Ritorno alle origini – Modulari (I Parte)
Il sintetizzatore modulare, bestia dall’alta potenza e flessibilità, è stato per anni uno strumento ambito da molti e posseduto da pochi. Dopo il boom degli strumenti digitali e virtuali, questa fenice sembra essere rinata, assetata di riscatto, quasi come volesse rinfacciare cosa ci siamo persi nel giro di una trentina d’anni. Pensate che all’apice della new-romantic age il synth modulare era divenuto sinonimo di scomodità, il digitale infatti non solo evitava tutta una serie di problematiche proprie degli strumenti analogici ma apriva la strada ad una nuova serie di possibilità espressive, inimmaginabili in tempi remoti. La possibilità di immagazzinare patch in una locazione di memoria, senza che fosse più necessario collegare e scollegare dei cavi, la capacità di emulare strumenti acustici in maniera più raffinata mediante la tecnica del campionamento, i vantaggi in termini di prezzo per tastiere sempre più potenti e comode al trasporto, sono solo alcuni dei fattori che hanno portato gli arcaici modulari ad una fase di “quiescenza”. Ma allora perché ripensare modulare? Quali sono le esigenze di un ritorno alle origini? Perché dopo circa tre lustri, costellati d’innovazioni e peripezie tecnologiche, ci si ritrova ancora affascinati da mammuth dell’elettronica? Vale davvero la pena oggi acquistare un modulare? .
Storia dei modulari:
Siamo a cavallo degli anni ’60. Vede la luce il primo LP in vinile dei Beatles, Martin Luther King pronuncia il suo famoso discorso “I have a dream” ed i “transistors” fanno la loro comparsa nel mondo dell’elettronica. In un periodo storico così importante, dove profondi cambiamenti vibravano nell’aria, non poteva che esserci una rivoluzione anche in ambito musicale. Fu in quell’epoca che due personaggi, allora non molto conosciuti ai più, iniziarono a sviluppare nuovi concetti relativi alla generazione del suono: Robert Moog e Don Buchla. Robert Moog, che già vide un primo successo all’inizio degli anni ’60 grazie alla pubblicazione di un articolo sul Theremin (Fig.1) ed alla vendita dei suoi “kit” per una costruzione “fai da te”, sviluppò dei sistemi basati su moduli transistorizzati, applicando gli studi del progettista tedesco Harald Bode. Questi primi sistemi furono realizzati verso la prima metà degli anni ’60 e progettati con l’aiuto dei compositori Herbert Deutsch e Walter (Wendy) Carlos; fu proprio il successo dell’album “Switched on Bach”, di Carlos, che fece divenire il nome Moog sinonimo di sintetizzatore, successivamente furono artisti del calibro di Keith Emerson (Fig. 2) e Rick Wakeman a rafforzare la fama dei prodotti realizzati dalla R.A. Moog Corporation. Don Buchla invece, iniziò a sviluppare i suoi sistemi come metodi per “semplificare” la creazione di musica concreta. Questo tipo di musica, per chi ne fosse all’oscuro, è un pò come l’antenato della moderna musica elettronica. Suoni naturali e rumori venivano registrati su nastro, tagliati, processati, distorti e riassemblati, un processo insomma davvero lungo e tedioso. Il primo risultato degli sforzi di Don Buchla fu la Serie 100, lo stesso “design” di questo sistema era completamente dedicato alla sperimentazione; gli strumenti erano dotati di tastiere conduttive al tatto, ed ogni tasto era liberamente accordabile. Che io sappia, i Buchla (Fig. 3) sono stati i primi apparecchi a poter effettuare un “micro-tuning”, inoltre, contrariamente ai sistemi Moog, offrivano delle forme d’onda molto più complesse rispetto alle classiche Sine, Square, Saw, Triangle. Sia i Buchla che i Moog, fornivano al musicista la possibilità di poter creare i propri suoni, timbri totalmente nuovi, fantascientifici, spaziali, insomma si trattava di un nuovo concetto di strumenti dalle infinite, o quasi, possibilità timbriche. Fu così che si aprì una nuova pagina della storia della musica grazie al contributo di numerosi artisti, tra i quali George Harrison, Klaus Shulze, Tomita, Tangerine Dream, Sun Ra, Stevie Wonder, Vangelis, Giorgio Moroder. Furono loro a dare le basi a quella che più tardi sarebbe stata chiamata, forse con poca fantasia, “New-age”. 
Il ritorno (Think Modular):
Come preannunciato, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo ritorno alle origini. In controtendenza all’invasione degli strumenti virtuali, si è avuto un improvviso e sospirato ritorno sul mercato di strumenti totalmente analogici, sistemi modulari inclusi. Stesse sensazioni della vecchia scuola, con giungle di cavi, manopole, oscillatori da tarare e niente memorie, anche se c’è da dire che si tratta sempre di prodotti realizzati con componentistica moderna. Probabilmente gli amanti del “vintage” storceranno il naso ma, fidatevi, questi sistemi non sono da meno rispetto ai colossi del passato e molti mantengono la stessa espressività e sonorità, anzi, in alcuni casi è possibile avvertire qualche sfumatura in più rispetto alle controparti di vecchia data. Dobbiamo questo ritorno a piccole e medie aziende che, nel corso degli anni, hanno trasformato una semplice nicchia d’appassionati in una grande fetta di utenti, entusiasmati dalla possibilità di avere sottomano strumenti con cuore analogico, potenti, affidabili e versatili. I nuovi “retro-pionieri” portano il nome di PAIA, Synthesis Technology (conosciuto anche come MOTM) e Doepfer. PAIA e Synthesis Technology sono diventati “famosi” per i loro “kits”, l’appassionato poteva ordinare circuiti stampati già pronti, con componenti da saldare, e realizzava, pian piano, il suo piccolo sistemino modulare. Sebbene presente sul mercato da molti anni, il nome di Dieter Doepfer venne alla ribalta quando realizzò, con la collaborazione dei Kraftwerk, il “sequencer” analogico MAQ16/3 (Fig. 4); successo che venne replicato con la realizzazione di un sintetizzatore monofonico a rack, MS-404 , che riproduceva (anche se non ufficialmente dichiarato) le timbriche del Roland TB-303 con qualche steroide in più; ne furono pianificate un centinaio di unità ma, con grande sorpresa, si ebbero ordini che superarono le cinquencento unità nei soli primi due mesi dal lancio del prodotto. Nel 1995 poi, Doepfer annunciava la sua prima serie di sistemi modulari: l’A-100; una architettura che poteva contare su oltre ottanta moduli in formato “rack” standard da 19″, utilizzabili con comunissimi cavi jack da 3.5mm, anche in questo caso il successo pubblico fu immediato. Nomi eccellenti adottarono questo sistema nel loro parco macchine. Nomi del calibro di Kraftwerk,Nine Inch Nails ed Hans Zimmer.
Queste storie di successo hanno portato alla nascita di nuove aziende, così come un virus, la mania del modulare si è gradualmente espansa fino a giungere all’’inizio del nuovo millennio con un numero di case produttrici aumentato considerevolmente. Tra i nomi più influenti possiamo trovare Synthesizers.com (moduli quasi identici, per forma e timbriche, ai gloriosi sistemi Moog e compatibili), Analog Systems, Analogue Solutions, Blacet, Livewire e molti altri.
Sistemi Modulari:
In molti sintetizzatori, il percorso del segnale è prestabilito all’interno della macchina, ciò oltre a semplificare la personalizzazione delle sonorità regala una maggiore compattezza e trasportabilità allo strumento. Ovviamente, come accade per qualsiasi filosofia “obbligata”, ad essere penalizzate sono le potenzialità timbriche della macchina soprattutto se questa è analogica. I sistemi modulari utilizzano un approccio differente, lasciando all’utente pieno arbitrio sul flusso del segnale. Questo permette di ottenere una gamma di suoni altrimenti irrealizzabili con i sintetizzatori a moduli integrati. Se si considera che in qualsiasi momento è possibile modificare ed espandere l’architettura, è evidente che le possibilità timbriche diventino pressochè infinite.
Certo al primo sguardo, un bel modulare zeppo di cavi e manopole (Fig.5) può ispirare caos o terrore, in fondo però si tratta di un semplice senso di smarrimento ingiustificato, un comune atteggiamento umano verso qualcosa che appare estraneo alle proprie esperienze. Avete mai giocato coi Lego o col Meccano? Stessa semplicità, logicità e versatilità. Ogni modulo ha una sua specifica funzione ed interagisce con gli altri tramite cavi. Lavorare su un modulare è didatticamente esaltante, solo in questo modo diventa veramente “tangibile” la logica dei meccanismi di sintesi, vedrete che una volta compresi i concetti base su oscillatori inviluppi e filtri, sarà molto più semplice e intuitivo operare su qualsiasi altro sintetizzatore. Eppure molti utenti evitano questo tipo di sistemi, o peggio non li considerano affatto, lo noto spesso sui forum, proprio quando qualcuno chiede suggerimenti in materia di acquisti squisitamente “analogici”; il solito consiglio “standard” pone l’accento su questo o quello strumento “vintage”, ignorando del tutto l’esistenza di modulari o analogici moderni. Come tutti i sistemi, anche i modulari hanno vantaggi e lacune ed è proprio da queste ultime che vorrei partire. In “primis”, dimenticatevi la comodità dei “presets”. Avrete a che fare con manopole e cavi, lunghi tempi di programmazione e annotazioni su carta. La tediosità e l’ingombro sono la croce e la delizia di un modulare. A ciò si aggiunge l’alta soglia del prezzo di “ingresso”, ossia lo svuotamento minimo del portafoglio per “hardware” che permetta di far suonare almeno una nota, di sicuro una valida ragione per desistere da un acquisto del genere. A conti fatti verrà naturale chiedervi se vale la pena spendere quella cifra per una manciata di moduli che, da soli, sembrano non andare oltre a quello che un Roland SH-201 potrebbe fare molto più velocemente, oppure comperarsi un bel preconfezionato cinese pieno di lucine ad effetto lisergico. Eppure gente che spende cifre abbastanza alte per accaparrarsi i grandi nomi del passato esiste e, spesso e volentieri, lo fa solo in omaggio al prestigio del marchio. A questo punto mi chiedo, ma a che serve spendere oltre €1.000 per un Roland TB-303? Va bene, il 303 ha quel suono che per molti è inimitabile ma il discorso finisce irrimediabilmente lì. Fatta eccezione del caso dell’artista che per le proprie produzioni ha necessariamente bisogno di “quel” determinato timbro, è importante considerare che con quella somma si può acquistare un “rack” Doepfer (Fig. 6) che ha molte più potenzialità da offrire. Personalmente non sono avvezzo, in questo momento, a suggerimenti o consigli su marche specifiche, è mia intenzione,con questa serie di articoli, essere guida alla riscoperta di ciò che ha dato inizio al tutto, divenire la miccia che riaccenderà i vostri animi al fascino della programmazione modulare, sfatando nel contempo il mito della macchina “vintage”, perfetta, la “stele di rosetta” dei nostri sogni. In realtà esistono già tantissimi sistemi sul mercato che suonano davvero bene, magari disponendo solo di un oscillatore e un sub oscillatore, ma quello che qualifica un “synth”, indipendentemente dalle specifiche tecniche, è la grana sonora. Il mio intento sarà quello di mettervi in condizione di scegliere l’hardware, non in base al numero di filtri, oscillatori e tipologia di sintesi, ma in base alla personalità e alla grana sonora. Come dicevamo, a differenza dei sintetizzatori tradizionali, i modulari sono espandibili, ed ogni nuovo modulo aumenta esponenzialmente le combinazioni timbriche a vostra disposizione. Nonostante il prezzo iniziale per un sistema modulare possa sembrare elevato, l’aggiunta di nuovi moduli fa si che questo approccio si riveli nel tempo economicamente più vantaggioso rispetto all’acquisto di più sintetizzatori. Vi ricordo inoltre che, non essendo con sistemi modulari obbligati a un percorso prestabilito, possiamo esplorare nuove combinazioni soniche in tempo reale. Molto spesso i moduli di differenti produttori sono fisicamente ed elettronicamente compatibili tra loro (Fig. 7), dandovi la possibilità di non esser legati ad un solo produttore per il vostro sistema. Inoltre, considerando che quasi la totalità dei sistemi analogici lavora con “scaling” di 1V/Oct, potrete interconnettere differenti sistemi tra loro per creare timbri ancora più complessi. Un altro enorme vantaggio sta nella manutenzione di queste apparecchiature. E’ molto più facile ed economico riparare o sostituire un singolo modulo che un’intera piastra di un canonico sintetizzatore, gli utenti che hanno un po’ di dimestichezza con l’elettronica potranno benissimo provvedere da soli visto che, molto spesso, gli schemi ed i componenti di moderna produzione sono facilmente reperibili. Ricordatevi che i modulari possono divenire peggio di una droga… si inizia con un sistema piccolo per poi piano piano crescere fino a mostruosi abomini, date un’occhiata a questo stupendo sistema Serge del Twelft Root Studio (Fig. 8) composto da ben 12 pannelli Serge incastonati in una struttura d’alluminio dalle forme futuristiche, oppure a questo bellissimo sistema Modcan di Drew Neumann (Fig. 9) composto da oltre una quarantina di moduli.
Se proprio volete vedere il massimo, vi consiglio di dare un occhio alle PARETI di modulari presenti nello studio di Hans Zimmer, pensate che solo il Roland System 100m di sua proprietà misura oltre 7m diviso in varie colonne. Spaventoso! Ma perché dovremmo spendere oggi una cifra così consistente per un sistema “vintage” quando il mercato odierno ci offre una grande varietà di opzioni? Seguiteci e, magari, lo scoprirete….
Perchè un modulare analogico?
La maggior parte dei modulari lavora con la sintesi sottrattiva, presentando spesso gli stessi parametri ed oscillatori rinvenibili in una controparte digitale; accade spesso che pur ricopiando i parametri su un clone digitale, solo alcuni suoni restano convincenti, altri restano inimitabili, con un alone mistico così particolare che non si riesce neppure lontanamente a trasmettere quel tipo di sensazione. Ma si tratta di suggestione o gli strumenti analogici, modulari compresi, hanno quella inspiegabile “magia” che li rende così particolari e ricercati?
Restando in tema modulari, c’è da dire che qui non si tratta solo di “essere analogico”, come se questo bastasse “tout court “a creare un gran suono. La differenza è data anche dalla disposizione del disegno del circuito elettrico che caratterizza il sistema con timbri unici. Al variare di alcuni componenti, anche nello stesso “design” del circuito elettrico, può variare sensibilmente il risultato timbrico. Vi faccio un esempio con uno dei filtri più conosciuti in assoluto: il Moog Lowpass. Questo particolare filtro è conosciuto anche come “Transistor Ladder Filter”, per via della figura a “scala” formata dalla disposizione dei “transistors” rappresentati sulle schematiche. E’ uno dei filtri passabasso più semplici da realizzare eppure, dopo averne provati diversi, ognuno di loro ha un timbro differente. Il filtro sul Minimoog Model D suona in un certo modo, lo stesso filtro presente sui primi ARP2600 suona in maniera differente, stesso fenomeno anche quando lo si applica sul modulo A-120 del Doepfer (Fig. 10). E’ interessante notare non tanto le subdole differenze presenti all’apertura del filtro, ma il comportamento del “Resonance” e le sfaccettature timbriche prodotte quando questo è portato a valori alti, parlo della classica fase di auto-oscillazione del filtro (Fig.11). Lo stesso dicasi anche per gli oscillatori, per gli inviluppi, ogni modulo avrà un suo proprio comportamento e, di conseguenza, una propria resa timbrica. Ricordatevi, poi, che trattandosi di circuitazioni analogiche, atte sia a generare che a manipolare il suono, il deterioramento dei componenti può interferire sul risultato finale, a differenza di quanto accade invece nei sistemi digitali dove il codice macchina agisce in un dominio dai confini prefissati, in “secula seculorum”. Da qui è comprensibile perché ogni macchina sia dotata di un timbro unico, di piccole sfumature caratteriali, alla stregua di un singolo “individuo” tra la folla dei tanti. Lavorare con un modulare significa avere un’intensa sensazione di controllo fisico sul suono. Spostare i cavi, muovere le manopole ed interruttori può sembrare poco entusiasmante ma, una volta provato, diviene una mania di cui non si può fare più a meno. Bisogna far mente locale che, con i modulari analogici si lavora tramite il controllo dei voltaggi quindi, a differenza dei sistemi digitali, non ci sono “steps”; quando si varia un valore, non esistono risoluzioni delle manopole, nè convertitori che possano influenzare la resa del suono. I “volts” viaggiano fluidamente, come linfa vitale attraverso i circuiti ed i cavi dando vita alla nostra creatura elettronica. Possiamo plasmare il suono a nostro piacimento, esplorando nuovi confini fin dove la nostra immaginazione (e le nostre tasche) lo permettono. Un rapido esempio potrebbe essere l’uso inconsueto di un sequencer collegato in modo da controllare l’attacco di un inviluppo oppure l’invio di voltaggi al controllo della frequenza di un oscillatore che esegue FM su di un altro oscillatore… e molto altro ancora. Vi basti sapere che ci sono dei moduli che, normalmente, non troveremo mai su di un sintetizzatore classico: filtri con più punti di risonanza, generatori di “slope” variabile che possono svolgere funzioni multiple (Fig. 12) (da piccoli oscillatori da un ottava, lfo, filtro, glide.. tutto in un modulo), filtri valvolari, modificatori complessi che vanno ben oltre i soliti LFO. Purtroppo come sempre lo spazio è tiranno e questo singolo articolo forse basta solo a farvi vedere la punta di quel grande iceberg che è il mondo dei modulari. Per i successivi approfondimenti dovrete pazientare… alla prossima puntata.

Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi www.progsounds.com per aver collaborato alla stesura dell’articolo.
Ritorno alle origini – Polivoks (II parte)

Il marchio:
Il Polivoks () è un sintetizzatore analogico duofonico realizzato nell’USSR durante i primi anni ‘80. Per duofonico si intende la possibilità di poter suonare due note contemporaneamente assegnando ad ogni nota una delle due voci disponibili nella macchina. Questo sintetizzatore è stato progettato da un team, guidato da Vladimir Kuzmin presso la Ural Vector Company creata dalla Formanta Radio Plant. Conosciuto anche con i nomi di “Polyvoks” o “Polyvox” è generalmente tradotto in Polivoks. Questo strumento, come tanti altri del periodo, è stato concepito per offrire ai musicisti sovietici i medesimi timbri e colori di cui potevano già usufruire altri musicisti stranieri. Non dovrebbe fare meraviglia che, a quell’epoca, molti prodotti esteri non venivano ammessi per l’importazione nella Repubblica Socialista. Per stessa ammissione del suo progettista, il Polivoks è stato concepito come alternativa al Minimoog puntando ad una simile struttura sia nel percorso audio che nei segnali di controllo. Rispetto al Minimoog ci sono tante sostanziali differenze: la presenza di due oscillatori (contro i tre del Minimoog), di un filtro a due modi (Lowpass ed Highpass), di un LFO dedicato e della duofonia. Altra cosa importante è che il Polivoks ha inaugurato l’era dei sintetizzatori in terra Sovietica. Prima di allora, infatti, l’unico strumento elettronico”sperimentale” disponibile pare sia stato il Theremin. Si stimano circa 30.000 unità prodotte in totale dagli stabilimenti Formanta.
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Come si presenta:
Lo strumento a prima vista si presentacome una piccola valigia da viaggio (fig.2), di quelle che usavano gli emigrati per andare a lavorare all’estero. Una volta aperto il contenitore in alluminio, rivestito con una vernice nera, ci ritroviamo davanti ad un unità davvero strana per le macchine dell’epoca. L’intero chassis dello strumento, così come le manopole e gli switches, sono realizzati in plastica e ricordano, sardonicamente, le mollette con cui abitualmente stendiamo il vestiario (fig.3). La tastiera è dotata di 49 tasti (Fa-Mi)ed al tatto sembra fragilissima. Finora non mi era mai capitato di toccare dei tasti talmente leggeri al punto di avere seriamente paura di romperli. Da notare l’assenza di modulatori fisici come pitch wheel e modulation wheel. Il pannello di controllo è totalmente in cirillico, ma fortunatamente in rete si trovano delle ottime traduzioni. La macchina è dotata di due oscillatori con forme d’onda selezionabili tra Triangle, Sawtooth, Square e due tipi di Pulse, entrambi sono intonabili nel range di 5 ottave, un’altra manopola inoltre ci permette una accordatura più precisa di questi. È presente un Noise Generator, un LFO con varie forme d’onda (tra cui un Sample&Hold) e due inviluppi ADSR, uno per il filtro ed uno per l’amplificazione. Una peculiarità di questi inviluppi consiste nel poter selezionare la modalità “auto trigger”, ognuno con “rate” indipendenti. Quello che accade, una volta spostato lo switch in quella posizione, è che l’inviluppo riparte automaticamente una volta raggiunto l’ultimo stadio. Il pannello ha in totale 31 manopole e 6 switches. Sul retro della macchina sono presenti due input jack da 1/4” e due ingressi DIN a 5 poli (stile MIDI, standard all’epoca nell’Unione Sovietica) probabilmente adibiti al controllo del filtro e dell’audio in (fig.4).
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Il filtro:
Trovo molto importante spendere qualche parola a favore del filtro presente sul Polivoks visto che lo reputo uno dei più particolari tra i tanti a cui abbia mai prestato orecchio. Iniziamo col descriverne le caratteristiche basilari: fornisce un Lowpass 2 poli 12db ed un Highpass. Stranamente sulle traduzioni del pannello reperibili in rete si fa riferimento ad un Bandpass, ma l’orecchio non tradisce e ciò che si può ascoltare è il tipico taglio di un Highpass. Il filtro ha un timbro caldo che, man mano, diventa molto aggressivo. Nei test che ho potuto effettuare mi sono accorto di una particolarità che rende il suono di questo sintetizzatore graffiante e violento: man mano che si aumenta il Resonance, il suono diviene sempre più cattivo ed aspro. L’auto-oscillazione del filtro non è simile a nessuno di quelli che ho avuto il piacere di ascoltare fino ad ora. L’influenza degli oscillatori sulla centratura del filtro diviene sempre più evidente man mano che ci si avvicina alla soglia di auto-oscillazione (fig.5). Il risultato è un suono che, parola mia, lo sentirete sin dentro le gengive. Rassomiglia vagamente alla violenza ottenibile mescolando le risonanze dei due filtri presenti sul Korg MS-20, con quella punta sui medi molto caratteristica. Altrettanto stranamente, se si azzerano i volumi degli oscillatori e si utilizza il Noise come fonte sonora, il filtro andrà in auto-oscillazione in maniera più netta generando il tipico sinusoide. A differenza di molti analogici, che usano una combinazione di condensatori con resistenze variabili, il cuore del filtro è composto semplicemente da un paio di amplificatori operazionali a bassa potenza. Dando uno sguardo alla schematica sembrerebbe, a primo acchitto, un classico filtro a stato variabile (SVF) ma con una sostanziale differenza: la totale assenza di condensatori. Le modulazioni di voltaggio sono applicate ad un pin dell’integrato, per aumentare o ridurre la “banda di guadagno” dell’operazionale. In questo modo esso agisce come un elemento RC (Resistenza+Condensatore) variabile nel tempo. Realizzarne un clone, quindi, divieneestremamente semplice ed economico (fig.6).

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Come suona:
Come accennato in precedenza, il Polivoks ha un carattere davvero unico legato soprattutto a com’è stato progettato e realizzato il filtro. Fortunatamente, neanche gli oscillatori scherzano in quanto a carattere. Suonano molto “buzzy”, un po’ come quelli dell’Andromeda A6, ed in coppia riescono a dare quella grana sonora tanto adorata dai patiti del vintage. Una volta memorizzate le locazioni dei vari componenti, diventa semplicissimo programmarlo da pannello senza usufruire della traduzione. Il singolo LFO riesce a fornire delle interessanti modulazioni soprattutto quando viene selezionata la forma d’onda casuale (che all’orecchio suona come un Sample&Hold). Bello l’effetto ottenibile applicando la suddetta forma d’onda come modulazione del filtro. Unite questo al retrigger automatico degli inviluppi ed otterrete delle timbriche uniche. I suoni di basso sono sempre ben presenti e corposi, ma differenti dalle sonorità classiche che conosciamo dei Moog e del classico TB303 della Roland, ma non per questo meno affascinanti. Altrettanto interessanti risultano essere i leads: è possibile ottenere sonorità graffianti facendo buon uso delle modalità disponibili nel filtro. Gli smanettoni, troveranno intrigante la possibilità di programmare pads e drones con risultati molto positivi, ottenendo timbriche complesse e mai musicalmente inutili. Altrettanto intrigante è la possibilità di poter processare segnali audio esterni attraverso il filtro dello strumento. Immaginate come potrebbero suonare dei buoni drumloops attraverso il rude Lowpass del Polivoks (fig.7), oppure come risulterebbe la vostra stessa voce processata e scolpita dai graffianti filtri dello strumento. Non spaventatevi voi puristi del suono, a volte queste alchimie hanno portato a creare il “suono” che ha decretato il grande successo di un pezzo. Chi non ricorda la voce processata di Cher mentre canta “Believe” oppure i brass volutamente falsi di “Jump” dei Van Hallen? Da amante del vintage non posso far altro che guardare, con gli occhi della mente, la situazione che mi si presenta davanti, catapultato nella fredda Russia isolata dal mondo; deve essere stata una grande manna dal cielo per i musicisti sovietici poter disporre di un sintetizzatore su cui sperimentare nuove sonorità alla pari dei i loro colleghi d’oltre oceano. Esplorare ogni singola manopola, ogni salto d’ottava, tutte le sfumature e le modulazioni possibili cercando la combinazione adatta per la nostra creatività, sono sensazioni che restano invariate nel tempo e che, fortunatamente, possiamo tutt’oggi provare sulla nostra pelle. Al giorno d’oggi un synth del genere sarebbe considerato limitato, troppo costoso rispetto a quello che offre e di difficile manutenzione. Eppure tanti strumenti simili continuano a presentare una certa appetibilità di mercato nonostante non siano più prodotti da anni. Dal Polivoks in poi, per il settore dei sintetizzatori in patria sovietica, è stata tutta una strada in salita. Tornando al presente c’è da considerare che, inspiegabilmente, oggi questi nomi sono finiti quasi nel dimenticatoio e solo una piccola nicchia di appassionati riesce ad affiancare il Polivoks, ad altre glorie dell’epoca come i prodotti Moog, Roland, Korg e via dicendo. Tornando al nostro discorso, c’è da dire che, nonostante le evidenti limitazioni di una macchina d’epoca, i risultati ottenibili sono molto soddisfacenti. Non oso immaginare una versione con più polifonia, in modo da poter creare delle sonorità di pad completamente diverse da quelle a cui ormai siamo abituati da anni sui dischi di ogni genere. Magari noteremmo una sonorità meno calda ed avvolgente rispetto ad un Jupiter 8 o al famoso Preset G7 di archi analogici del MKS 70, meno graffiante di un OB8, ma vi assicuro che la macchina ha una pasta sonora tale, che farebbe mangiare la polvere a molti dei synth più blasonati. Sfortunatamente invece su questo strumento abbiamo a disposizione solo due voci di polifonia che, una volta attivate, rendono il suono molto meno aggressivo e corposo. Anche se la macchina sovrabbonda di controlli rotativi, la mancanza di controller, già standard per l’epoca, si sente eccome, soprattutto per il “pitch bend”, davvero non riesco a capire né il motivo tecnico né quello commerciale di una simile scelta. Girovagando per la rete, in cerca di informazioni, mi sono imbattuto casualmente in una curiosa versione software di questo gioiello. Noi di CM2 abbiamo esplorato questo piccolo satellite, in cerca di una nuova linfa vitale per la stella analogica dell’Est.
Polivoks Station VSTi:
Dal sito (http://vst.smtp.ru/Polyvoks.htm) è possibile scaricare un’emulazione VST freeware del Polivoks (fig.8) realizzata tramite SynthEdit. La mia curiosità viene catturata dalle parole dell’autore che, sulla pagina del prodotto, dichiara un grado d’emulazione pari al 96%, del suono originario. Inoltre sono presenti delle aggiunte quali polifonia, uno stereo delay, un phaser e forme d’onda aggiuntive. Non indugio oltre e scarico il piccolo file da mettere sotto stress. L’interfaccia è molto simile a quella del vero Polivoks, con l’aggiunta di nuove sezioni dedicate alle nuove funzionalità precedentemente elencatevi. Il programma è fornito di una libreria di 35 presets (fig.9). Ne provo subito qualcuno e noto con dispiacere che è praticamente identico a qualsiasi suono ottenibile assemblando i moduli standard di SynthEdit. Non mi lascio sconfiggere dalla prima impressione e provo a programmare qualche nuovo timbro partendo dalla patch di “init”, usando due forme d’onda a dente di sega e modulando il filtro. Niente da fare. Purtroppo questo prodotto, sebbene graficamente ben presentato, ha ben poco a che vedere con la macchina originale. Se poi dobbiamo considerare che le funzioni aggiunte superano di gran lunga quelle “emulate” possiamo dire che del Polivoks, qui, abbiamo solo il nome. Questa è, a mio avviso, la dimostrazione che l’emulazione di un sintetizzatore del passato non si può ottenere semplicemente ricostruendo il percorso del segnale audio. Serve un grande studio del comportamento della macchina, delle imperfezioni negli oscillatori, della riposta del filtro e di tutte quelle particolarità che uno strumento d’annata possiede e neanche in questi casi un’emulazione riesce ad ottenere la spinta e l’headroom dell’originale. Mi sento, però, di dare all’autore il merito di aver fatto conoscere questo synth a chi ne era del tutto estraneo. Grazie a questa piccola nicchia di appassionati oggigiorno possiamo scovare delle autentiche chicche che, altrimenti, finirebbero nel limbo degli strumenti perduti.
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Conclusioni:
Ritorniamo alla navicella spaziale (fig.10). Mentre il mio amico collaboratore Luca Capozzi è intento a preparare delle demo audio con i campioni del Polivoks, sia versione hardware che software, io rifletto su questa nuova esperienza e su questi due prodotti così simili, quanto a tipologia di percorso audio, ma così diversi nella loro natura. Non voglio aprire sul mio giornale di bordo un capitolo “è meglio utilizzare l’hardware o il software?”, non avrebbe senso, ma rifletto su come alcuni strumenti interessanti come il Polivoks restino ancora completamente sconosciuti alla maggior parte dell’utenza. Un tale fenomeno era di sicuro giustificabile qualche anno addietro, le autostrade telematiche non erano ancora state aperte e informazioni su prodotti specifici quali un sintetizzatore erano di difficile reperibilità, a meno che non si disponesse di una residenza invernale nell’ex URSS. Oggigiorno, invece, grazie ad una comunità sempre crescente di appassionati, abbiamo l’opportunità di riscoprire vecchi gioielli siano essi quasar di rara potenza, come i pochi EMS Synth 100 reperibili nel mondo, sia delle piccole e lucenti comete come l’oggetto meta del nostro viaggio. Il primo pilota mi chiama è ora di partire, L.Capozzi ha appena finito di preparare le sue demo mentre le invia telematicamente in redazione, mi appresto a tracciare una nuova rotta per il prossimo viaggio nella sterminata galassia degli strumenti analogici. Cosa ci aspetterà? Riprenderemo la strada dei modulari smarrita, oppure continueremo questo viaggio nel passato alla ricerca di nuovi synth? Seguiteci e lo saprete.
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Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine. Si ringrazia il sig.re Luca Capozzi www.progsounds.com per aver collaborato alla stesura dell’articolo.
Roland – SH-201
Ci sono momenti in cui si avverte la voglia incontrollabile di un ritorno alle origini. Forse il fenomeno trova radici nell’esigenza di ritrovare sé stessi, un po’ come a voler fare i conti con la propria identità, specie quando il contesto esterno, di cui si è parte integrante, comincia a denunciare caratteristiche di caoticità o di monotonia. Ci sono molte cose che getteremmo via volentieri se solo non temessimo che qualcun altro le raccogliesse; ma ciò che di sicuro non getteremmo mai sono le cose più semplici, quelle che ci hanno dato maggiori sicurezze e su cui abbiamo forgiato i nostri modi di essere. Ecco, in poche righe abbiamo esposto il ragionamento che forse sarà ronzato nella mente dei boss della “R” grande, fino al punto da concepire una macchina che spezza le ali all’attuale trend, quello del “dev’essere piccolo, luminoso e fare tante cose, poco importa se per pigiare i tasti mi ci vuole lo stuzzicadenti”. Ladies & Gentleman… l’anarchia del design, l’estemporaneità degli ideali, la novità del vecchio, Signori e Signore… Roland SH-201!
Back to the roots
Finalmente una tastiera per tutti, per grandi e per piccini, per veterani e per principianti, uno strumento che va contro le consuetudini odierne in fatto di sintetizzatori, una macchina che rompe le regole del mercato creandosi una sua collocazione univoca e nuova. Il Roland SH-201 (Fig.1) è un piccolo sintetizzatore Virtual Analog da 49 tasti e dal peso di appena 5,1 Kg, che costa pochissimo ed è tanto semplice quanto potente.
Il nome si ispira ad una vecchia serie anni ’80 della Roland (Fig.2), fra cui SH-101, SH-1, SH-2, ecc., ma non pretende di esserne un successore. La grafica del pannello richiama i colori e le sembianze future-retrò dei vecchi Juno, ma non è un’imitazione. SH-201 è un concetto vecchio riproposto in chiave moderna, ripreso con astuzia per rimettere al passo una generazione di nuovi tastieristi fin troppo abituati a luminosissimi e spaziosissimi display LCD touch screen, dotati di migliaia di bellissimi presets che fanno dimenticare l’esistenza del tasto “EDIT”. SH-201 è pubblicizzato come uno strumento “entry-level”, cioè fatto apposta per il principiante, per chi si avvicina per la prima volta alla sintesi ed ha voglia di impararne i trucchi e i segreti. Ed effettivamente, se diamo uno sguardo approfondito al disegno del pannello, notiamo quanto sia volutamente “didattica” la disposizione delle sezioni, comprese le freccette che indicano il percorso del segnale. Tuttavia non dobbiamo farci ingannare da questa presentazione e non dobbiamo assolutamente escludere l’idea che il piccolo SH non possa essere parte di un set-up professionale. Ciò che ha da offrire va ben oltre le aspettative di chi si ferma a leggere depliant e brochures.
Prime impressioni
A guardarlo in foto sembra uno strumento massiccio, fatto quasi interamente in metallo, mentre invece è tutta plastica! Ora vi domanderete se questo è un punto a favore o a sfavore: io vi dico che è una cosa ottima perché è tosto come una pietra ma al contempo leggerissimo tanto da poterlo indossare come cappello, o anche appeso al collo come cravatta! I tasti sembrano “giocattolosi” e apparentemente più piccoli di quelli di una workstation professionale: in realtà sono solo leggermente più corti e la larghezza è quella tradizionale, il tocco è leggerissimo e consente di fare fraseggi veloci senza il minimo sforzo. E’ un synth, non vi aspettavate mica una tastiera pesata? I pomelli in stile boombox Aiwa degli anni ’80 sembrano fatti di alluminio, invece sono di plastica anch’essi, ma hanno dei movimenti molto fluidi e sono ben ancorati ai potenziometri. Ovviamente l’alimentatore è esterno. Insomma, in questo strumento tutto ciò che si tocca con mano è l’opposto di quello che sembra in foto, infatti se sulla pubblicità sembra un synth “entry-level” in braccio a Jordan Rudess, quando lo si tocca con mano si scopre che dentro c’è ben altro. Sul retro (Fig.3) troviamo le uscite audio su connettori TS, gli ingressi su connettori RCA, uscita cuffie, presa USB, presa pedale, porte MIDI, interruttore di accensione e nient’altro, quasi a voler dimostrare che tutto ciò che serve per divertirsi è già lì a portata di mano. E ora fermi tutti, guardate di nuovo attentamente la fig.1 e aguzzate la vista. Cosa manca? (Forse ho sbagliato rivista!) Notate niente? Non c’è il display! Quante tastiere sono uscite nel 2006 che non hanno il display? Ma sì, basta con questi display 32 pollici touch screen high definition di queste super mega workstation da 10 mila euro chiavi in mano: la Roland avrà pensato “se dev’essere uno strumento semplice, lo deve essere fino in fondo”! Ma tranquilli, niente panico, in compenso c’è un editor per computer che compensa tutto ciò che manca sul pannello dei comandi. Finora l’ho visto solo spento, ma ora premiamo l’interruttore.
All’opera
All’accensione prima lampeggiano un po’ di LEDs (in qualche modo deve fare una “presentazione”) e poi si seleziona l’ultimo preset usato, mentre lampeggia la lucina blu dell’LFO. Come tutti gli smanettoni tastierofili, per prima cosa suono il preset n.1, quindi premo GROUP PRESET, BANK A e NUMBER 1: salta fuori un basso, meglio abbassare un po’ il volume sul mixer… e proseguo con una passerella fra tutti i preset, tanto ne sono pochi: 32 preset e 32 user. Ora però bisogna capire come funziona. Prima accennavo ad una disposizione “didattica” dei controlli del pannello ed intendevo proprio che questi sono posti in modo da raffigurare schematicamente il percorso dei segnali audio e di controllo che compongono la struttura del sintetizzatore. Si parte da sinistra (Fig.4), in alto, con i due oscillatori, ognuno dei quali consente la selezione fra le forme d’onda a dente di sega, quadra, pwm, triangolare, sinusoidale, rumore bianco, un feedback oscillator, la classica super-saw a 7 denti di sega e l’ingresso esterno.
I comandi si riferiscono ad un solo oscillatore e con appositi tastini si può attivare il controllo del numero uno o del numero due. Direi che, anche a giudicare dal “sapore” del suono, almeno questa sezione è derivata direttamente dal Roland JP-8000, altro famoso virtual analog della casa giapponese, soprattutto l’onda super-saw – che, ricordiamo, è un’onda formata da diversi denti di sega suonati contemporaneamente e leggermente stonati l’uno rispetto all’altro. La particolarità è il feedback oscillator, il quale altro non è che una linea di delay intonata (tuned) alimentata (fed) da un’onda quadra: infatti, girando il pomello PW/FEEDBACK, si nota come si altera il contenuto armonico di questa onda. E’ una simpatica aggiunta che però difficilmente troveremmo in un vero sintetizzatore analogico. A questo punto posso affermare con certezza che l’SH-201 non ha nessuna intenzione di imitare qualche synth del passato, ma tenta piuttosto di ricucirsi uno spazio nell’immenso limbo dei sintetizzatori a tastiera. Continuando con l’analisi del pannello (Fig.5), vediamo che la sezione degli oscillatori ha due frecce che portano verso la sezione MIX/MOD, in cui è possibile miscelare i due oscillatori e selezionare anche il tipo di interazione fra MIX (semplice sovrapposizione), SYNC (sincronizzazione) e RING (modulazione ad anello, cioè le ampiezze delle due onde moltiplicate fra di loro). Alla fine di questa sezione c’è una funzione abbastanza originale, attraverso la quale è possibile attenuare o accentuare la gamma delle basse frequenze prima di entrare nel filtro, utile per ingrossare o assottigliare il suono e di conseguenza alterare la risposta dinamica del filtro. Seguiamo la freccia ed eccoci alla prossima fermata, ossia il filtro, anche questo dal sapore molto Roland: brillante, tagliente e un po’ frizzante, offre tre diverse modalità fra low-pass, high-pass e band-pass; l’ultima è bypass, cioè niente filtro… forse avanzava un LED e non sapevano cosa metterci? Segue il tasto per la scelta dello “slope”, cioè 12dB o 24dB, poi i classici CUTOFF e RESONANCE ed il KEY FOLLOW.
Ultimo stadio: l’uscita del filtro va all’amplificatore. In questa sezione c’è il volume d’uscita, relativo al singolo preset, e un tastino che attiva un semplice overdrive, per la gioia degli amanti delle supersaw distorte. Queste descritte finora erano le sezioni con lo sfondo chiaro, cioè quelle preposte alla generazione del suono. Ora diamo uno sguardo ai modificatori, raffigurati sul pannello dell’SH con degli sfondi più scuri. Vediamo che sotto agli oscillatori c’è il PITCH ENV(elope), un inviluppo con i soli attack e decay, che sposta l’intonazione della nota quando un tasto viene premuto, ottimo per simulare per esempio il comportamento degli strumenti a fiato, o semplicemente per rafforzare l’attacco di un suono. Anche in questo caso, c’è un solo set di comandi valido per entrambi gli oscillatori, e agisce sull’oscillatore attivato attraverso l’apposito tasto. Seguono gli inviluppi dedicati al filtro e all’amplificatore, entrambi dei normalissimi ADSR, quello del filtro con la possibilità di agire sia in positivo che in negativo. Infine eccoci arrivati agli LFO, con la stessa logica degli oscillatori: un unico set di comandi fisici per due LFO, ognuno dei quali con forme d’onda che vanno da una triangolare ad un random-oscillator, sincronizzabili al tempo in BPM. Ogni oscillatore può avere due destinazioni contemporaneamente, ma le assegnazioni sono legate solo a ciò che offre il pannello, perciò dimenticate quelle infinite matrici di modulazioni che mettono nei synth di fascia alta! Tuttavia il grosso c’è, direi che non manca “la sostanza”, e c’è anche un po’ di contorno: l’ultima sezione a destra del pannello è dedicata agli effetti interni che, con un solo tastino e due soli pomelli, permettono di configurare e personalizzare otto tipi di delay e otto riverberi diversi che non suonano affatto male, anzi! Il riverbero dev’essere derivato dai famosi effetti in tecnologia C.O.S.M. di Roland e Boss, dal carattere molto pulito e presente. E quelle macchie rosse che si vedono nelle foto? Sono le sezioni dedicate all’input audio esterno. La prima, EXT IN, comprende il volume del segnale in ingresso dai due connettori RCA posti sul retro, e un pulsante che attiva l’effetto “Center Cancel”, sarebbe quel famoso artefizio che cancella il segnale posto perfettamente al centro del panorama stereofonico attraverso un gioco di fasi e controfasi… su alcuni brani musicali funziona bene per cancellare la voce del cantante, infatti molti player di Karaoke hanno questa funzione, compresi alcuni software per computer, ma è pur sempre un trucchetto che il più delle volte dà risultati completamente sballati. La sezione seguente è un secondo filtro, uguale a quello della sezione synth ma con in più il modo “notch”, che agisce prettamente sul segnale audio esterno. Ricordiamo che, grazie alla connessione USB 2.0 ad alta velocità, collegando l’SH-201 ad un computer è possibile trasferire audio digitale sia in ingresso che in uscita, praticamente lo si può utilizzare anche come scheda audio. E per rendere tutte queste opzioni ancora più divertenti, la Roland ha pensato di includere in questo gioiellino anche il suo oramai rinomato controller D-Beam che, grazie al suo invisibile fascio di raggi infrarossi, contribuisce a fare spettacolo quando il tastierista muove la mano nello spazio agendo direttamente sul suono! No, inutile illudersi di poterlo usare come Theremin, ci ho provato, non funziona bene perché il cambio di intonazione va a scatti, non so perché, non ho trovato delle impostazioni a riguardo, sembra che sia fatto proprio così. Siamo al termine del tour lungo il pannello dell’SH-201 e diamo uno sguardo al lato sinistro, che ospita dei pulsanti relativi ad un semplice recorder interno, opzioni riguardanti il modo POLY o MONO con o senza legato, il portamento, selezione di ottava, tempo, tap-tempo e tasto di accensione dell’arpeggiatore. Ora starete sicuramente notando che alcuni comandi fondamentali mancano: per esempio, come è possibile regolare il tempo del portamento? E come si sceglie il tipo di effetto? Semplice, quando si premono alcuni tasti, le lucette sugli otto tasti NUMBER cominciano a lampeggiare ed una di queste è rossa, a rappresentare l’impostazione attuale, mentre le altre sono verdi. Con queste efficaci combinazioni è possibile accedere a parametri “nascosti” senza complicare troppo la gestione (mi viene in mente il VK-8m…). Quindi anche per quanto riguarda l’arpeggiatore, per selezionare il modo e il pattern basta premere il tastino SELECT e usare i tasti BANK e NUMBER. Ultimissima feature, peraltro molto importante: i due tasti LOWER e UPPER e il tasto DUAL/SPLIT permettono di suonare contemporaneamente due timbri diversi, quindi… ebbene sì, l’SH-201 è anche multitimbrico! Tutto quello che non è sul pannello, né dietro, né sotto lo strumento, è nel CD che esce in dotazione. Diamolo in pasto al PC e installiamo l’editor (Fig.6), disponibile sia in formato stand-alone che come strumento VSTi per l’integrazione nel nostro ambiente di sequencing preferito.
Questo semplice programma ci fa accedere a numerosi altri parametri non editabili dai comandi fisici. Per esempio non dimentichiamo che la tastiera è dinamica (vi dirò di più: trasmette anche il note-off velocity!) e qui possiamo impostare il parametro MIDI velocity per agire sul filtro o sul VCA, ecc. Poi ci sono delle pagine interamente dedicate all’editing approfondito dell’arpeggiatore (Fig.7) con possibilità di programmare i pattern, pagine dedicate agli effetti interni con parecchi parametri e tanto altro ancora. Se finora abbiamo considerato l’SH-201 un synth entry-level solo a giudicare dal suo aspetto estetico, è proprio dall’editor software che ci accorgiamo che dentro c’è ben altro, tecnologia degna di un synth da almeno il doppio del suo costo. Oltre all’editor viene fornito anche un Librarian, utile per la gestione dei banchi presets, per la loro organizzazione e per il trasferimento dallo strumento al computer e viceversa. E a questo punto scatta il regalino: se siete già i fortunati possessori di un SH-201 o se state pensando di andarne a comprarne uno prima di subito, trovete alla fine dell’articolo un link con una cartella e all’interno troverete un set di presets preparati per voi dal tastierista partenopeo Lello Caliendo.
Tutto sommato…
I presets di Lello sono stati un pretesto per ascoltare anche i presets di fabbrica di questa macchina e devo dire che, a questo punto, apprezzo due cose, anzi tre: per primo mi piace il fatto che ci siano poche memorie, proprio come i vecchi synth degli anni passati (tanto, per una performance live, difficilmente avremo bisogno di centinaia di locazioni di memoria, no?). Poi è degno di nota che fra i presets proposti ce ne siano molti veramente “suonabili”, che spaziano da brillanti strings in stile Roland Jupiter o Super-JX a brass scuri tipo Oberheim, qualche lead ben fatto fra cui un sync-lead stile Prophet, qualche basso bello profondo, insomma cose che ti fanno venir voglia di prendere qualche accordo. Infine apprezzo l’originalità di questo strumento: è un synth digitale e suona da digitale, non pretende di fare l’imitatore, non vuole sembrare analogico, ha gli inviluppi molto scattanti e gli oscillatori molto precisi semplicemente perché la matematica non è un’opinione… ovvero il sistema binario non lo è! Personalmente posseggo molti sintetizzatori sia analogici che digitali, fra cui alcuni anche molto costosi e professionali, e molti altri ne ho provati o posseduti in passato, ma non per questo mi sento di dire che l’SH-201 è inferiore o “non al livello di questo o di quello” (Fig.8).
L’SH-201 offre, per una spesa modesta, l’opportunità ai principianti di avvicinarsi al mondo della sintesi e di avere un sintetizzatore che possa essere da complemento per un set-up completo, in abbinamento magari ad uno stage-piano o ad una workstation avanzata. Al contempo, offre al professionista il vantaggio di poter avere una valida macchina di back-up da potersi potar dietro in una borsa “gig bag” da mettere a tracolla, utile in quelle situazioni in cui bisogna andare a fare le prove o in cui c’è bisogno di due o più set-up separati per diverse situazioni live. Tutto sommato, diciamo che l’SH-201 è una bella idea e può essere apprezzato maggiormente solo se viene provato di persona con la dovuta attenzione. Perciò se ne vedete uno in un negozio non perdete l’occasione di provarlo!












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