Tunnel FX – Missing over you

Giungono a fisica concretezza nel corso del 2008 i lavori di registrazione di Missing Over You, disco d’esordio dei Tunnel FX, che rappresenta la sintesi di un lungo percorso formativo e di autocoscienza, partito dall’emulazione e culminato nell’inedita creazione.

Weakness è il brano cui è affidata la responsabilità di aprire il disco e sin dal suo incipit dichiara senza alcuna remora i numi tutelari degli autori: è evidente il riferimento agli irlandesi U2, tanto nei suoni quanto nell’incedere di armonia e melodia. Lo sviluppo musicale è carico di un valore emotivo teso a rapire l’ascoltatore, in più il crescendo, ben costruito nell’intreccio tra voce e musica, appassiona senza esasperare alcun accento patetico.

Con Mistery, seconda traccia dell’album, l’accento motore della composizione cambia, diviene più tagliente e meno introspettivo; vi si percepisce un maggior compiacimento di natura eminentemente rock. La voce procede in maniera appassionante e parimenti accattivante risulta essere il riff iniziale che ritorna e connota il brano. Tuttavia l’armonia è  senza particolari elementi di originalità. A reazione, rispetto a questo accento stagnante, si pone l’elemento di variazione incastonato nella sezione centrale.

Your Soul by my Side si apre con elementi di rumore affatto originali non particolarmente interessanti; per di più il primo intervento della chitarra ha un suono che sembra sintetico, quasi di plastica. La voce sa avvalersi dell’esperienza dei Planet Funk mentre l’impasto musicale non è estraneo alla tradizione dark anche di ispirazione più pesante. Interessantissimo ed indovinato l’ordito musicale proposto al minuto uno e ventiquattro: quanto alle chitarre, sia nell’intreccio delle acustiche che nell’intervento melodico dell’elettrica, si sentono i Genesis; un elemento pulito e netto cui fa da contraltare il basso, più moderno e vigoroso. Lo sviluppo del pezzo è ben più appassionante del suo incipit. Qualche incertezza nella seconda metà del pezzo circa l’affidabilità della voce; ottima l’atmosfera del finale creata dalle chitarre.

Si percepisce un’atmosfera luminosa e gioiosa nel cominciamento di Talking Back, quarto brano del disco che, nel suo costrutto di accordi e melodia non sa proporre che un risultato di medio interesse: troppo melodico per un disco di questo genere.

Di seguito il nostro ascolto viene allietato da Game Over, brano dalle atmosfere dilatate e di ampio respiro. La voce, quasi incoerente rispetto allo sfondo costruito dagli strumenti, pare muoversi al limite delle proprie possibilità. Si ascoltano gli U2, i Simple Minds, in specie nei suoni cristallini della chitarra; gli occasionali inserti digitali sono di certo indovinati ma un po’ banalizzanti. Il brano non ha una netta personalità e risulta leggermente stancante.

Troppo rarefatti e poco incisivi i suoni che compongo l’inizio di I’ve Seen Enough, pezzo numero sei dell’album, in cui si rileva ancora una volta il profondo legame con la band di Bono Vox. L’andamento, nonostante gli effetti suggestivi e molto indovinati, è troppo manchevole di originalità per risultare accattivante e, purtroppo, la variazione centrale, costruita con suoni digitali e riff chitarristici più cattivi, piuttosto che creare tensione provoca solo straniamento. Il brano non entusiasma.

Red Shoes, settima canzone del disco, ha un inizio che lascia presagire un’apertura di ampio respiro, carica di energia e volume; tuttavia l’evoluzione armonica conduce ad esiti inquietanti inattesi e sottolineati dai power chord della chitarra che diviene più aggressiva e tagliente rispetto al solito suono brillante e trasparente. L’incedere del pezzo, ricco di melodia e di carica ritmica, sa essere estenuante, nonostante il tutto sia molto ben suonato e concepito.

More Than I si apre dipingendoci dinnanzi agli occhi uno scenario di desolazione e gelo, come a descrivere il senso di smarrimento del singolo costretto ad affrontare i paradossi dell’esistenza. Purtroppo, e ribadisco purtroppo, ad un crescendo un po’ fino a se stesso fa seguito una sezione troppo legata agli U2. La connessione con la band irlandese, onnipresente ed innegabile in tutto l’album, conosce qui una certa esasperazione. Le atmosfere sono ben costruite e curate ma troppo poo originali.

Davvero indovinate le chitarre acustiche che sostengono l’inizio della nona canzone, In My Heart, e che, presenti lungo l’intero incedere della melodia, compartecipano ad un costrutto emotivo personale ed appassionato. La musica è senza dubbio centrale, ottimi i suoni ed il loro intrecciarsi; a convincere di meno è la voce, non entusiasmante quanto l’alto livello della parte strumentale.

Il decimo brano del disco, Sweeter, nel suo iniziale incedere ritmico, aggressivo, secco, è praticamente identico a quello che ascoltiamo nell’incipit di Am I Wry No (Mew, “Frangers”, 2003) ma meno incisivo. La voce è troppo presente rispetto alla musica che, come in tutto l’album, è sempre molto ben suonata. Il brano, melodico ed accattivante, ha tutti i connotati del singolo di successo.

Wait for the Sun, intenso undicesimo pezzo dell’album, sembra essere funzionale ad assorbire un certo rilassamento emotivo: perfetto per quel momento che fa seguito ad un episodio rilevante, ad un’esperienza intensa. Si tratta del costrutto musicale che accompagna l’individuo nel suo ritorno verso casa; che fa da cornice all’alba di un nuovo giorno, diverso rispetto al precedente soltanto quanto alla luce negli occhi di chi non dorme mai.

Simile a molti brani della tradizione musicale a cavallo fra gli ottanta ed i novanta è il cantato che apre la traccia numero dodici, Self Assured, cui fa da seguito uno squarcio musicale d’effetto che rammenta molto da vicino Any Other Name, brano del compositore americano di musiche per film T. Newman. L’andamento successivo del pezzo segna una certa stanchezza creativa del gruppo e ricalca senza dubbio la progressione che avevamo già conosciuto con Mistery (brano numero due del disco). La somiglianza con gli U2 diviene a volte  fastidiosa ed alcuni effetti sonori sembrano usati a sproposito.

Originale ed interessante è l’incipit di Miss You brano che, col suo articolarsi pienamente calato nella realtà contemporanea, appiccicato ai tempi moderni di fusione culturale e cosmopolitismo (talvolta perverso nella sua approssimazione), dichiara tutto l’amore dei Tunnel FX per la musica ascoltata e suonata. Ottimo pezzo, bello da ascoltare ed assai piacevole anche perché meno trascinato degli altri suoi fratelli (talvolta troppo tirati per le lunghe).

Intenso ed introspettivo Funny Day, nelle atmosfere rarefatte e ghiacciate, perfettamente costruite da suoni al solito scelti con gusto e senso musicale ricercato, è brano assai connesso a quello che ci ha fatto ascoltare Matt Elliott in dischi come Drinking Songs. Un senso di profonda tristezza con cui si conclude il disco.

Questo album è stato senza dubbio concepito attraverso un grosso lavorio sui suoni, soprattutto nella sezione chitarre e sullo sviluppo dei singoli pezzi; si percepisce la consapevolezza d’uso delle fonti sonore e degli effetti. Tuttavia c’è un costante difetto di durata delle canzoni, spesso lunghe ed in più troppo ricche di momenti diversi che compromettono il carattere peculiare dei singoli pezzi, non più particolari ma simili tra loro.

LA SCHEDA:

Missing Over You

Tunnel FX


Etichetta:
Primula Records

1. Weakness (4:28)
2. Mystery (4:53)
3. Your Soul By My Side (4:35)
4. Talking Back (3:37)
5. Game Over (5:19)
6. I’ve Seen Enough (5:18)
7. Red Shoes (4:18)
8. More Than I (5:15)
9. In My Heart (4:37)
10.Sweeter (4:27)
11. Wait for the Sun (4:14)
12. Self Assured (5:13)
13. Miss You (3:37)
14. Funny Day (6:31)

Big Whiskey & the Groo Groux King

Risale al 9 giugno 2009 l’uscita di Big Whiskey & the Groo Groux King, settimo disco in studio realizzato dalla Dave Matthews Band, formazione statunitense che nella fusione di tradizioni, correnti, radici culturali e musicali ha il suo fulcro ispiratore. Nel titolo, originale ed accattivante, si può leggere l’omaggio a LeRoi Moore, sassofonista del gruppo che, prematuramente scomparso nell’agosto 2008 per via di complicazioni seguite ad un fatale incidente, era soprannominato proprio King.

bigwiIl disco si propone all’ascolto di chi lo avvicina accarezzandolo con iniziali e vellutate suggestioni di ispirazione jazz che, sostenute da un tappeto di vigorose percussioni, creano un tensivo crescendo verso la seconda traccia, “Shake me Like a Monkey” che, fusa a “Grux“, la prima, è sospinta da un poderoso motore, secco, aggressivo, propulsivo, energico: un vero e proprio funk-rock che impone al sangue nelle vene di scorrere veloce. Una costruzione ritmica ed armonica nei confronti della quale l’indifferenza, a chi ascolta, è senza dubbio interdetta. Melodia, sezione ritmica muscolare ed intensa con associati cambi e passaggi dal sapore decisamente “progressive“.

Il terzo brano è staccato dai precedenti, vuole essere un discorso a parte: singolo di successo del disco, “Funny the way it is” è brano emozionante, appassionato, che solleva chi l’ascolta dalla realtà terrena verso alte vette di ispirazione. La melodia della voce è fantastica, davvero lirica e piena di sentimento e traina lo sviluppo del pezzo verso imprevedibili cambi ritmici carichi di un vigore del tutto rock. La presenza vasta e prepotente degli strumenti, la batteria secca ed assai presente, rischiano di creare una certa pesantezza all’ascolto ma il brano affascina e crea il bisogno di essere riascoltato.

Lying in the Hands of God” è la traccia numero 4 che, con echi di un vicino oriente mescolati ad una batteria sempre secca e decisa, parla in maniera diretta al cuore di chi la ascolti, con squarci di autentica effusione patetica; l’ascoltatore viene cullato e distratto dalle sue piccolezze di ogni giorno che lo rendono “solo” umano.

Why I Am“, il quinto pezzo del disco, reagisce a quello che lo precede, con un piglio più aggressivo ed incalzante. Un andamento non originale, una melodia indovinata ma per nulla innovativa, costruiscono un brano sempre di ottima qualità ma che di certo non è provvisto delle caratteristiche dell’imperituro classico; almeno sino all’imprevedibile minuto numero due, quando con forza la musica si impone alla memoria di chi ascolta. Non il momento migliore del disco.

Dive In” è la traccia numero 6, accattivante ed assai orecchiabile ma pericolosamente vicina a qualcosa di familiare; un andamento cauto, sino alla variazione che, ispirata e lirica verso le vette più alte, continua a propiziare titoli di merito in favore di questa straordinaria formazione musicale. Gli squarci più intensamente sentimentali, con una melodia chitarristica sognante eppure asciutta, parlano in modo quasi ingenuo a chi ascolta e sanno commuovere.

Una pausa e poi “Spaceman“, un brano, il settimo, che ha un approccio differente, maturo, lontano dalle adolescenziali pulsioni sentimentali-emotive peculiari del rock più aggressivo ed esasperato. Taglio maturo che prosegue con “Squirm“, pezzo dall’andamento sospettoso, che evoca l’atmosfera dell’indagine, del dubbio, dell’inquietudine dell’uomo che è in attesa di sapere, consumato dalla paura di essere l’unico ingenuo, inconsapevole agnello tra lupi.

L’atmosfera della traccia 9 evoca il sud degli Stati Uniti d’America:” l’incipit di Alligator Pie” sembra proprio essere un omaggio palese alla realtà della campagna, dello strumento acustico a corda, della terra; elementi che compongono l’affresco del rodeo, dei duri cowboy. Ma interviene, a sorprendere l’ascoltatore, la variazione melodica che, incastonata in un contesto aggressivo, secco ed incongruente, resta nelle orecchie e rende tutto il brano assai più piacevole da ascoltare.

Seven“, decimo brano, ha un inizio duro ed aggressivo cui fa da contraltare unavoce in falsetto assai sottile, quasi incoerente; sino ad uno sviluppo ossessivo, ritmico, sincopato. Il brano ha accenti impressionistici di differenza: la varietà di colori, propria dell’abito di Arlecchino, è l’immagine che può rendere l’idea di queste differenti eppure armoniche ispirazioni.

Con “Time Bomb” arriviamo al pezzo numero 11, ormai un po’ appesantiti dalla ricchezza musicale del disco che, vario e sorretto da tanti strumenti, affatica l’ascoltatore. L’iniziale evocazione dell’ordigno esplosivo lascia spazio ad un’atmosfera che ricorda i Dire Straits sino ad un esito pienamente rock, nell’aggressività musicale e con la voce urlata.

Explicit” che in maniera ossimorica anticipa ed introduce “Baby Blue“, brano di intensa ispirazione sentimentale che, carezzevole e morbido, con la sua armonia appassionante e misurata costringe nuovamente l’ascoltatore a mostrare ammirazione per la band di Dave Matthews. Gruppo che sa tramutare in intercambiabili tasselli di un infinito mosaico gli accenti delle più diverse tradizioni e dei più vari generi musicali.

La carezzevole conclusione di “Baby Blue” prepara il terreno a “You & Me“, brano sentimentale dalla melodia sincera, vera, ispirata, ma un po’ troppo prevedibile: lo sviluppo del brano, che potrebbe portare a qualsiasi esito, purtroppo si arena su assai ovvi lidi. Al minuto 4.53 c’è però un imprevedibile inserto musicale tra il jazz, il funk ed un morbido “progressive“, del tutto incongruo con la presunta traccia conclusiva del disco: un elemento straniante che introduce a due brani bonus.

Il primo, “Write a Song“, davvero intenso ed originale: orecchiabile eppure potente lascia esprimere la DMB nel modo che meglio gli riesce. Per non parlare poi di “Corn Bread“, la seconda canzone “regalo”: l’approccio, in tutto e per tutto metropolitano, americano, pienamente statunitense, è piacevole, deciso, aggressivo eppure melodico. La band dà qui ulteriore prova di ottimo gusto ed enorme maturità compositiva e musicale. Il disco si conclude quasi all’improvviso ma la sensazione è quella di una firma, come a dire “…questo è quello che siamo capaci di fare; vi sembra poco?”. In una realtà musicale stagnante, nostalgica di un passato figlio dei fiori, schiava della propria versione visibile e lontana dalle sue più sincere vesti (se non nelle crepe dell’indipendenza), questo disco non può che meritarsi un ricco 8.

Dave-Matthews-Band-

LA SCHEDA:

Big Whiskey & the Groo Groux King

Dave Matthews Band

Etichetta: Bama Rags Recordings

1. Grux (1:11)
2. Shake me like a monkey (4:00)
3. Funny the way it is (4:26)
4. Lying in the hands of God (5:13)
5. Why I am (3:53)
6. Dive in (4:26)
7. Spaceman (4:08)
8. Squirm (5:32)
9. Alligator pie (3:59)
10. Seven (4:17)
11. Time bomb (3:59)
12. Baby blue (3:41)
13. You & me (5:41)

http://www.davematthewsband.com

East West – Quantum Leap: Ministry of Rock


Ci sono software che, appena si utilizzano, hanno un impatto a dir poco “magico” per il musicista, altri invece necessitano di una certa frequentazione prima che scocchi il colpo di fulmine. In quest’articolo ci occuperemo del secondo caso e per farlo mi sono rivolto a due bravi musicisti/compositori di estrazione musicale diversa, ma entrambi con un’anima rock: Alessando Pescetelli e Luca Thomas d’Agiout, insieme ai quali vi presento uno degli ultimi nati di casa East West: Ministry of Rock (d’ora in avanti, semplicemente MoR).

Ministry of Rock – MoR è, tra le quattro librerie di “esordio” del nuovo player della East West denominato “Play” (Fig. 1), quella dedicata a suoni di carattere rock ed in qualche modo prosegue la tradizione della casa che già ha visto titoli illustri dedicati al genere come Hardcore Bass. Prodotta dal guru dei plug-in strumentali Nick Phoenix con la collaborazione di Rhys Moody, Pierre Martin e Ashif “Kingidiot” Hakik, copre le tre sezioni elettive del genere rock moderno, vale a dire chitarra, batteria e basso elettrico, sfruttando bene le potenzialità offerte dal nuovo Play con round robin, selettore di canale e keyswitching.

Installazione su 3 sistemi operativi:

L’operazione da DVD è relativamente semplice se si seguono le indicazioni alla lettera, specialmente se consideriamo la presenza della chiave hardware iLok. La libreria occupa all’incirca 20 gigabytes su disco. Come sempre, è vivamente consigliabile l’utilizzo di un hard disk secondario, da 7200 RPM e possibilmente di grande capacità, al fine di ottimizzare le risorse del sistema ed avere uno spazio dedicato esclusivamente alle ingombranti librerie di campioni. L’installazione della libreria è stata effettuata su un disco esterno da 320 Gb, collegato alla porta firewire della DAW basata su CPU Intel Core2 Duo a 2.6 GHz e 4 Gb di RAM. Nonostante io utilizzi con soddisfazione Windows XP ottimizzato per Digital Audio Workstations (anche se ritengo che parlare di soddisfazione in ambiente Microsoft sia un po’ eccessivo), ho pensato, insieme ai miei amici, che fosse interessante ed utile effettuare il test di MoR anche su di una DAW con il nuovo sistema operativo Vista e su Linux. La Workstation con Vista e Linux ha le stesse identiche caratteristiche dell’altra con XP. Il procedimento di installazione della libreria sotto Vista è andato via liscio senza alcun problema, ad un certo punto mi è stato chiesto di disabilitare il controllo sull’account (il famoso UAC, la nuova funzionalità di protezione di Vista) per poter continuare l’installazione. Vorrei segnalare, ad onore del vero, che tale funzionalità è presente in Linux da tempo immemorabile e lì funziona veramente bene.

Tips: riguardo il processo di installazione, mettete in conto di dover riavviare la DAW dopo aver disabilitato l’UAC. Ad installazione terminata, vi sarà chiesto di autorizzare il prodotto tramite la chiave hardware iLock; se state utilizzando Vista o Linux, ovviamente ricordate di scaricare i drivers aggiornati.

“Play”: il nuovo motore.

Abbandonata la collaborazione con Native Instruments, per ragioni non specificate (probabilmente un mix di motivazioni tecniche ed economiche), la East West nelle figure dei due patron Doug Rogers e Nick Phoenix (Fig. 2) ha avviato, alcuni mesi or sono, la progettazione e realizzazione di un proprio player di campioni. Il risultato è Play, VSTi dalle caratteristiche interessanti sulla carta ma che non è stato esente da problemi, specialmente nel suo primo anno di vita. Aspetto che anche a noi non ha concesso di essere tempestivi, come volevamo, nel presentare un corretto test del prodotto. Le caratteristiche più interessanti del nuovo software sono, oltre alla possibilità di round robin e di keyswitch (oramai presenti nella maggior parte dei prodotti in commercio), un interessante, anche se molto avido di risorse, riverbero ad impulsi (alcuni dei quali basati sul famoso Cello Studio recentemente acquistato dalla East West), un sistema di modulazione (per la generazione di chorus/flanger) ed un filtro sottrattivo. Forse l’aspetto più interessante del nuovo sistema è la possibilità di attivare o no qualsiasi parte della patch caricata, al fine di ridurre l’utilizzo di memoria. Ad esempio, è possibile evitare di caricare in Ram, nel caso di un kit di batteria, quei pezzi che non saranno usati nel brano che state registrando, oppure di utilizzare un completo kit di basso con “keyswitch”, ma evitando di caricare i campioni per quei key non usati. Dato l’ingente consumo di memoria di campioni corposi come quelli di MoR, quest’ultima funzione è un vero e proprio toccasana per i computer non proprio superdotati. Naturalmente, essendo un player, non è possibile caricare file audio esterni e neppure importarne. Finalmente, dopo un primo periodo di rodaggio, possiamo affermare che Play, grazie all’ultimo aggiornamento (sia per OS Microsoft a 32 e 64 bit, che per Mac OS X) rilasciato il 28 febbraio, è stabile sia in ambiente Mac che Windows (XP e Vista).

Ultim’ora: il 2 aprile scorso è stato rilasciato un altro aggiornamento del sistema Play alla versione 1.0.0.56. Tra gli aspetti più rilevanti troviamo il supporto al formato RTAS di Pro Tools. Per ulteriori info vai a questo link (http://www.soundsonline.com/updates.php).

Sezione Batterie:

Le batterie per i conoscitori delle produzioni di Nick Phoenix, le batterie sono praticamente una garanzia. MoR porta con sé un bagaglio di quattro kit: Ayotte (Fig.3), Black, Ludwig ed Octaplus. Il numero limitato di kit, soprattutto se comparato con quelli presenti in Colossus, libreria meno specializzata di MoR, non deve però ingannare. Il numero e la varietà di generi coperti da questi kits è sufficiente per la maggior parte delle aspettative e l’assortimento è pensato bene, con una strizzata d’occhio al modern rock, new punk e l’inevitabile nu metal. Il suono è davvero attuale, bilanciato ottimamente e pronto all’uso. Sono presenti round robin praticamente per tutti i suoni. Grazie al sistema di gestione dei singoli layers di Play è possibile attivare o disattivare determinati componenti del kit, ad esempio per risparmiare memoria, oppure modificare il singolo volume senza problemi, laddove il mix offerto di default non dovesse risultare utile. Il numero di cymbals ed articolazioni aggiuntive cambia secondo il kit, ma in media sono presenti una cassa, due rullanti ed un ghost/flame, un sidestick, quattro tom e tre cymbals, tra crash, splash e china. In alcuni kit, come il Black, sono presenti anche dei flame per i tom. Il nostro kit favorito è stato proprio Black, per il fatto che offre una sonorità un po’ meno battuta in altre librerie. Un’altra interessante possibilità che vale la pena menzionare è quella di creare kit “ibridi” utilizzando componenti singoli dei già citati kits. Con il gestore di “layers” è davvero semplice, basta attivare/disattivare un rullante al posto di un altro ed il gioco è fatto.

Sezione  Bassi:

I Bassi Due Fender, cinque corde e P-Bass, Kubiki (Fig.4), Musicman e Specter (Fig.5) sono i cinque bassi in dotazione alla libreria. Ancora una volta, in piena tradizione Hardcore Bass, il suono è attuale e pieno e la “botta” sulle basse frequenze è assicurata. Tutti i bassi, ad eccezione del Musicman , sono offerti in Keyswitch e le articolazioni sono generalmente un paio di sustain (pick round robin e fingered), quindi staccati, slides ed effetti, secondo il basso caricato. Oltre alla versione keyswitched è offerta anche solo l’articolazione sustain principale sotto la voce “elements”. Il round robin è presente, ed anche in questo caso è possibile disattivarlo e scaricarlo dalla memoria. Una caratteristica di sicura importanza è la presenza, per quattro dei cinque bassi presenti, di una registrazione stereo, che ha utilizzato due differenti rigs per canale, Ampeg SVT e Ashdown. Con il selettore di canale del player, quindi, è possibile scegliere anche il “rig” che meglio suona per il brano, con una buona iniezione di flessibilità.

Le chitarre:

In una libreria del genere non potevano mancare tonnellate di chitarre, suonate e registrate in tutti i modi: riffs, licks, frasi intere, in configurazioni a doppio ampli, effettate, distorte e pulite. Le chitarre sono quelle che ti aspetti dai Masters of Rock: Fender Telecaster, Fender Stratocaster (Fig.6), Gibson Les Paul (Fig.7), Ibanez Universe 7 (Fig.8), PRS guitars, registrate attraverso ampli Marshall, Fender, Bogner, Vox & Budda (Fig.9). Anche se qui troviamo tutti i più classici modelli di chitarre utilizzate nel Rock, sarei stato molto felice se fosse stata inclusa una mia passione di sempre: la Fender Mustang (Fig.10), una chitarra che ha dato molto spesso la sua voce nel rock (vi dice niente Cobain dei Nirvana?), incluso il punk, la new wave, il grunge e molti altri generi dagli anni 80 in poi. Le chitarre sono state registrate con grande maestria e si collocano nei mix in modo equilibrato, senza dover ricorrere a stratagemmi sulla dinamica: questo vuol dire che il materiale è buono già di partenza. La “suonabilità” è buona, anche grazie ai “keyswitch”, tuttavia non possiamo fare a meno di notare come il round robin non sia così presente come vorremmo, a volte creando un po’ di effetto “fake”. Si nota, in particolare, sugli accordi della Gibson acustica, che se suonati ad una certa velocità non suonano particolarmente realistici. Molto divertenti le registrazioni (spesso mono, ma non fatevi ingannare) della Strat in configurazioni particolari per il punk, lo ska ed altri generi musicali non molto battuti dalle altre librerie in commercio. Volendo tirare un parallelo con uno dei nostri prodotti favoriti, la Real Strat di Musiclab (Fig.11), si potrebbe dire che non c’è storia sul fronte del timbro, nettamente a favore di MoR, ma probabilmente l’usabilità del virtual instrument russo è decisamente maggiore, quando si parla di ritmica. L’integrazione di più “round robins” e magari di un player per le ritmiche potrebbero essere spunti per futuri aggiornamenti.

Sezione Effetti:

La sezione “effetti in tempo reale” è comoda e suona bene, anche se, come per Fab Four, lo splendido riverbero a convoluzione obbliga la CPU ad un superlavoro: ciò può risultare sopportabile da una macchina Dual Core (la quale ha di fatto una doppia CPU), ma diventa imbarazzante con processori Pentium IV o Pentium M. Ci piace cogliere l’occasione, inoltre, per segnalare qui brevemente alcuni multi processori/simulatori di ampli che vale la pena provare abbinati alle chitarre e ai bassi di MoR. Il primo è sicuramente il Guitar Rig di Native Instruments, un classico oramai, una sorta di studio virtuale dove provare infinite combinazioni di effetti, preamplificatori, finali e quant’altro. Altri prodotti di tutto interesse, dal nostro punto di vista, sono il Revalver MKII di Alien Connection, particolarmente apprezzato dalla comunità di chitarristi per i suoi toni di distorsione ed il Flying Haggis di Db Audioware, singolare pre/ampi con pedaliera multi effetto virtuale dal suono molto grezzo ed efficace, in particolare per sonorità blues. Per ultimo vale la pena di citare un sorprendente freeware (solo PC), Freeamp 3 , davvero fornito di tutti i comfort e che vi consigliamo di provare assolutamente. MoR è in grado di dare il meglio di sé con i kits di batterie, nel campionamento dei quali la Quantum Leap eccelle da tempi non sospetti. Oltre all’ottima qualità dei campionamenti, quel che impressiona è l’enorme scelta. Anche per quanto riguarda le chitarre ci troviamo di fronte ad una disponibilità timbrica imponente e soprattutto estremamente differenziata; infatti, le varie combinazioni tra chitarre ed amplificatori, passando per il potente processore effetti, ci permette di ottenere ogni tipologia di sound chitarristico, sia “clean” che distorto. Tutto ciò è reso più semplice dal fatto che nella libreria sono presenti chitarre che hanno fatto la storia del Rock, le quali hanno tutte una “voce” caratteristica. Infatti, chi confonderebbe una Strato con una Les Paul od una Universe? L’interfaccia utente è ben fatta e finalmente stabile, grazie agli ultimi aggiornamenti software di PLAY. Ottima la scelta della casa di rivolgersi anche agli utenti Linux, sperando che altre società si affianchino a questa nuova realtà che sta prendendo sempre più piede. Partendo dal concetto che nel Rock convergono una miriade di generi musicali, a volte anche piuttosto diversi l’uno dall’altro, come ad esempio il Punk, la New Wave, il Dark ed il Progressive, tra i campionamenti si sente la mancanza di strumenti meno tipici: perché non inserire una Mustang o una Jaguar tra le chitarre, uno Stick tra i bassi e magari un kit elettroacustico tra le batterie? L’ottimo riverbero a convoluzione richiede troppe risorse in termini di CPU e si rischia di non poterlo utilizzare a meno che non si disponga di una DAW Hi-End. Nonostante i vari aggiornamenti messi a disposizione della East West si riscontrano ancora alcuni problemi, specialmente in Sonar, dove alcuni crash sono ancora presenti. In generale, comunque, il prodotto ha acquisito, nel corso del tempo, molta affidabilità e promette bene per il futuro. Siamo in contatto diretto con il produttore e ci è stato comunicato che presto il bug sarà definitivamente risolto. Speriamo inoltre in una versione aggiornata che funzioni sotto Leopard. Come accennato ad inizio articolo, MoR richiede un minimo di conoscenza per coglierne al meglio gli aspetti e gli utilizzi migliori per diversi generi musicali. In questo senso, ecco un paio di consigli per sperimentare un po’ il prodotto. Il primo è quello di non fermarsi assolutamente alle configurazioni di effetto di default. Un esempio per tutti è dato dalla Telecaster Clean che è fornita con un riverbero ed una sezione di chorus/modulazione davvero “molto” carica. Se spegnete entrambe avrete il classico timbro tagliente della Tele da passare in un simulatore di ampli come Guitar Rig o similari. La stessa prova consigliamo di farla con tutte le patch: provate a spegnere tutti gli effetti/filtri e cominciate da zero. Il secondo consiglio riguarda l’uso del selettore di canale (al centro in alto nell’interfaccia). Tramite il menu avrete la possibilità di conoscere le diverse modalità con cui un certo suono è stato registrato, utilizzando il canale stereo oppure uno dei due canali mono. Questo, ad esempio, è molto interessante quando applicato alle chitarre distorte come la Ibanez, in quanto i due canali offrono sia il segnale distorto che quello clean. Sarà possibile, pertanto, provare sia il set di distorsione offerto dalla East West in fase di registrazione, sia un eventuale multi effetto software che avete a disposizione.

IK Multimedia: Sample Moog

In questo articolo si parlerà di sinonimi – ovvero quando il brand identifica il prodotto. Sarà retorica, ma pochi marchi nella storia sono stati identificati con lo stesso concetto di sintetizzatore e, senza alcun dubbio, Moog è il principe tra essi. Alla IK Multimedia lo sanno bene, per cui, in un mercato in cui i contendenti se le danno di santa ragione a suon di ricerca sonora, vera o presunta, riscoprono l’ovvio, con i seguenti ingredienti: una maxi collection di campioni dal più famoso produttore di sintetizzatori ed il solido engine di SampleTank. Così è nato il primo e forse più completo ROMpler dedicato al Moog.

Campioni e simulazioni

Di una cosa siamo lieti nello scrivere il presente articolo: non saremo costretti all’estenuante diatriba, che di solito si associa ai virtual synths in commercio che simulano prodotti Moog (Fig.1) (Arturia, Minimonsta e svariati prodotti minori), su quanto l’emulazione sia fedele all’originale. Qui siamo in presenza dell’originale. Infatti, i campioni sono direttamente provenienti da ben 16 sintetizzatori Moog e non esiste alcun tentativo di replicare la circuitazione interna. Pertanto, le valutazioni sul realismo della timbrica sono fuori luogo.

Tuttavia va specificato che il campione è una forma statica, “cristallizzata”, del suono di un sintetizzatore: vale a dire che offre l’immagine di un solo momento della sua vita, il che, soprattutto in presenza di synths analogici, è un limite innegabile. Un altro limite è legato al fatto che i campioni, in quanto immagine statica, non portano con sé alcuna informazione timbro-dinamica, né possibilità di interazione legata al famosissimo filtro Moog, che vanta così numerosi tentativi di imitazione. Però il timbro è sicuramente quello prodotto dalla macchina originale. Con SampleMoog abbiamo una palette sonora di 4 GB di campioni comprendente ben 14 strumenti (Fig.2), concepiti quasi tutti tra il 1970 e il 1982, fra cui il MiniMoog Model D, il ModularMoog55, il PolyMoog, ed ancora Taurus1, Prodigy, Vocoder, Concertmate MG-1, Rogue, Source e MemoryMoog. Ci sono praticamente tutti gli strumenti prodotti da questo prestigioso marchio che ha caratterizzato e rivoluzionato le produzioni musicali di quegli anni, influenzando un po’ tutti i generi, dal rock di Keith Emerson (Fig.3) al funky di George Benson e George Duke fino alla fusion di Chick Corea. Il tutto racchiuso in un motore che comprende 2 LFO, 2 generatori di inviluppo, 2 oscillatori, controlli di cut off e risonanza, tutti di ottima fattura ed in grado di rendere completo questo VSTi.

Cenni storici

Se si parla delle origini del Moog, ovvero dei suoi primi utilizzi, non si può non citare Wendy (Walter) Carlos e il suo disco “Switched-on Bach”, nonché la famosissima “Pop-corn”, per arrivare poi a bomba agli anni settanta con artisti del calibro di Stevie Wonder, Keith Emerson, Jan Hammer, Tangerine Dreams ed il gruppo feticcio per eccellenza nel campo dei sintetizzatori, i mitici Kraftwerk. L’elenco sarebbe davvero proibitivo in quanto praticamente quasi ogni gruppo ha usato prima o poi una “spruzzata” di Moog nella sua musica. Per i lettori incalliti rimandiamo a Wikipedia ed alla relativa pagina dedicata.

L’interfaccia

SampleMoog si presenta con l’interfaccia opportunamente modificata di SampleTank (Fig.4), il campionatore della casa modenese. La “skin” utilizzata è ovviamente di sapore “vintage”, ma le funzionalità sono le stesse della versione “full”. E qui il discorso si fa interessante perché, nonostante alcuni limiti irrisolti quali l’assenza di “disk streaming” o di Round Robin, il SampleTank è un solido prodotto capace di buone elaborazioni su campioni di base. Filtri, modulazioni, LFO, inviluppi ed una sezione effetti decisamente potente dispiegano alle nostre orecchie infinite possibilità sonore, soprattutto se combiniamo questi fattori con i 1.700 suoni inclusi nel ROMpler: roba da mal di testa! La “skin” utilizza, a dire il vero, un cromatismo un po’ difficile in lettura, con due gradazioni di rosso stile vecchi display. Forse avremmo preferito una scelta meno stilistica e più efficace. Un altro piccolo neo da segnalare è l’impossibilità di scorrere i campionamenti utilizzando frecce, laddove è necessario invece usare il mouse per qualsiasi selezione/caricamento.

I sintetizzatori coinvolti ed il suono

Come accennato in precedenza, il SampleMoog offre campionamenti da ben 16 sintetizzatori, a partire dal MiniMoog fino al recente Little Phatty (Fig.5), passando per il PolyMoog, il Modular Moog e tanti altri prodotti di storico successo. La prima impressione che abbiamo, caricando i sample, è la buona scelta di base per i volumi e l’equalizzazione dei suoni. Il suono risulta presente abbastanza da evitarci lavori sul canale (a cui troppe volte siamo costretti con altri prodotti) e ricco in frequenza. Lo diciamo con una certa soddisfazione anche perché il SampleTank non è rinomato per la sua voce tonante e in più di un’occasione abbiamo trovato i suoni programmati e suonati da questo campionatore un po’ spenti. La scelta dei suoni campionati, stavolta, è a nostro avviso molto riuscita, alternando suoni classici con “patches“ più fruibili anche in contesti non “vintage”, ossia modern dance, trance e house. Oltre ai numerosissimi “multisamples“, raggruppati in singoli “Preset”, il SampleMoog esce dalla fabbrica con un buon bagaglio di “Combi”, ovvero combinazioni di singoli preset (fino ad un massimo di 16) processati dalla sezione effetti. In altre parole, immaginate di avere 1700 campionamenti da combinare a piacimento nei 16 slot a disposizione, per comprendere il potenziale di un singolo Combi. Quelli offerti di “default” sono di buona fattura, anche se non eccellono per fantasia, ma in generale ci si può aspettare che la comunità di utenti produca in futuro numerose aggiunte, come avvenuto, ad esempio, per SonicSynth 2 (Fig.6).

Nei “multisamples” sono presenti suoni che passano per il filtro interno al sintetizzatore, con diversi livelli di apertura. Per capirci, nella selezione si è cercato di fornire campionamenti con il “cutoff” in posizioni diverse, da molto chiari a molto scuri. Ovviamente, per una mera questione di logica, i suoni campionati con il filtro chiuso non saranno processabili ulteriormente con un filtro di SampleTank. Infatti, trattandosi di sintesi sottrattiva, il filtro chiuso ha in partenza sottratto una porzione dello spettro di frequenza, che non è più recuperabile. Non ha senso, perciò, ridurlo ulteriormente. Con i suoni a filtro aperto, tuttavia, è possibile applicare il filtro LPF (Filtro Passa Basso) di SampleTank e provare a giocare un po’ per creare “swells” e quant’altro.  Cogliamo l’occasione per bacchettare la IK Multimedia sulla gestione, a dir poco macchinosa, dell’assegnazione di controllers esterni sui knobs, operazione che passa per più di una schermata e svariati movimenti di mouse. Non ci spieghiamo, in tal senso, per quale ragione non sia stata prevista una classica mappatura almeno sui filtri LPF (magari con il controller numero 74 fisso sul Cutoff) in modo da permettere all’utente di giocare con il filtro appena il suono è caricato. A compensare questa mancanza, tuttavia, corrono in aiuto le mappature “Macro” con le quali i knob presenti nell’apposita sezione sono assegnati a controller fissi, consentendo pertando di pilotare Cutoff e Resonance: da tener presente comunque che vengono usati numeri di controller non usualmente assegnati a filtro, il che potrebbe costringere ad una riprogrammazione degli hardware controllers se quest’ultimi, com’è prassi dei produttori, sono mappati di default su CC74 (Cutoff) e CC71 (Resonance). Per aggirare questo inconveniente, può valere la pena di inserire nella chain, in cui si trova il SampleMoog, un filtro esterno (come ad esempio il magnifico FabFilter Volcano – Fig.7) e lasciarlo fisso (e mappato) per tutto il tempo dell’esplorazione.

La sezione effetti

Il player SampleTank esce, anche nella sua versione SampleMoog, con una dotazione di effetti davvero interessante. Ce n’è davvero per tutti i gusti: modulazioni, chorus, phaser, flanger, distorsioni, cabinet simulator, bit crusher, rotary e molti altri effetti. Onestamente, tutti di buona fattura. Gli effetti sono combinabili in misura di 4 per strumento (nei combi sono caricabili fino a 16 strumenti, assegnabili a 16 canali midi). Se poi possedete il Sampletank avete la possibilità anche di sfruttare i canali Send e Master con ulteriori effetti. Anche l’utente meno esperto di processing può davvero divertirsi applicando combinazioni di effetti casuali sui numerosi timbri SampleMoog. Tra l’altro la natura spesso lineare dei suoni (il più delle volte è dato da oscillatori, filtro e poco altro) si adatta benissimo ad ulteriori elaborazioni. E’ gradevole notare quanto il SampleTank sia praticamente trasparente alla CPU, per cui si possono caricare numerosi suoni senza appesantire in alcun modo il carico sul processore del computer. In più, se siete possessori del SampleTank 2.5 versione full, potrete utilizzare la libreria del SampleMoog combinata, ad esempio, con quella del SampleTron, di Sonic Synth 2, dei numerosi “group buys” di Dave Kerzner (patron di Sonik Reality) od addirittura del Miroslav Philharmonik (Fig.8). Il tutto a creare dei “mostruosi” multi ibridi di sicuro divertimento ed effetto sonoro: una possibilità che consiglio di esplorare, una vera manna per smanettoni e semplici utenti in vena di sperimentazioni. Riguardo alle macchine usate durante il test, sono state impiegate due postazioni PC simili tra loro dal punto di vista della configurazione, ma con interfacce audio/MIDI differenti. Di seguito l’elenco: CPU Pentium 4 da 3,6 GHz; RAM 2 Gb; HD da 7.200 RPM con 16 mega di cache; Sistema Operativo Windows XP; Schede audio: RME Fireface 800, Echo AudioFire 4; Monitor: ADAM P11A, KRK VXT 6, Dynaudio BM15; Sequencer: Cubase 4.5, Sonar 7; Controller esterno: Novation  ReMOTE SL 61, CME VX70.

Sistema richiesto Microsoft Window

Minimi: Pentium 1GHZ / Athlon XP 1.33 Ghz; 512 MB RAM; Window XP / Vista o Successivi Formati supportati VST, RTAS

Raccomandati: Pentium 2.4Ghz / Athlon XP 2:4 Ghz 1 GB di RAM

Sistema Richiesto APPLE MAC INTEL

Minimi: 1.5 Ghz Intel Core Solo Processor; 512 MB di RAM Mac OSX 10.4.4 o Superiore Formati supportati: VST, Audio Units, RTAS

Raccomandati:
1.66 Intel Core Duo processor; 1 GB di RAM

Conclusioni

Dobbiamo dire che nel complesso siamo rimasti ben impressionati dal pool di campioni offerti. La scelta è di tutto rispetto e le timbriche suonano ricche. Volendo dare un’indicazione per chi si avvicina a questo tipo di strumento, definiremmo il SampleMoog come un tool per “arrangiatori elettronici”. Infatti, al contrario di molti prodotti presenti sul mercato, il programma non offre “patches“ elaborate con modulazioni/sequencing in grado di agire autonomamente per minuti interi grazie a qualche diavoleria algoritmica. Niente di tutto questo. Per ottenere il meglio dal SampleMoog dovete calarvi nei panni degli arrangiatori che per anni hanno utilizzato questi suoni in spettacolari successi di livello mondiale ed arrangiare le parti in modo da sfruttarne il suono magico, ma lasciando che sia la musica ad offrire modulazioni e spunti. Insomma, se siete tipi da “schiaccio un tasto e mi ritrovo un pezzo finito” tenetevi lontani da SampleMoog. Se invece provate gusto nell’arrangiare musica elettronica, di qualsiasi stile si tratti, lo consigliamo senza esitazione, non foss’altro per il valore storico e la completezza dell’offerta. Di seguito alcune demo audio realizzate da Mistheria, che ci ha gentilmente concesso anche la possibilità di pubblicare un frammento del suo “Theme from MY DEAR CHOPIN” che potete ascoltare nel primo brano “Led Lead”.

Pro

Sicuramente possiamo citare il suono di buona presenza, le modulazioni e gli effetti offerti da SampleTank. La possibilità di creare nuove multi apre inesplorati scenari per smanettoni o semplici appassionati pronti a mixare suoni di epoche diverse in una sola patch. Il divertimento è assicurato.

Contro

Il più rilevante è la mancata mappatura di partenza dei filtri e la procedura macchinosa di assegnazione, soprattutto se ripetuta per gli oltre 1700 suoni inclusi. Invitiamo sinceramente la IK Multimedia a fornire, magari in download, una versione aggiornata della libreria, con la mappatura già effettuata almeno per il filtro 1. Il display più contrastato e la navigazione per frecce sarebbero anche graditi, ma sono di minore rilevanza.

Extra

Non dimentichiamo che questi synth venivano suonati con tecniche particolari in quanto erano mono e poi registrati su outboard analogici. Un ascolto dei brani dell’epoca è vivamente consigliato per spunti ed idee sul migliore utilizzo dei suoni. Un altro suggerimento che possiamo offrire è quello di “scaldare” il mix per offrire un piglio più analogico, mediante qualcuno dei numerosi plug-ins in circolazione, warmers e distorsori di segnale.