preferisco un compressore multibanda, essendo però consapevolen che in alcuni casi un compressore stereo può apportare notevoli miglioramenti, soprattutto se si lavora in generi quali rock duro, elettronica, techno minimale, etc…Il compressore in oggetto è davvero “tosto”, molto molto cattivo, e quando si presentano occasioni per il suo utilizzo dà soddisfazioni davvero grosse. Il suono è simile a quello della versione hardware, ma quando è spinto troppo perde la grana sonora e la risposta ai transienti della versione “dura”. Come emulatori ho utilizzato anche il clone di Bomb Factory in formato TDM. A differenza del Bomb Factory, Universal Audioriporta sul pannello frontale un controllo che di solito trovava posto sul pannello posteriore della macchina: il DCBias. Si tratta di un parametro fondamentale per “calmare” la ratio dispotica del compressore. Anche se di preciso questo controllo dovrebbe riguardare il “knee”, alla fine si traduce in un utile strumento per sedare l’aggressività della nostra bestiolina. Ecco perché rispetto al Bomb Factory risulta più versatile nel suo utilizzo (anche se poi gli scenari non sono tantissimi). Presenti sul pannello del plugin anche i fondamentali “switch” “lateral vertical” (Fig.5) che permette la codifica decodifica M/S per compressioni mirate ai “side” o al “middle”.


LA-2A
Chi ha compilato l’algoritmo di questo programma è stato in gamba: il programma è scritto davvero bene. Il plug è leggerissimo ed è diventato praticamente insostituibile per i miei lavori. L’emulazione dell’attenuatore optoelettrico t4 è perfetta! Avendo sotto mano l’originale (Fig. 6) avverto delle differenze rispetto alla controparte software. Sarebbe da fanatico isterico sostenere il contrario, le diversità si notano però solo quando il segnale viene spinto ai massimi regimi. Ci sono differenti scuole di pensiero in merito; c’è chi preferisce un suo diretto concorrente software: l’L1 della Waves. Sinceramente non mi schiero per nessuno dei due, sono così diversi che mi sembra inutile paragonarli. L1 della Waves è consigliabile quando non si vuole intervenire troppo sul corpo del segnale, pensiamo ad esempio al caso di un ensemble di primi e secondi violini (sono sempre convinto che queste cose meno si toccano e meglio è); LA-2A invece, è più indicato quando si renda necessario dare un leggero colore al segnale senza portarlo a livelli troppo alti. Avendo a disposizione anche la versione hardware del LA-2A e LA-3A ho potuto effettuare un confronto crudo. Rispetto al LA-3A hardware (la versione transistor dell’ LA-2A) il plug riproduce un segnale più caldo e rotondo, anche se non riesce assolutamente ad equiparare i regimi di uscita della versione tangibile. Reputo questo plug molto adatto per le chitarre acustiche e per le voci, siano queste maschili o femminili.

Plate 140
Questo forse è uno dei pochi plug che non mi soddisfa (Fig.7). La risposta non è quella che ci si aspetta da un plate, che in ogni caso dovrebbe riscaldare la sorgente. La riverberazione avviene in maniera dignitosa, intelligibile con densità di riflessioni, ma il calore latita, a mio parere il plug è troppo “clinico”. Non chiamatemi nostalgico ma preferisco in questo caso riaccendere il mio vecchio PCM 70 Lexicon che pur essendo ancora a 16 bit con una dinamica non troppo elevata, quando lo uso mi trasmette delle sensazioni e non mi lascia indifferente come il Plate 140.

Pultec e Pultec pro
I 100 hz di questo plug sono una cosa che bisogna sempre un po’ accentuare, sarà un concetto da feticisti ma posso garantirvi che tirati su funzionano davvero bene, sicuramente più belli di URS. Non ho mai utilizzato un vero Pultec, posso solo effettuare un confronto con una replica di Tubetech. Immediatamente si avvertono differenze sulla qualità dei “boost” al di sopra dei 12 Khz, ovviamente queste aumentano esponenzialmente in base alla quantità di segnale data in pasto al plug, il fenomeno abbraccia un po’ tutto lo spettro. La cosa che piacevolmente mi ha stupito è la musicalità, difficile da trovare in un plugin che ha l’arduo compito di “program equalizer” (Fig.8). Lo uso molto sui gruppi, specie percussivi, oppure per enfatizzare in maniera gradevole le voci di stampo graffiante. L’equalizzatore produce una grana ricca di armoniche in particolare sui medi; a trarne vantaggio ovviamente saranno tutte quelle sorgenti che risiedono nella predetta zona formante, pensiamo a voci, strumenti a fiato, percussioni, etc… Naturalmente è uno strumento da utilizzare con parsimonia, abusarne potrebbe “sgranare” e rendere troppo artificiosa la timbrica della sorgente. Se invece il vostro scopo è quello di produrre un sound creativo, esagerate pure.

1176
Il carattere della compressione, i tempi di attacco e di rilascio sono identici alla versione hardware; è stata riprodotta anche la famosa modalità “nascosta” che si ottiene premendo i quattro pulsanti ratio dell’originale. Il plug (Fig.9) si comporta in maniera davvero stupefacente, le differenze con la versione hardware si avvertono solo portando il livello globale a soglie estreme, è solo qui che la pulizia del segnale comincia a degradare, credo che questo sia più che naturale e che non ci si possa aspettare nulla di meglio da qualsiasi prodotto software. Su una scheda singola è possibile aprire fino a sette istanze stereo del plug, qualora si volesse preferire l’originale hardware bisognerebbe sborsare circa 32.000 euro (7 sincronizzatori stereo inclusi per mettere le mani su 14 di questi gingilli tutti insieme!!!).

Cambridge EQ
Il paragone con Oxford di Sony nasce spontaneo. Il Cambridge (Fig.10) è un equalizzatore a 5 bande progettato più per il mastering che per l’elaborazione di una singola traccia. Opera in maniera chirurgica sul segnale ma non asettica. Trovo che la grana finale dell’elaborazione sia molto caratterizzante, stile vintage e si adatta solo quando ci troviamo a cospetto di un segnale troppo debole e privo di una grande quantità di armoniche. Nel caso di segnali già saturi o ben armonicamente equilibrati lo sconsiglio vivamente, tranne se il nostro intento finale non è proprio quello di snaturare leggermente l’idea del master finale. Il Cambridge EQ rimane comunque un buon prodotto anche se dai 16khz in su preferisco la docilità e il dettaglio regalato dalle elaborazioni di Sony. L’incredibile flessibilità, la varietà dei filtri, l’innegabile qualità di processing e il minimo carico sulla dsp, fanno di questo equalizzatore per mastering un elemento cardine del sistema UAD.

Realverb Pro
Un elemento importante di questo bundle è il Realverb Pro (Fig.11); anche se non brilla per carattere e forse anche per intelligibilità nel mix, ha dalla sua una grossa flessibilità e facilità d’uso. Il carico sulla dsp è davvero basso, un alleato importante per portare a conclusione mix complessi evitando pesantissimi riverberi convolutivi host. Dignitosissimo

Precision Mastering EQ
Con questo plug gioco in casa, perché dall’interfaccia grafica si scorge palese la citazione a “Manley Massive Passive” (Fig.12) con il quale ho una certa dimestichezza. Prima di effettuare complessi e inutili paragoni con l’hardware bisogna apprezzare il pregio fondamentale di questo equalizzatore, ovvero una risposta dinamica davvero convincente. Anche se mi sembra di capire che la struttura interna non è pensata con le bande in “parallelo” come nel Massive Passive (le bande qui interagiscono), e pure essendo le bande shelving limitate a un boost cut di 8 db, il senso di “scultura sonora” che si ottiene, con pochi movimenti dei potenziometri, è altamente soddisfacente. Lo trovo ottimo per livellare e ridistribuire gli equilibri in un mix. Il carico in dsp è abbastanza oneroso ma l’impatto sonoro ottenuto ripaga ampiamente le risorse impiegate.

Precision Mastering Limiter
I vantaggi di questo peak limiter (che ha come avversario il blasonato L1 di Waves) consistono nella trasparenza e nel bassissimo carico dei dsp.E’ possibile usarlo non solo su gruppi ma anche su singoli strips già compressi ed equalizzati (per quel che consuma possiamo permetterci davvero di scialacquare). Ripeto che la trasparenza è il più importante alleato di questo plug; bisogna davvero esagerare per avvertire i primi segnali di cedimento da parte dell’algoritmo (Fig.13). Preferisco usare in genere il “peak limiter” solo in fase di ripresa, per un agevole controllo del picco, non in quella di missaggio.

Bundle della Roland
(non contenuto in Ultra Pack)
Il bundle, utilizzabile per 15 giorni, previo“download” gratuito dal sito, si compone di tre glorie del passato: lo Space echo, la Stomp box ce-1 e il Dimension D.
Space Echo:
Che dire, conosco l’originale e conosco persone che usano seviziare le testine durante il playback per casualizzare la riproduzione. Ovviamente qui questo tipo di manipolazioni “a cuore aperto” non sono concesse, ma il senso di calore e la saturazione del segnale durante il feedback sfiora il miracolo; la qualità è da applausi ma la performance lascia un po’ a desiderare; l’algoritmo è molto potente ma a mio avviso è suscettibile di ottimizzazione, troppo pesante sulla CPU, pensate che su una scheda è possibile aprire solo 2 di questi mostriciattoli (Fig.14 ).

Stomp box: chorus e tremolo
Una sola parola: divino, ha una musicalità e un colore impressionante; riesce a trasformare il più smunto degli emulatori di piani elettrici in un fantastico originale. La correlazione di fase di questo chorus è perfetta eppure la sua presenza sul panorama è larghissima. Il tremolo è davvero qualcosa di favoloso (Fig.15).

Dimension D:
L’impatto sonoro non è clamoroso come ci si aspetterebbe, se non si ha un poco di dimestichezza con i chorus della Roland si rimane davvero spiazzati; la qualità incredibile di questo plug si apprezza non appena lo si mette in bypass, riesce davvero a cambiare le carte in tavola su voci e chitarre. Non ho mai analizzato la correlazione di fase del Dimension D originale, ma dall’ascolto dal plugin la giudico appena sufficiente, pericolosa da utilizzare su un segnale carico di bassi (Fig.16).

Conclusioni:
I pregi di questo sistema saltano alle orecchie da subito; ci si rende immediatamente conto della qualità di programmazione del software. Il suono processato è caratterizzato da un gradevole sapore vintage, tanto che a volte in fase di missaggio si è tentati ad abusarne, sarà il tempo ad indicarci la giusta via dell’equilibrio dry/wet. Anche se l’engine è a 32 bit, sembra che la macchina abbia trovato un elisir di lunga vita, in alcuni scenari tiene il passo con i suoi concorrenti, in molti altri li supera brillantemente. Il punto di forza di UAD è stato proprio quello di ricalcare sonorità da troppo tempo dimenticate dalla ricerca, ormai sempre più impegnata nella realizzazione di processori che operano in maniera chirurgica e asettica; è vero che la perfezione digitale offre un prodotto geneticamente perfetto ma è anche vero che un prodotto troppo “neutro” non è un buon conduttore di personalità ed emozioni. Non posso trattenermi dal citare Ovidio: “Video meriora proboque, deteriora sequor” (Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo quelle peggiori… ) In teoria il difetto maggiore di questo prodotto è la scarsa espandibilità del sistema che si limita a 4 schede per un solo host; ma pensandoci bene : “a che ci servono 6,7,8 schede?”.Non sarebbe meglio, raggiunto il limite massimo di 4 UAD-1, abbinare al nostro sistema una buona serie di outboard analogici iniziando da un buon pre? Non dimentichiamo le buone regole: se non forniamo un buon segnale headroom alla scheda audio, il segnale processato avrà sempre una scarsa escursione dinamica e di conseguenza una soglia di intervento molto piccola. Questi nuovi sistemi sono molto interessanti e consentono, mediante una buona interfaccia macchina-utente, di lavorare in maniera veloce e precisa, certo non beneficiamo della sonorità dell’emulato sistema originale ma è anche vero che spendiamo un centesimo del capitale necessario!!! Il mio consiglio resta quello di abbinare al nostro acceleratore UAD una buona scheda audio e un buon controller midi (Fig.17), anziché usare il solito mouse per gestire i plug. Sfortunatamente vedo sempre più colleghi che traducono il loro lavoro di fonico in una fredda analisi di quello che succede sul monitor del computer, quasi come se di avesse paura di affidarsi alle proprie orecchie e al proprio gusto.
Io credo nello sfruttamento “ragionato” delle innovazioni, bisogna conservare gelosamente quello che ci offre il passato e fonderlo in maniera sapiente con le nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Chi ha avuto il piacere di lavorare con queste macchine hardware sa benissimo quale sensazione si prova a manipolare e scolpire il suono in tempo reale mediante dei semplici potenziometri. Si entra quasi in simbiosi e l’outboard diventa quasi un prolungamento dei nostri arti, materializzando le sensazioni che vogliamo esprimere. Non dimentichiamo che anche la mano, la conoscenza e il buon gusto determinano la buona riuscita del master finale. Il tipo di applicazione ideale per questi plugs della Universal Audio non è certo il mastering, concetto che, salvo qualche rara eccezione, vale anche per gli hardware analogici. Trattandosi di strumenti molto caratterizzanti possono essere meglio impiegati in fase creativa, non soltanto per la generosa timbrica e per un’agevole controllo dellagamma dinamica, ma anche per regalare personalità ad un intero arrangiamento.Voglio farvi un esempio: una coppia di 1176 settati con un rapporto di compressione 20:1, una elevata compressione, con Attack e release a vostro piacimento possono fornire sugli “overhead” della batteria, anche elettronica, il tipico effetto Drum Squalsh; parlo di quell’innaturalissimo schiacciamento che produce enormi code ed ambienti, quasi come se le bacchette finissero per affondare nello strumento. Ho sentito moltissimi brani, anche di caratura mondiale, adoperare questa tecnica, di solito riguarda la parte ritmica solo per 4 o 8 battute, per poi far tornare lo strumento al suo suono “normale”. Non dimentichiamo che la casa fornisce dei bellissimi preset sia in modalità mono che stereo, compreso quello dell’esempio appena fatto. Mi accorgo con soddisfazione che questi plugs completano alcune macchine come LA-2A grazie alla presenza di un selettore By-pass, comodissimo per una immediata comparazione. Mica male! L’unico genere per il quale sconsiglio l’utilizzo di questo tipo di sonorità è quello della musica classica, barocca, dove aggiungere armoniche al suono è sinonimo di devastazione. Beh, la scheda c’è, gli algoritmi pure, non ci resta che spremere il codice del “giocattolo” per suscitare l’invidia degli amici musicisti, professionisti e non.

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