Roland Rc300 loopstation
Roland ha finalmente rilasciato il discendente diretto della RC50, loopstation storica, che necessitava di una rimodernata. Come al solito quella che racconto è l’esperienza diretta di un utilizzatore non le descrizioni tecniche dei manuali o il fumo negli occhi dei produttori.
Cominciamo col dire che RC300 non stravolge il mercato, non è così innovativa in un panorama gettonatissimo di looper, loops, a loostations, ma presenta alcune caratteristiche interessanti che possono dare al musicista una marcia in più.
- 3 canali stereo indipendenti che consentono di registrare fino a 3 ore di audio digitale
- volumi separati
- 16 effetti digitali professionali (questa è la vera novità)
- 1 pedale di controllo programmabile
- uscite audio main e sub
- uscita cuffia
- MIDI in-out e thru
- ingresso line in stereo/mono (2 ingressi mono L-R)
- ingresso microfonico XLR con alimentazione phantom
- 4 ingressi per pedali esterni (2 ingressi stereo)
- decine di loop di batteria
- ingresso aux
- USB per scaricare i file in 44khz 16bit
- USB per utilizzare la loopstation come scheda audio 2 canali (interessante questa possibilità!!!)
Il primo approccio – riflessioni del primo utilizzo
E’ semplice da usare, intuitiva, più facile di qualsiasi altra loopstation che abbia provato. I pedali sono tutti a vista. Ognuno col suo stop, il suo undo, il suo volume, insomma è tutto lì, niente di occulto!
E’ precisa, non ho sentito gap di registrazione come nella RC50. Gli effetti sono semplici da attivare ma scomodi da cambiare. La sincronizzazione funziona bene, in tempo reale.
C’è un comodo start-stop generale anche questo a vista.
Anche i comandi piccoli sono manovrabili con i piedi, lo dico per chi come me adora suonare scalzo.
Ogni tanto si blocca, ci sono bug che sicuramente correggeranno, basta sapere dove sono però, perché se si blocca va proprio in tilt e dal vivo può essere un problema(!). Mi è successo solo una volta ma leggendo sui forum sono tanti quelli che si lamentano.
Non sono riuscito a riprodurre l’errore né a farne una statistica, ma ho capito che se fermo tutto con lo stop generale al posto di spegnere ogni canale la probabilità di blocco si riduce drasticamente.
La prima domanda di rito: entrerà nella borsa? 53,6cm… la RC50 era 47,2cm e pesava un kg in meno (è entrata!)
Il passaggio da una patch all’altra ha circa un secondo di latenza.
Effetti digitali
La pedaliera ha 16 effetti digitali. Credo che Roland potesse osare un po’ di più. Gli effetti vanno dalla distorsione (mediocre), al transpose (ho subito pensato che fosse utile per fare qualche variazione ma lo userò mai?), delay (questo mi piace), una sorta di vocoder (#*?!), phaser, modulator, flanger, a qualche filtro di poco più fantasioso.
Personalmente non ne faccio grande uso nel live perché sono scomodi da variare. Se si utilizza un pedale esterno allora le cose vanno meglio. Il fatto è che ogni effetto ha delle varianti (es. la distorsione ha varie tipologie di drive) e non sono facilmente accessibili, soprattutto se vogliamo seguire un’idea “al volo”, meglio di niente comunque, almeno quando mi serve un effetto non devo accendere un pc o altre pedaliere (ovviamente dipende dall’effetto…).
Il riverbero è un parametro della patch, quindi è come se fosse un effetto in più selezionabile da menù con valori 0-100.
Tutti gli effetti ad esclusione del riverbero possono essere impostati come generali, su tutte le tracce contemporaneamente real-time oppure in input, quindi registrati sulle tracce. Questa possibilità è utilissima se si vogliono utilizzare più effetti in una song.
RC300 vs RC50 (anche per chi non sa cos’è la RC50)
Essendo un utilizzatore di RC50 ora quasi convertito alla Rc300 posso farne un’analisi pratica.
Ho comprato la RC300 perché volevo un prodotto che integrasse anche gli effetti per evitare di dover portare in giro più pedaliere. La cosa è riuscita al 50% perché gli effetti lasciano un po’ a desiderare sia per qualità che per fantasia che per manovrabilità. Quindi ho risolto il problema non per tutte le situazioni live.
+ E’ più intuitiva e con meno funzioni nascoste. Il manuale si è drasticamente ristretto.
- E’ più lunga e larga di circa 5cm, più alta di 1cm, più pesante di 1kg (536 mm, 231 mm, 76 mm 3,9kg).
+ La memoria è notevolmente superiore, ma diciamo la verità quella della RC50 era sufficiente.
- Hanno rimosso il FADE IN delle tracce, perchè?!
+ La possibilità di utiizzarla come scheda audio usb è interessante. I driver vanno scaricati dal sito.
+ Gli undo sono separati per canale e non relativi all’ultima registrazione effettuata come nella RC50.
+ C’è il MIDI Thru.
+ Il Midi sync finalmente funziona ed è possibile utilizzare la pedaliera come slave!
= Il tasti per il reverse sono stati rimossi bisogna andare nei menù (tragico per chi li usava… ma chi li usava?!)
- La conversione D/A è passata da 24 bit a 16bit.
+ Il pedale – per chi usa i pedali – può rappresentare un plus.
= Il tap tempo si è ristretto ma è possibile comunque farlo con il primo pedale di stop.
+ L’alimentatore è molto piccolo, tipo quello dei cellulari.
Per chi ha una RC50 – e la sa usare – vale la pena cambiarla?
Direi di no, ma ci sono solo 3 ragioni per cambiare la pedaliera che secondo me possono far pendere la risposta verso il si:
1) ho bisogno di 3 ore di registrazione (non certo dal vivo… )
2) mi servono gli effetti e mi accontento di un’effettistica standard non troppo complessa (il mio caso)
3) mi hanno offerto molto per la RC50 e con pochi soldi me la cambio così sono aggiornato!
Per il resto siamo lì, non cambierà la vita di nessuno, soprattutto al bravo utilizzatore della RC50 che ha già automatizzato operazioni di routine.
PRO
Facile da usare.
Effetti e pedale on board.
Precisa e – se rimuovono qualche piccolo bug – anche affidabile.
CONTRO
E’ grande, ma se proprio vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno diciamo che è spaziosa.
Gli effetti sono pochi, difficili da programmare in un live e abbastanza scontati.
Perché Roland ha rimosso il fade in delle tracce?
il prezzo non è proprio per tutte le tasche.
Cosa non è
Non è una RC30 con un pedale in più, sia chiaro!
Il parere
Non ancora il prodotto ideale, ma la migliore loopstation del mercato oggi.
Produttore: www.roland.com
prezzo: circa 470,00 euro
Roland – SH-201
Ci sono momenti in cui si avverte la voglia incontrollabile di un ritorno alle origini. Forse il fenomeno trova radici nell’esigenza di ritrovare sé stessi, un po’ come a voler fare i conti con la propria identità, specie quando il contesto esterno, di cui si è parte integrante, comincia a denunciare caratteristiche di caoticità o di monotonia. Ci sono molte cose che getteremmo via volentieri se solo non temessimo che qualcun altro le raccogliesse; ma ciò che di sicuro non getteremmo mai sono le cose più semplici, quelle che ci hanno dato maggiori sicurezze e su cui abbiamo forgiato i nostri modi di essere. Ecco, in poche righe abbiamo esposto il ragionamento che forse sarà ronzato nella mente dei boss della “R” grande, fino al punto da concepire una macchina che spezza le ali all’attuale trend, quello del “dev’essere piccolo, luminoso e fare tante cose, poco importa se per pigiare i tasti mi ci vuole lo stuzzicadenti”. Ladies & Gentleman… l’anarchia del design, l’estemporaneità degli ideali, la novità del vecchio, Signori e Signore… Roland SH-201!
Back to the roots
Finalmente una tastiera per tutti, per grandi e per piccini, per veterani e per principianti, uno strumento che va contro le consuetudini odierne in fatto di sintetizzatori, una macchina che rompe le regole del mercato creandosi una sua collocazione univoca e nuova. Il Roland SH-201 (Fig.1) è un piccolo sintetizzatore Virtual Analog da 49 tasti e dal peso di appena 5,1 Kg, che costa pochissimo ed è tanto semplice quanto potente.
Il nome si ispira ad una vecchia serie anni ’80 della Roland (Fig.2), fra cui SH-101, SH-1, SH-2, ecc., ma non pretende di esserne un successore. La grafica del pannello richiama i colori e le sembianze future-retrò dei vecchi Juno, ma non è un’imitazione. SH-201 è un concetto vecchio riproposto in chiave moderna, ripreso con astuzia per rimettere al passo una generazione di nuovi tastieristi fin troppo abituati a luminosissimi e spaziosissimi display LCD touch screen, dotati di migliaia di bellissimi presets che fanno dimenticare l’esistenza del tasto “EDIT”. SH-201 è pubblicizzato come uno strumento “entry-level”, cioè fatto apposta per il principiante, per chi si avvicina per la prima volta alla sintesi ed ha voglia di impararne i trucchi e i segreti. Ed effettivamente, se diamo uno sguardo approfondito al disegno del pannello, notiamo quanto sia volutamente “didattica” la disposizione delle sezioni, comprese le freccette che indicano il percorso del segnale. Tuttavia non dobbiamo farci ingannare da questa presentazione e non dobbiamo assolutamente escludere l’idea che il piccolo SH non possa essere parte di un set-up professionale. Ciò che ha da offrire va ben oltre le aspettative di chi si ferma a leggere depliant e brochures.
Prime impressioni
A guardarlo in foto sembra uno strumento massiccio, fatto quasi interamente in metallo, mentre invece è tutta plastica! Ora vi domanderete se questo è un punto a favore o a sfavore: io vi dico che è una cosa ottima perché è tosto come una pietra ma al contempo leggerissimo tanto da poterlo indossare come cappello, o anche appeso al collo come cravatta! I tasti sembrano “giocattolosi” e apparentemente più piccoli di quelli di una workstation professionale: in realtà sono solo leggermente più corti e la larghezza è quella tradizionale, il tocco è leggerissimo e consente di fare fraseggi veloci senza il minimo sforzo. E’ un synth, non vi aspettavate mica una tastiera pesata? I pomelli in stile boombox Aiwa degli anni ’80 sembrano fatti di alluminio, invece sono di plastica anch’essi, ma hanno dei movimenti molto fluidi e sono ben ancorati ai potenziometri. Ovviamente l’alimentatore è esterno. Insomma, in questo strumento tutto ciò che si tocca con mano è l’opposto di quello che sembra in foto, infatti se sulla pubblicità sembra un synth “entry-level” in braccio a Jordan Rudess, quando lo si tocca con mano si scopre che dentro c’è ben altro. Sul retro (Fig.3) troviamo le uscite audio su connettori TS, gli ingressi su connettori RCA, uscita cuffie, presa USB, presa pedale, porte MIDI, interruttore di accensione e nient’altro, quasi a voler dimostrare che tutto ciò che serve per divertirsi è già lì a portata di mano. E ora fermi tutti, guardate di nuovo attentamente la fig.1 e aguzzate la vista. Cosa manca? (Forse ho sbagliato rivista!) Notate niente? Non c’è il display! Quante tastiere sono uscite nel 2006 che non hanno il display? Ma sì, basta con questi display 32 pollici touch screen high definition di queste super mega workstation da 10 mila euro chiavi in mano: la Roland avrà pensato “se dev’essere uno strumento semplice, lo deve essere fino in fondo”! Ma tranquilli, niente panico, in compenso c’è un editor per computer che compensa tutto ciò che manca sul pannello dei comandi. Finora l’ho visto solo spento, ma ora premiamo l’interruttore.
All’opera
All’accensione prima lampeggiano un po’ di LEDs (in qualche modo deve fare una “presentazione”) e poi si seleziona l’ultimo preset usato, mentre lampeggia la lucina blu dell’LFO. Come tutti gli smanettoni tastierofili, per prima cosa suono il preset n.1, quindi premo GROUP PRESET, BANK A e NUMBER 1: salta fuori un basso, meglio abbassare un po’ il volume sul mixer… e proseguo con una passerella fra tutti i preset, tanto ne sono pochi: 32 preset e 32 user. Ora però bisogna capire come funziona. Prima accennavo ad una disposizione “didattica” dei controlli del pannello ed intendevo proprio che questi sono posti in modo da raffigurare schematicamente il percorso dei segnali audio e di controllo che compongono la struttura del sintetizzatore. Si parte da sinistra (Fig.4), in alto, con i due oscillatori, ognuno dei quali consente la selezione fra le forme d’onda a dente di sega, quadra, pwm, triangolare, sinusoidale, rumore bianco, un feedback oscillator, la classica super-saw a 7 denti di sega e l’ingresso esterno.
I comandi si riferiscono ad un solo oscillatore e con appositi tastini si può attivare il controllo del numero uno o del numero due. Direi che, anche a giudicare dal “sapore” del suono, almeno questa sezione è derivata direttamente dal Roland JP-8000, altro famoso virtual analog della casa giapponese, soprattutto l’onda super-saw – che, ricordiamo, è un’onda formata da diversi denti di sega suonati contemporaneamente e leggermente stonati l’uno rispetto all’altro. La particolarità è il feedback oscillator, il quale altro non è che una linea di delay intonata (tuned) alimentata (fed) da un’onda quadra: infatti, girando il pomello PW/FEEDBACK, si nota come si altera il contenuto armonico di questa onda. E’ una simpatica aggiunta che però difficilmente troveremmo in un vero sintetizzatore analogico. A questo punto posso affermare con certezza che l’SH-201 non ha nessuna intenzione di imitare qualche synth del passato, ma tenta piuttosto di ricucirsi uno spazio nell’immenso limbo dei sintetizzatori a tastiera. Continuando con l’analisi del pannello (Fig.5), vediamo che la sezione degli oscillatori ha due frecce che portano verso la sezione MIX/MOD, in cui è possibile miscelare i due oscillatori e selezionare anche il tipo di interazione fra MIX (semplice sovrapposizione), SYNC (sincronizzazione) e RING (modulazione ad anello, cioè le ampiezze delle due onde moltiplicate fra di loro). Alla fine di questa sezione c’è una funzione abbastanza originale, attraverso la quale è possibile attenuare o accentuare la gamma delle basse frequenze prima di entrare nel filtro, utile per ingrossare o assottigliare il suono e di conseguenza alterare la risposta dinamica del filtro. Seguiamo la freccia ed eccoci alla prossima fermata, ossia il filtro, anche questo dal sapore molto Roland: brillante, tagliente e un po’ frizzante, offre tre diverse modalità fra low-pass, high-pass e band-pass; l’ultima è bypass, cioè niente filtro… forse avanzava un LED e non sapevano cosa metterci? Segue il tasto per la scelta dello “slope”, cioè 12dB o 24dB, poi i classici CUTOFF e RESONANCE ed il KEY FOLLOW.
Ultimo stadio: l’uscita del filtro va all’amplificatore. In questa sezione c’è il volume d’uscita, relativo al singolo preset, e un tastino che attiva un semplice overdrive, per la gioia degli amanti delle supersaw distorte. Queste descritte finora erano le sezioni con lo sfondo chiaro, cioè quelle preposte alla generazione del suono. Ora diamo uno sguardo ai modificatori, raffigurati sul pannello dell’SH con degli sfondi più scuri. Vediamo che sotto agli oscillatori c’è il PITCH ENV(elope), un inviluppo con i soli attack e decay, che sposta l’intonazione della nota quando un tasto viene premuto, ottimo per simulare per esempio il comportamento degli strumenti a fiato, o semplicemente per rafforzare l’attacco di un suono. Anche in questo caso, c’è un solo set di comandi valido per entrambi gli oscillatori, e agisce sull’oscillatore attivato attraverso l’apposito tasto. Seguono gli inviluppi dedicati al filtro e all’amplificatore, entrambi dei normalissimi ADSR, quello del filtro con la possibilità di agire sia in positivo che in negativo. Infine eccoci arrivati agli LFO, con la stessa logica degli oscillatori: un unico set di comandi fisici per due LFO, ognuno dei quali con forme d’onda che vanno da una triangolare ad un random-oscillator, sincronizzabili al tempo in BPM. Ogni oscillatore può avere due destinazioni contemporaneamente, ma le assegnazioni sono legate solo a ciò che offre il pannello, perciò dimenticate quelle infinite matrici di modulazioni che mettono nei synth di fascia alta! Tuttavia il grosso c’è, direi che non manca “la sostanza”, e c’è anche un po’ di contorno: l’ultima sezione a destra del pannello è dedicata agli effetti interni che, con un solo tastino e due soli pomelli, permettono di configurare e personalizzare otto tipi di delay e otto riverberi diversi che non suonano affatto male, anzi! Il riverbero dev’essere derivato dai famosi effetti in tecnologia C.O.S.M. di Roland e Boss, dal carattere molto pulito e presente. E quelle macchie rosse che si vedono nelle foto? Sono le sezioni dedicate all’input audio esterno. La prima, EXT IN, comprende il volume del segnale in ingresso dai due connettori RCA posti sul retro, e un pulsante che attiva l’effetto “Center Cancel”, sarebbe quel famoso artefizio che cancella il segnale posto perfettamente al centro del panorama stereofonico attraverso un gioco di fasi e controfasi… su alcuni brani musicali funziona bene per cancellare la voce del cantante, infatti molti player di Karaoke hanno questa funzione, compresi alcuni software per computer, ma è pur sempre un trucchetto che il più delle volte dà risultati completamente sballati. La sezione seguente è un secondo filtro, uguale a quello della sezione synth ma con in più il modo “notch”, che agisce prettamente sul segnale audio esterno. Ricordiamo che, grazie alla connessione USB 2.0 ad alta velocità, collegando l’SH-201 ad un computer è possibile trasferire audio digitale sia in ingresso che in uscita, praticamente lo si può utilizzare anche come scheda audio. E per rendere tutte queste opzioni ancora più divertenti, la Roland ha pensato di includere in questo gioiellino anche il suo oramai rinomato controller D-Beam che, grazie al suo invisibile fascio di raggi infrarossi, contribuisce a fare spettacolo quando il tastierista muove la mano nello spazio agendo direttamente sul suono! No, inutile illudersi di poterlo usare come Theremin, ci ho provato, non funziona bene perché il cambio di intonazione va a scatti, non so perché, non ho trovato delle impostazioni a riguardo, sembra che sia fatto proprio così. Siamo al termine del tour lungo il pannello dell’SH-201 e diamo uno sguardo al lato sinistro, che ospita dei pulsanti relativi ad un semplice recorder interno, opzioni riguardanti il modo POLY o MONO con o senza legato, il portamento, selezione di ottava, tempo, tap-tempo e tasto di accensione dell’arpeggiatore. Ora starete sicuramente notando che alcuni comandi fondamentali mancano: per esempio, come è possibile regolare il tempo del portamento? E come si sceglie il tipo di effetto? Semplice, quando si premono alcuni tasti, le lucette sugli otto tasti NUMBER cominciano a lampeggiare ed una di queste è rossa, a rappresentare l’impostazione attuale, mentre le altre sono verdi. Con queste efficaci combinazioni è possibile accedere a parametri “nascosti” senza complicare troppo la gestione (mi viene in mente il VK-8m…). Quindi anche per quanto riguarda l’arpeggiatore, per selezionare il modo e il pattern basta premere il tastino SELECT e usare i tasti BANK e NUMBER. Ultimissima feature, peraltro molto importante: i due tasti LOWER e UPPER e il tasto DUAL/SPLIT permettono di suonare contemporaneamente due timbri diversi, quindi… ebbene sì, l’SH-201 è anche multitimbrico! Tutto quello che non è sul pannello, né dietro, né sotto lo strumento, è nel CD che esce in dotazione. Diamolo in pasto al PC e installiamo l’editor (Fig.6), disponibile sia in formato stand-alone che come strumento VSTi per l’integrazione nel nostro ambiente di sequencing preferito.
Questo semplice programma ci fa accedere a numerosi altri parametri non editabili dai comandi fisici. Per esempio non dimentichiamo che la tastiera è dinamica (vi dirò di più: trasmette anche il note-off velocity!) e qui possiamo impostare il parametro MIDI velocity per agire sul filtro o sul VCA, ecc. Poi ci sono delle pagine interamente dedicate all’editing approfondito dell’arpeggiatore (Fig.7) con possibilità di programmare i pattern, pagine dedicate agli effetti interni con parecchi parametri e tanto altro ancora. Se finora abbiamo considerato l’SH-201 un synth entry-level solo a giudicare dal suo aspetto estetico, è proprio dall’editor software che ci accorgiamo che dentro c’è ben altro, tecnologia degna di un synth da almeno il doppio del suo costo. Oltre all’editor viene fornito anche un Librarian, utile per la gestione dei banchi presets, per la loro organizzazione e per il trasferimento dallo strumento al computer e viceversa. E a questo punto scatta il regalino: se siete già i fortunati possessori di un SH-201 o se state pensando di andarne a comprarne uno prima di subito, trovete alla fine dell’articolo un link con una cartella e all’interno troverete un set di presets preparati per voi dal tastierista partenopeo Lello Caliendo.
Tutto sommato…
I presets di Lello sono stati un pretesto per ascoltare anche i presets di fabbrica di questa macchina e devo dire che, a questo punto, apprezzo due cose, anzi tre: per primo mi piace il fatto che ci siano poche memorie, proprio come i vecchi synth degli anni passati (tanto, per una performance live, difficilmente avremo bisogno di centinaia di locazioni di memoria, no?). Poi è degno di nota che fra i presets proposti ce ne siano molti veramente “suonabili”, che spaziano da brillanti strings in stile Roland Jupiter o Super-JX a brass scuri tipo Oberheim, qualche lead ben fatto fra cui un sync-lead stile Prophet, qualche basso bello profondo, insomma cose che ti fanno venir voglia di prendere qualche accordo. Infine apprezzo l’originalità di questo strumento: è un synth digitale e suona da digitale, non pretende di fare l’imitatore, non vuole sembrare analogico, ha gli inviluppi molto scattanti e gli oscillatori molto precisi semplicemente perché la matematica non è un’opinione… ovvero il sistema binario non lo è! Personalmente posseggo molti sintetizzatori sia analogici che digitali, fra cui alcuni anche molto costosi e professionali, e molti altri ne ho provati o posseduti in passato, ma non per questo mi sento di dire che l’SH-201 è inferiore o “non al livello di questo o di quello” (Fig.8).
L’SH-201 offre, per una spesa modesta, l’opportunità ai principianti di avvicinarsi al mondo della sintesi e di avere un sintetizzatore che possa essere da complemento per un set-up completo, in abbinamento magari ad uno stage-piano o ad una workstation avanzata. Al contempo, offre al professionista il vantaggio di poter avere una valida macchina di back-up da potersi potar dietro in una borsa “gig bag” da mettere a tracolla, utile in quelle situazioni in cui bisogna andare a fare le prove o in cui c’è bisogno di due o più set-up separati per diverse situazioni live. Tutto sommato, diciamo che l’SH-201 è una bella idea e può essere apprezzato maggiormente solo se viene provato di persona con la dovuta attenzione. Perciò se ne vedete uno in un negozio non perdete l’occasione di provarlo!
Nexus Vs Predator
Il riferimento allo scontro Hollywoodiano tra due dei più noti mostri che il grande schermo abbia mai espresso non è del tutto casuale. Usciti a breve distanza l’uno dall’altro, Nexus della teutonica ReFx e Predator, pargolo dell’arcinoto programmatore/sviluppatore Rob Papen sono stati lanciati sul mercato come soluzioni principalmente dedicate alle produzioni di area dance. Lo scontro è reso ancora più interessante dal fatto che in campo si confrontano due filosofie di design completamente diverse, con Nexus nel ruolo del “rompler” chiavi in mano, tutto compreso mentre Predator come synth sottrattivo di stampo classico.
Refx e Rob Papen
La tedesca Refx, attualmente capitanata da Michael Kleps (attualmente, in quanto alcuni mesi fa la Refx ha perso uno dei suoi più talentuosi programmatori, tale Markus F. Feil, attuale patron di Tone2) è diventata famosa per una lunga serie di soluzioni di alto livello nel settore dei virtual synths. Impossibile non citare il ricco elenco di bestsellers quali Vanguard (oggetto di pellegrinaggio a tutt’oggi tra i cultori della trance), Plasticz, Claw (free, correte a scaricarlo!), QuadraSid (uno dei più riusciti simulatori del chip “Sid”) e lo sfortunato JunoX, clone virtuale del synth Roland, prematuramente finito sotto la mannaia di uno dei numerosi avvocati con cui la storica casa sta in questi ultimi anni pattugliando il mercato in cerca di possibili violazioni anche del minimo brevetto o marchio. Insomma, il numero di successi giusto per incuriosire i più sul nuovo rompler.
Rob Papen (www.robpapen.com), famoso ai più nel mercato di VSTi grazie ad uno dei maggiori successi di sempre, al secolo Albino, prodotto in collaborazione con la Linplug e da secoli tra i bestseller del settore. La filosofia dei prodotti di Rob Papen si potrebbe riassumere con la frase “semplice, ma super accessoriato”. Predator è creato in tandem con la ConcreteFx, talentuosa azienda che ha creato in passato buoni prodotti come Kubik, Vectrik, Viper o Adder, tanto per citarne alcuni.
Nexus, caratteristiche tecniche :
Nexus (Fig. 1) può essere definito un po’ il “damerino” tra i due. E’ un classico rompler, dall’interfaccia semplice e chiara, e rivela una filosofia particolare: sostanzialmente offre cibi pronti. Infatti Nexus, con la sua dotazione di svariati GB di materiale audio, è caratterizzato da una ampia gamma di suoni pronti all’utilizzo, con poche possibilità di variazione o modifica dei presets stessi. Ogni preset nasce con una configurazione predefinita di modulazioni/arpeggio/gate/effetti, non totalmente modificabile dall’utente. Prendere o lasciare. Tuttavia è possibile disattivare le predette combinazioni e provare a lavorare sui suoni di base utilizzando due filtri passa basso (LPF), un doppio LFO, arpeggiatore, gate ed effetti. La filosofia di fondo del synth tedesco, tuttavia, è quella di offrire una serie di sonorità pre-lavorate al meglio e davvero pronte per un utilizzo veloce e mirato. Già, perchè Nexus punta principalmente al mercato dance (House, Trance e Techno), con un’enorme dotazione di supersaw. La selezione dei presets è particolarmente agevole, tramite un menu suddiviso per categorie (Fig. 2) ed un tempo di caricamento assolutamente ragionevole.
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Nexus: prova su strada
Suono bilanciato ed ottimo inserimento nei mix sono le caratteristiche sonore di Nexus, intuibili appena si cominciano a “sfogliare” i numerosi preseti forniti. Se ci limitiamo a prendere le patches della casa “out of the box”, Nexus appare estremamente mirato nell’utilizzo. Infatti, l’uso abbondante di riverbero (lo stesso riverbero “un po’ così” di Vanguard) e la sonorità primariamente supersaw ne fanno un vero killer nelle mani di tutti coloro che vivono di Trance e Techno, generi nei quali non c’è quasi confronto tra i due synths. La musicalità dei suoni offerti è davvero ottima, ma è soprattutto il bilanciamento che colpisce, senza sbavature. Non riuscendo a resistere alla nostra natura anarchica tuttavia proviamo ad abbandonare il percorso guidato ed a disattivare molte delle scelte di “default” nei suoni. La sorpresa è che Nexus in tal modo riacquista inaspettate caratteristiche di flessibilità e versatilità, consentendo di ricreare sonorità analogiche e “old school”. Non a caso, Nexus è stato provvisto di un comando di “lock” su riverbero e delay (Fig. 3), che consente di disattivare sistematicamente ed in automatico i due suddetti effetti e fa apprezzare persino il semplice sfogliare le patches sotto una diversa luce. Piccolo neo, a nostro avviso, è dato dall’azione dei filtri, francamente un po’ blandi nel confronto con la maggior parte dei synths a sintesi sottrattiva. Ci è piaciuta molto la gestione dell’arpeggiatore e del trance gate, davvero intuitiva, nonché la giusta scelta di dotare entrambe di alcune preimpostazioni richiamabili a piacimento. Insomma, la sensazione che abbiamo da Nexus è quella di una ottima macchina con cambio automatico, un prodotto nato per semplificare la vita e per tutti coloro che necessitano di un risultato in tempi brevi e dal suono davvero convincente. I suoni sono contenuti in banchi per categorie, quali Arpeggios, Basses, Classical (un po’ di suoni pseudo orchestrali provenienti dritti dritti dalle vecchie cartridge), Leads e Pads, Gated, Piano, Fx e Voices. Quasi da subito la Refx ha deciso di inserire anche un buon numero di patches “grezze”, nate per essere modificate sfruttando le sezioni filtri ed effetti. Va segnalato, inoltre, che la Refx ha immediatamente messo in vendita numerose espansioni per il synth (corredo di campioni e patches), nuovi titoli che nel tempo permetteranno di espandere le caratteristiche di base. Le attuali espansioni includono pacchetti di suoni specifici, ad esempio, per generi trance, minimal house o ambient, nonchè banchi di ed altri suoni dedicati.
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Predator: caratteristiche tecniche
Con un interfaccia affollata quanto un autobus nell’ora di punta, Predator (Fig.4) parte da un concetto alquanto semplice (sintesi sottrattiva basata su tre oscillatori) e si spinge assai oltre grazie ad una dotazione di “accessori” da spavento. Proviamo a dirli tutti di un fiato, sperando di non averne tralasciati troppi: filtro con 13 possibilità (LP, HP, BP e Comb), secondo filtro aggiuntivo, inviluppo ADSR sul filtro principale, inviluppo di volume generale, 2 inviluppi flessibili (da destinare ad innumerevoli parametri), 2 LFO, 4 modulatori assegnabili a controllers, sezione FX con 21 effetti usabili tre alla volta, un flessibile arpeggiatore con sequencer, unisono, 3 suboscillatori, preset morphing, altre interessanti funzioni sicuramente non da meno. Insomma, un vero sogno per gli smanettoni della sintesi, un po’ più difficile per coloro che con la materia non hanno dimestichezza. Il menu di selezione dei presets (a nostro avviso forse il neo maggiore del prodotto) è suddiviso tra due tendine, una seleziona il banco e l’altra i preset (Fig.5). Tuttavia questi ultimi risultano divisi a blocchi di circa una trentina ognuno, rendendo il browsing un po’ macchinoso. Recentemente uscito, l’update 1.1 ne migliora un po’ l’uso, lasciando all’utente la possibilità di avere testo di tipo normale al posto del testo Lcd di default, rosso su nero.
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Predator: prova su strada
Calandoci nei panni dell’utilizzatore medio, già in passato abbiamo espresso la nostra preferenza per un giudizio basato utilizzando i presets offerti dalla casa. Diciamo subito che Predator è ufficialmente dichiarato come un synth dal suono “Fat”. Fat, per i non addetti, è un po’ il corrispondente del termine “cool” nel settore dei sintetizzatori, unico mondo in cui “grasso è bello”, ed indica una certa ricchezza e definizione sulle medio basse, unita ad una buona presenza. Predator non delude le attese in questo senso. E’ evidente che il bilanciamento del prodotto è stato orientato a favore di una certa predominanza della componente “bottom”, e ciò non guasta. La qualità degli oscillatori e della sezione effetti è ottima ed il suono è complessivamente di piacevole fattura. Ma, sfogliando le patches, abbiamo la netta sensazione di sfiorare appena il reale potenziale della macchina. I presets offerti, infatti, risultano un po’ semplici e ripetitivi, ed utilizzano “a scartamento ridotto” le ottime possibilità di modulazione. Ovviamente il synth è giovane, quindi c’è da aspettarsi in un prossimo futuro l’uscita di nuovi banchi di presets, magari a cura di nomi come Ian Boddy (posso solo immaginare il risultato di un Predator nelle mani del visionario sound designer) o Xenox Neumann, Bigtone ed altri. I banchi attuali spaziano tra i diversi generi quali Dance, Trance, Hip Hop, Classic Synths ed altro. Particolare attenzione merita la sezione effetti, davvero ricca, ed in particolare il vocoder, che è pilotabile in due modalità ovvero con o senza l’ausilio del MIDI…… Ci puoi aggiungere qualche cosa, tipo che lavora in tempo reale, che si possono importare un file wave (ad esempio un loop di batteria per processarlo sia co i filtri che con il vocoder), lavando in tempo reale possiamo ricreare delle sonorità particolari sulla voce tipo Genesis etc. E’ attualmente uno dei pochissimi synths con questa caratteristica. Molto buona anche l’azione dei filtri, che grazie alle molteplici modulazioni, consentono di realizzare suoni molto dinamici. Le categorie di suoni offerte spaziano dalla dance classica all’ hip hop, con banchi dedicati alla musica ambient ed alcuni costituiti da repliche di suoni “classici” dell’era analogica o prima era digitale. Il banco suoni più riuscito a nostro avviso è quello Ambient, che sfrutta in maniera più approfondita le opportunità di modulazione, filtri ed effetti.
Conclusioni:
Abbiamo di fronte due prodotti davvero interessanti, forse tra i migliori di questo 2007. Interessanti, si, ma davvero differenti per filosofia: per smanettoni ed appassionati del classico suono a sintesi sottrattiva Predator; autentica mecca dei Trance-boys il Nexus. I synth sono, in verità, un perfetto complemento l’uno dell’altro. Avremmo preferito francamente che la Refx avesse lasciato campo più libero alla modifica dei suoni da parte dell’utente, laddove la dotazione di campioni di base sembra di ottima fattura e si sarebbe prestata a costituire uno” starting point” perfetto per la creazione di nuovi suoni. Ottimo l’arpeggiatore, che aggiunge un punticino a questo prodotto. La parte meno convincente di Predator è invece costituita, a nostro avviso, dai presets, troppo ripetitivi e spesso semplici a livelli irritanti. Rob Papen ha recentemente dichiarato che sono in cantiere banchi di suoni a cura di famosi “sound designers”, quindi sospendiamo il giudizio ed aspettiamo. Con tutte le opzioni presenti, tra cui l’over-sampling multimodo, ci aspettiamo notevoli risultati. La presenza nel mix è eccellente in entrambe i casi anche se in modo diverso, con un certo equilibrio nel Nexus ed una forte aggressività sulle medio basse del Predator. I producers che hanno bisogno di trovare il giusto sound per i loro mix in breve tempo, troveranno in Nexus un compagno fedele mentre, per i produttori più orientati verso il sound design, Predator offrirà una piattaforma difficilmente deludente.
Utility Salvastress per Mac
Nonostante gli utenti dei prodotti di Cupertino dormano sonni più tranquilli, ogni tanto la presenza di qualche software essenziale e spesso dedicato ad un solo compito può essere di notevole aiuto piuttosto di controparti più esose in termini di risorse sebbene con maggiori funzionalità. Come già fatto per i sistemi Windows XP , eccovi una breve rassegna di “salvastress” per il vostro Mac.
Se il mondo Windows è zeppo di programmini interessanti, neanche il versante Mac scarseggia. Per gli affezionati della Mela potremmo dire che l’inizio non può essere migliore se non presentando Audio Unit Manager (Fig. 1). Questo programma, liberamente scaricabile dalla pagina della Granted Software (www.grantedsw.com )vi consentirà di decidere quali plugin caricare per uno specifico programma risparmiando, così, tempo e risorse per il vostro lavoro.
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Inoltre avrete così modo di risolvere eventuali conflittualità tra determinati plugin con alcuni software senza dover per forza rimuovere il prodotto problematico. Sempre dallo stesso sito è possibile scaricare altri maneggevoli programmi come Midi Clock (Fig. 2), una semplice ed efficace sorgente di clock MIDI per sincronizzare applicazioni o qualsiasi dispositivo collegato al vostro Mac via MIDI. Degno di nota il fatto che, questo programma, sia stato utilizzato con successo durante il NAMM 2003 per sincronizzare due copie di Reason eseguite su due distinti portatili senza perdere un colpo. Da SNoize (www.snoize.com )possiamo rifornirci di MIDI Monitor (Fig. 3), che ci permette di visualizzare il traffico tra due porte Midi e di applicare dei filtri sui messaggi (così come MidiOX per Windows) in maniera veloce e trasparente. Dallo stesso sviluppatore, inoltre, possiamo scaricare SysEx Librarian (Fig. 4) per poter effettuare le normali operazioni di backup/ripristino/aggiornamento dei sintetizzatori nel nostro studio che sfruttano questo protocollo. Inutile dire che quest’applicazione pare stia diventando una sorta di “standard de facto” presente in ogni Mac dedito alla produzione audio. Personalmente mi è stato utilissimo durante le prove di molti suoni fatte su di un Dave Smith Evolver Desktop, così come per aggiornare i sistemi operativi di altri desktop synthesizers quali Roland JP-8080 o Access Virus. Di questi due software sono disponibili anche i sorgenti in modo da poter eventualmente (avendone le dovute conoscenze tecniche) aggiungere delle migliorie.

Rogue Amoeba (www.rogueamoeba.com) è un altro prolifico produttore software e qui c’è una vera e propria manna dal cielo per i nostri Mac. Iniziamo con il superbo Audio Hijack (Fig. 5), il tool perfetto per poter registrare audio da qualsiasi applicazione che emetta un qualsivoglia suono. Conversazioni di Skype, suoni da giochi e quant’altro può essere catturato in tempo reale e salvato sul proprio disco. Le registrazioni possono anche essere programmate per partire automaticamente, come fosse un videoregistratore, e grazie al supporto AppleScripts è possibile aggiungere nuove funzionalità. Per soli $16 direi che è un affare. Se, invece, avete bisogno di funzionalità speciali come la preparazione di Podcast avanzati, post processo tramite plugin VST/AU/LADSPA o registrare istantaneamente dagli streaming online allora date un occhio alla versione Pro di Audio Hijack. La lista delle possibilità di questo prodotto, che costa poco più di $30, è immensa. Sul sito è presente una sezione “Freebies” per i programmi rilasciati gratuitamente. Degno di segnalzione è SoundSource (Fig. 6), una semplice utility che vi permette di scegliere con un click quale interfaccia usare per l’ingresso audio, quale per l’uscita e quale per i suoni di sistema. Finalmente possiamo dire addio ai fastidiosi avvisi di sistema sparati a decine di dB durante i nostri lavori di mixing.
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In ambito “routing” abbiamo scovato due applicazioni tanto semplici quanto stupende. Dalla blasonata Cycling ’74 (www.cycling74.com), produttrice di Max/MSP, possiamo mettere le mani su SoundFlower (Fig. 7) ovvero una potente estensione di sistema che permette di reindirizzare i flussi audio tra due applicazioni semplicemente selezionando l’interfaccia audio virtuale che il programma crea. La logica di funzionamento è molto simile a quella precedentemente descritta per Midi Yoke ma, in questo caso, applicato ai segnali audio piuttosto dei messaggi Midi.
Restando in ambito Midi, Pete Yandell offre MIDI Patchbay (Fig. 8) che, molto semplicemente, vi permette di smistare i segnali Midi attraverso applicazioni ed interfacce. Il software è liberamente scaricabile dal sito www.pete.yandell.com/software
Per chi fosse sprovvisto di un midi controller segnaliamo MidiKeys (www.manyetas.com/creed/midikeys.html), che permette di utilizzare la tastiera del proprio Mac come un controller MIDI virtuale. I tasti dalla “z” alla “,” sono utilizzati per un intera ottava così come dalla “q” alla “i” e così via per un totale di 8 ottave gestibili da un offset di +/- 4 ottave. Per utilizzarlo vi basta lanciare l’applicazione e poi selezionarlo come Midi Input nel vostro software preferito.
Per gli utenti GarageBand segnaliamo midiO prodotto da RetroWare (www.mysite.verizon.net/retroware), un interessantissimo plugin AU che vi permette di aggiungere il midi out a quest’applicazione, in modo da poter pilotare sintetizzatori esterni.

Mac e non solo:
Questo piccolo paragrafo è dedicato a quegli sviluppatori che non solo ci “regalano” le loro creazioni ma, non contenti, le rendono multipiattaforma.
Su tutti brilla Audacity (www.audacity.sf.net), forse il più famoso sound editor multitraccia open source in circolazione. Molto leggero ed intuitivo (Fig. 9), ci permette di poter effettuare le nostre registrazioni in tempo reale, applicare effetti ed utilizzare plugin VST e LADSPA. Purtroppo i suddetti plugin possono essere utilizzati solo come post-processo e non sembra possibile poterli applicare in tempo reale, come insert ad esempio. L’esportazione in formati ad alta qualità (Wav ed Aiff) è eccellente, così come quella per i formati compressi (Ogg Vorbis ed MP3 tramite LameMP3 encoder). Anche se Audacity offre la registrazione multitraccia, purtroppo è ben lontano dall’usabilità di prodotti pensati esplicitamente per questo scopo. Non sarà certo potente quanto Apple Logic o Cubase, ma questo piccolo gioiello creato dalla comunità per la comunità è destinato a brillare a lungo ed il suo nome scolpito negli annali dei software indispensabili per ogni audiofilo, dal casalingo al professionista.

Per quanto concerne l’analisi audio ecco due ottimi programmi dalle potenzialità disarmanti. Praat (Fig. 10), come Audacity, è anch’esso open source. Ciò significa che abbiamo a disposizione sia i sorgenti che dei binari eseguibili sui più disparati sistemi operativi. Sviluppato da Paul Boersma e David Weenink, dell’Università di Scienze Fonetiche di Amsterdam, questo programma è una sorta di macchina da guerra per la sintesi fonetica, l’analisi e la manipolazione audio. Descriverlo come un semplice analizzatore di spettro sarebbe alquanto riduttivo visto che non basterebbe l’intera rivista per descrivere tutte le funzionalità di questo potente programma. Tra gli strumenti di analisi, oltre quella spettrale, troviamo quella tonale, che ci permette di identificare il “pitch” del materiale audio; quella formante, che ci permette di visualizzare quali sono i picchi che determinano le formanti; analisi di intensità, pattern di eccitazione e tutta un’ampia gamma di altri strumenti che trovano il loro punto di forza nell’analisi vocale. Vi consiglio caldamente di visitare http://www.praat.org per scoprire nel dettaglio l’immenso parco di funzionalità che questo programma ha da offrirvi.

In alternativa c’è Wavesurfer (www.speech.kth.se/wavesurfer/index.html , altro grandioso software open source per la visualizzazione e la manipolazione del suono. Come Praat, anche Wavesurfer (Fig. 11) risulta utilissimo per l’analisi vocale ma, a differenza del software prodotto dai due studiosi dell’Università olandese, ci è risultato di più facile approccio. Una volta aperto il file audio da voler esaminare ci apparirà una finestra con delle configurazioni predefinite. Scegliamo, ad esempio, “Waveform” per una visualizzazione ingrandita della forma d’onda oppure “Speech Anaysis” per visualizzare lo spettro audio con relativa evidenziazione delle formanti. Questo software, personalmente, mi è stato molto utile durante alcuni studi riguardo le sottili differenze tra vari filtri analogici così come nell’analisi dei suoni acustici per ricavarne la risposta di frequenza, indispensabile quando si affronta il duro mondo della sintesi per modelli fisici.
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