ART DPS II – PRE valvolare a controllo digitale
Uno dei problemi più frequenti di chi fa della musica il proprio “status vivendi” è quello di non poter usufruire di tempi prolungati di ascolto prima di poter effettuare un acquisto certo e ragionato. Il fenomeno diventa ancora più complesso quando il mercato satura di prodotti con caratteristiche similari; la mancata possibilità di effettuare acquisti di “prova”, che di certo permetterebbero una genuina comparazione soggettiva tra i prodotti e loro caratteristiche, è spesso il motivo fondamentale per cui si finisce per adottare una scelta in base a schede tecniche, recensioni e pareri spesso discordanti. Ma noi 2 siamo qui per questo e per cercare di fare un po’ di luce sul sentiero buio delle vostre perplessità.
Prologo:
Giovedì sera arrivo a casa e trovo un pacco “misterioso” spedito dalla ditta Backline. Denudo il “vestiario” di spedizione e mi trovo a cospetto di un pre Art valvolare con controllo digitale (il titolo già la dice lunga). In verità, non sono mai stato un grande estimatore dei prodotti ART: alcuni mi erano piaciuti in quanto al suono, ma erano troppo rumorosi per un uso professionale. Guardo bene la figura dello strumento sulla confezione e mi chiedo: “Perché essere prevenuto? Sono pur passati dieci anni, forse questo lasso è stato risolutore di problematiche e foriero di miglioramenti? Staremo a vedere! Aprendo la confezione e ponendo l’outboard sulla mia scrivania da lavoro ciò che noto subito è il design molto professionale (Fig.1), non il solito sovraffollamento di bottoncini e potenziometri, tutti i comandi nei punti in cui mi guida l’intuito. Tolgo dalla scatola anche il cavo di alimentazione e il manuale di istruzioni, in lingua inglese (Fig.2). Prima di dargli corrente per ammirare il suo look da “acceso”, inizio a scrutarlo con curiosità. Mi piace molto il “VU Meter”, mi dà l’idea di uno strumento di buona fattura e di fascia medio alta. I potenziometri regalano un buon “feel”, non di quelli che traballano sotto le dita, le connessioni in ingresso e in uscita sono “Neutrik”, la cosa si fa interessante. Ma andiamo per ordine e vediamo come si presenta questo gioiellino dell’Art.
ART DPS II come si presenta:
La macchina è stereo, in formato rack standard (una unità) di colore blue metallizzato (Fig.3). Da sinistra verso destra troviamo: il tasto “Power”, l’input analogico con la commutazione automatica da microfono a strumento, un controllo rotativo lineare di “Gain” che parte da un valore di 0 dB ad un massimo di +48dB, un controllo rotativo per variare l’impedenza da 3 ohm a 150 ohm, un controllo rotativo per l’output che parte da un valore minimo di 0 dB ad un massimo di 10 dB. Il valore dell’output viene monitorato da sei led con valore relativo da -20dB fino al clip digitale. In basso troviamo un controllo “Tube” e null’altro che un Vu Meter analogico a bobina mobile. Al di sotto vi sono tre tastini, il primo è un controllo di Gain +20 dB e Normal, il secondo serve per attivare la Phantom (48 Volt) e il terzo per l’inversione di fase. Infine arriviamo alla sezione più importante, quella dei “preset”, che è controllata da un potenziometro rotativo a scatti. Qui troviamo tutti i “preset” della casa impostati sia per la sezione NEUTRAL, WARM che OPL.Poteva mancare un tocco di classe? Ecco una bellissima griglia dove si può intravedere la valvola. Alla fine del canale, vicino all’Input Channel 2 troviamo la sezione che gestisce il segnale digitale e delle manopoline che hanno il compito di gestire il controllo del segnale in uscita degli output digitali. Un bottoncino per il “sample rate”, due “led” ed un bottoncino che serve ad indirizzare i canali di uscita per il protocollo “ADAT” o “SPDIF” completano il quadro del pannello anteriore. Sul pannello posteriore da sinistra verso destra troviamo (Fig.4): un S/PDIF Output, un Input e un Output Ottico stereo, da non confondere con quello ADAT; un segnale di sincronizzazione word clock e 2 canali di Insert (Pre digital fader). Il primo è il TIP=Ring, il secondo un Ring=Output e un segnale di sincronizzazione di word Clock. Finita la sezione digitale troviamo la sezione con le connessioni analogiche: da sinistra verso destra troviamo la sezione CHANNEL 2 formata da un Ingresso Jack bilanciato e un ingresso XLR, un output XLR e uno Jack ma questa volta sbilanciato. Lo stesso schema è ripetuto per la sezione Channel 1. per monitorare un eventuale clip digitale per monitorare un eventuale clip digitale”led” ed un bottoncino che serve ad indirizzare i canali di uscita per il protocollo “ADAT” o “SPDIF” completano il quadro del pannello anteriore.Sul pannello posteriore da sinistra verso destra troviamo (Fig.4): un S/PDIF Output, un Input e un Output Ottico stereo, da non confondere con quello ADAT; un segnale di sincronizzazione word clock e 2 canali di Insert (Pre digital fader). Il primo è il TIP=Ring, il secondo un Ring=Output e un segnale di sincronizzazione di word Clock. Finita la sezione digitale troviamo la sezione con le connessioni analogiche: da sinistra verso destra troviamo la sezione CHANNEL 2 formata da un Ingresso Jack bilanciato e un ingresso XLR, un output XLR e uno Jack ma questa volta sbilanciato. Lo stesso schema è ripetuto per la sezione Channel 1.
Impressioni tecniche:
Non è un PRE completamente analogico, infatti dispone di “preset”. Allora perché tanta accuratezza nella scelta dei componenti se poi alla fine il prodotto è diretto ad un utenza semi-professionale? Apriamolo e vediamo di che “pasta” è fatto (Fig.5). E’ un ART, developed in USA ma manufactured in China!
La circuiteria sembra solida e pulita anche se non posso fare a meno di notare che gran parte dei componenti è in SMD, quindi niente riparazioni di amicizia o “fai da te”. Si nota anche un trasformatore toroidale di buona manifattura ma niente di altamente professionale. La valvola messa davanti all’interfaccia mi ricorda molto quelle che si trovano sulle nuove batterie Korg della serie Electribe, servono più per far scena che all’ottenimento di una vera grana sonora, fra l’altro c’è una sola valvola per due canali, è una 12ax7A, un doppio triodo. Ormai è molto usato l’espediente di mettere una sola valvola per due canali; a mio avviso non è la migliore delle soluzioni perché i due canali potrebbero interferire fra di loro. Lo schema può essere comunque diviso in due blocchi logici. Il primo blocco, partendo da sinistra, è dove avviene tutt il “routing” del segnale digitale (Fig.5-1) . Andando più a fondo scopriamo che come convertitori interni usa degli AKM, precisamente l’AK 4528VF. (Fig.6). Sto riferendomi a quello che tecnicamente viene chiamato CODEC (codifier-decoder) nel senso che si occupa sia della conversione A/D che di quella D/A. Questo codec è a due canali, ovvero converte al massimo due segnali distinti per volta ed è lo stesso che monta l’interfaccia della Tascam FW 1804; è un componente di medio-buona qualità, forse sarà questo il segreto dell’ottima dinamica e della pulizia sonora? La sezione A/D presenta:
- un ingresso full differential (ovvero un ingresso differenziale), sicuramente una soluzione più vantaggiosa rispetto ad un single-ended.
- conversione a due canali a 24 bit/96 Khz con oversampling a 64X
- range dinamico (ovvero la “dinamica massima teorica”) considerando il rapporto Signal/Noise = 108dB Signal/Noise+Distortion = 94 dB (è un parametroche rende l’idea della “effettiva dinamica” se “mediato” con quello sopra)
-THD (total harmonic distortion) = -94dB
Per quanto riguarda la sezione D/A abbiamo:
- uscita full differential – conversione a due canali a 96Khz 24 bit con oversampling a 128X – range dinamico S/N =110 dB – S/N+D = 94dB – THD = -94dB Osservando bene la circuiteria notiamo una cosa stranissima: che cosa ci faranno mai degli integrati AL 1402 e AL 1401A di produzione Alesis (Fig.7) in un circuito dell’ART? Misteri del marketing. La seconda sezione è quella dove avviene il passaggio del segnale analogico e dove risiede la piccola valvola 12 ax7a (Fig.5-2). Abbiamo provato a sostituirla con dei modelli compatibili per vedere quanto influisse sul suono;ci sono stati dei piccoli cambiamenti, non dico migliorie, ma siamo riusciti ad ottenere una grana sonora leggermente diversa. Forse uno dei motivi per cui non abbiamo avvertito notevoli mutazioni di suono risiede nel fatto che, in realtà, il percorso del segnale analogico non viene trasformato mediante una circuiteria analogica (filo di rame, trasformatore, valvola) ma tramite degli integrati programmati dalla casa madre. Attenzione!!! E’ buona norma che i circuiti siano costruiti in maniera tale che i parametri che caratterizzano i componenti attivi, quali il guadagno di un transistor o quello di una valvola, non debbano incidere significativamente sul comportamento dell’intero circuito; tale operazione va sotto il nome di “stabilizzazione del punto di lavoro nei confronti della DISPERSIONE dei parametri dei componenti attivi”. Se così non fosse, la sostituzione di una valvola rotta con un altra della stessa sigla, anche se non perfettamente identica, potrebbe portare ad un cattivo funzionamento di tutto il circuito (aumento del rumore, surriscaldamento, etc.). Stesso discorso per una valvola con sigla diversa; ciò è senza dubbio indice di un buon progetto! Dal punto di vista elettronico la macchina presenta una circuiteria di tutto rispetto, soprattutto considerando la fascia di prezzo. Ottima la scelta di connessioni Neutrik e quella del AK 4528VF, un componente dalle buone prestazioni, ma non il miglior codec prodotto da AKM (il trono resta all’AK4620). Resta inteso che meglio ancora sarebbe stato utilizzare due convertitori separati, uno per la conversione A/D e uno per la conversione D/A, in modo da poter ottenere prestazioni molto più elevate. Per ultimo va considerato il fatto che a poco serve disporre di un buon CODEC o convertitore A/D o D/A che sia, se esso non è ben interfacciato con il resto del circuito progettato. Basterebbe paradossalmente il valore di una capacità mal scelto per far somigliare il più egregio convertitore A/D ad un filtro passa basso o passa alto.
ART DPS II sotto torchio:
Voce:
Il cantante in questione possiede una voce che si muove tra il registro baritono e tenore. Il microfono utilizzato è un bellissimo NEUMANN TLM 103; come voi ben sapete essendo un “trasformeless” risulta parecchio pulito e lineare, strumento efficace per testare in maniera neutrale l’ART DPS II. Ho dovuto in questo caso adottare qualche espediente per la giusta ripresa, ve lo racconto: Sia il NEUMANN che l’ART non posseggono un filtro passa-alto.Per ridurre al minimo il pericolo delle consonanti esplosive ho posizionato il microfono a testa in giù con il centro della membrana che guarda la punta del naso del cantante posto ad una distanza di circa 30cm; infine ho inserito tra la sorgente ed il microfono uno schermo anti pop. Il risultato è davvero confortante, nel senso che adesso il PRE può fornire un buon headroom con ottimo rapporto segnale-rumore, senza picchi eccessivi causati da eventuali frequenze basse. Comincio a far girare la manopola rotativa in cui sono elencati i presets. Dopo aver effettuato una giusta taratura dei livelli, compresa l’ottimizzazione dell’impedenza, posiziono il selettore su “vocal”, nella sezione circoscritta dall’archetto”WARM”; si avverte subito una rilevante esaltazione del timbro, in particolare sulle medio alte, intorno ai 5000 Hz e siccome avviene un aumento della pre amplificazione generale trovo conveniente ridurre di circa 3dB il livello sulla manopolina gain. Scegliendo, invece, il processamento “vocal” nella sezione “OPL” mi accorgo che il segnale viene gestito da un limiter automatico, utile se si vuole ottenere un completo controllo dinamico sull’uscita del segnale, ma che in questo occasione ho ritenuto troppo “evidente” e per questo non di mio gradimento. Troviamo ancora un’altra impostazione “vocal” che è situata nella sezione “NEUTRAL”: era ciò che stavo cercando, realmente neutrale, nel senso che la voce ripresa mantiene un carattere morbido e lineare su tutto lo spettro di esecuzione. In conclusione questa prova produce un risultato sufficiente e di carattere semi-professionale.
Chitarra acustica:
La chitarra acustica è stata microfonata con una coppia di NEUMANN TLM 103 su una performance in stile “country”. Analogamente a come visto nella prova della voce, il preset dedicato offre differenti settaggi che potremo, volta per volta, adottare in base al tipo di risultato desiderato. Una volta regolato il giusto livello di ingresso e di uscita sono andato a selezionare il preset “a. gtr.” nella sezione “OPL”. Il risultato è di una chitarra con carattere vivace, frenata dall’azione del limiter al punto giusto. L’attacco è gradevolmente veloce, si capisce che è stato utilizzato un plettro ed il suono non risulta particolarmente aspro neanche sulle altissime frequenze. Prova degnamente superata. Basso Elettrico: Con questa prova verificherò il comportamento dell’ART DPS II utilizzando i suoi input a “jacks” sbilanciati; sono curioso di vedere gli effetti del bilanciamento elettronico in uscita su questo tipo di segnale. Precisiamo che quando vengono utilizzate queste connessioni la manopola che seleziona l’impedenza non produce nessun intervento in quanto viene automaticamente bypassata. Una volta stabilita la taratura dei livelli ho posizionato il selettore sul preset “bass” nella sezione “NEUTRAL”. Il risultato è un concentrato di buona timbrica con una discreta punta sugli 80Hz; i medio-bassi non sono mai nasali, sia in una performance di accompagnamento ritmico che in fase di fraseggio. Si ascolta chiaramente l’attacco della corda sui tasti del manico, la riproduzione è fedele al tipo di perfomance eseguita. Percussioni: Una coppia di congas ed un musicista cubano danno il via a questa sessione con l’ART DPS II. I microfoni per questa prova sono una coppia di SHURE SM 57. Effettuata l’impostazione dei livelli ho selezionato il preset “perc” presente nella sezione “OPL”. Ottimo l’attacco, ricca l’esaltazione sulle frequenze medio-basse, medie centrali e medio-alte, che donano una buona dose di vitalità espressa dagli schiocchi netti ed intelligibili delle mani sulle pelli tese e toniche dei tamburi. Belle! Davvero niente male. Anche sugli strumentini di metallo e non, ha fornito un’ottima risposta ai transienti. Ricordo che è proprio questa particolare categoria di strumenti, caratterizzata da estrema velocità e dettaglio, a dare filo da torcere a molti preamplificatori e microfoni presenti sul mercato (ovviamente appartenenti a questa fascia di prezzo).
Tastiere:
Per questa prova ho utilizzato un synth d’ultima generazione, molto bello e caratterizzato da una grande varietà di suoni; come tutti gli strumenti a campionamento pecca però di quel bel calore analogico che si può trovare solo in vecchie macchine a generazione analogica pura, tipo Ob12 della Oberheim o Jupiter 8 della Roland (Fig.8). Normalmente per sopperire a questa “freddezza” del suono digitale le case costruttrici riempiono, anche in maniera forse indecente, i “preset” di riverberi, delay, compressori etc. rendendo certamente il suono più gradevole al nostro udito, ma anche più confuso, soprattutto in fase di missaggio. In questo caso ho scelto delle “patches” da testare, dai classici suoni di “pads” a quelli che emulano strumenti acustici, facendo attenzione all’equilibrio effetto/dry. Anche per questo strumento utilizzeremo ovviamente gli ingressi a “jacks” ad alta impedenza del nostro ART DPS II. Fatti i livelli ho selezionato l’unico preset presente per questa tipologia di strumento “E. KBD” nella sezione “WARM”, scegliendo come primo preset un suono di un pianoforte acustico. Il suono non mi convince, troppo slabbrato agli estremi di banda, riprovo con un altro timbro, una chitarra acustica. Il risultato sembra più convincente, ma devo diminuire ulteriormente l’effetto chorus nel synth prima di riuscire ad ottenere un miglioramento della timbrica. Appena esco dalla tavolozza dei suoni acustici e provo un effetto che emula un vecchio sintetizzatore analogico, il risultato salta subito alle orecchie: viene fornita una completissima estensione della risposta in frequenza della sintesi, in particolare sui bassi fino ai 40 Hz con le relative armoniche. Nella stanza ha cominciato a vibrare tutto. Meglio fermarsi…
Conclusioni:
Tirando le somme possiamo affermare che ci troviamo a cospetto di una discreta macchina, ottima per chi non ha grossi budget a disposizione, particolarmente indirizzata a home e project studios. Manca la grana setosa sulla parte alta dello spettro (tra gli 8000 e i 10.000 Hz) appartenente ad una categoria di macchine sicuramente più costose. Sono rimasto molto colpito dalla estrema pulizia del processore: non ho avvertito i classici rumori di fondo che hanno contraddistinto in maniera negativa la vecchia produzione ART. Mi è piaciuta molto l’idea di permettere all’utente di avere la possibilità di utilizzare le tre sezioni, Neutral, Warm e Opl.Vorrei dare un paio di consigli a chi vuole sfruttare al meglio queste tre sezioni. La prima è utilissima per chi deve registrare strumenti acustici e per chi ha bisogno di un suono neutro e non impastato o quando si eseguono ritmi e arpeggi molto veloci, dove bisogna distinguere bene le note. La sezione “Warm” è ottima per conferire quella presenza maggiore al suono, dando un pasta molto enfatizzata sulle medio basse frequenze; ottima per rinforzare la voce, una chitarra acustica o un basso, ma senza esagerare, in quanto si rischia di impastare troppo il suono e renderlo meno intelligibile alle nostre orecchie. La terza è quella più interessante per chi lavora in special modo dal vivo, dove ad una buona preamplificazione è possibile abbinare un discreto “limiter”, molto utile per il controllo degli sbalzi dinamici provocati dall’impeto del cantante di turno o dal passaggio traumatico di un dolce arpeggio ad una esecuzione rock. Senz’altro non sarà più necessario impazzire con le mani sui fader del mixer, compiendo funamboliche escursioni per il sudato controllo del mix-down. Non è certamente una macchina per uno studio top-level, in quanto per alcuni i “presets” di fabbrica potrebbero costituire un limite. C’è da dire, tuttavia, che per la sua grana sonora il DPS II non ha solo un ottimo rapporto Q/P, ma è indicato per tutti gli home studio che desiderano avere un “sound” più convincente e presente nei takes musicali. Da non dimenticare che questo PRE, opportunamente usato, è ottimo anche in situazioni live, in quanto basterà scegliere il preset giusto (consigliabili quelli della sezione Opl, per via dei limiter) e dosare i segnali I/O, il che significa fatica risparmiata per controlli che potrebbero essere difficili da modificare mentre si sta suonando.Comunque, anche se si tratta di uno strumento “preconfezionato” consiglio a tutti di ascoltare bene le varie “patch” e di non fermarsi solo alla sezione warm, dove si avverte un grande cambiamento di sonorità. Ricordiamo sempre che “suono valvolare” non è sinonimo di suono confuso, ma di un segnale più omogeneo e meno scollato. Dopo aver fatto le ultime conclusioni ho controllato il prezzo di listino e sinceramente pensavo che, per le prestazioni offerte, fosse leggermente più alto. La flessibilità di uso accoppiata con il design ben riuscito e le caratteristiche audio semi professionali, collocano l’ART DPS II fra quei prodotti da consigliare.
TL Audio M-3 – Mixer valvolare
Ci sono una serie di marche che si amano e altre meno. Fare un articolo ed essere obiettivi su quest’ultima categoria è molto difficile. Ultimamente ho progettato un piccolo studio di registrazione semi professionale e il cliente mi ha chiesto di affiancare alla sua scheda audio Fireface 800 della RME, 8 channel-strip di buona qualità, ma con dei preamplificatori che avessero un leggero colore per sopperire alla grandissima linearità dei preamplificatori e convertitori della RME. Il budget era molto basso, circa 3/4000 euro e, per quanto mi sforzassi, non trovavo nessuna soluzione, se non quella di comprare un banco analogico standard, tipo Mackie. Alla fine mi sono recato allo studio di un carissimo amico e ho potuto provare il mixer valvolare Tubetracker M-3 della TL Audio, che ricordiamo per le ben note serie Ivory e Blue.
Cuore valvolare
In ogni studio di registrazione, da quello professionale a quello project , il mixer (o consolle di mixaggio o banco) è il punto in cui tutto converge, il cuore di ogni attività. Qui arrivano i segnali dai microfoni o da generatori di suoni, vengono smistati verso le tracce del registratore, inviati a processori esterni per essere ripresi più belli e misteriosi ed infine miscelati ed amalgamati gli uni con gli altri fino a creare sonorità sempre più coinvolgenti e destinate ad un piccolo master che può essere fatto ascoltare all’esterno. Sicuramente per il tipo di versatilità (poca) e i soli otto canali a disposizione, non possiamo certo considerare il TL AUDIO M-3 il vero e proprio centro del nostro studio, a meno che non ci occupiamo di produzioni minimaliste tipo chitarra, voce e qualche colore percussivo. In tal caso questo mixer si colloca per bellezza e qualità nell’olimpo dell’audio mondiale, un vero e proprio gioiello. La febbre della valvola è contagiosa, non c’è che dire. Prima ancora dei grandi nomi dell’audio mondiale, ovvero le aziende piccoli costruttori erano già partiti con la produzione di numerosi apparecchi a valvole più o meno “vintage-oriented”. Certo, se è vero che la grande industria riesce ad offrire prodotti a prezzi impossibili per chi si avvale della stessa economia di scala (acquisto di materie prime in quantità enormi) è anche vero che a captare gli umori del mercato sono molto più bravi i “pesci” piccoli, più snelli e flessibili nell’impostare (o nello stravolgere) il proprio lavoro su scala artigianale. Se c’è qualche cosa che ben si presta alla produzione in aziende di dimensioni poco più che familiari, questa è la tecnologia valvolare; la valvola consente lo sviluppo di circuiterie tanto semplici quanto efficaci dal punto di vista sonoro e ciò spiega il perché del proliferare degli apparecchi a valvole nell’economia industriale. Questa premessa serve per inquadrare la produzione della casa britannica TL A., acronimo dietro al quale si cela TONY LARKING AUDIO, una vecchia conoscenza della comunità audio mondiale passata dalla pluridecennale attività di vendita e importazione a quella di produzione. Per chiudere il cerchio sulle valvole vintage e Tony Larking , uno dei primi prodotti della casa era un pre-eq. outboard costruito re-inscatolando moduli NEVE recuperati da vecchie consolle finite in pensione. Tutto quadra. Parlando delle valvole diciamo pure che ci sono diverse maniere per divertirsi con i tubi termoionici (Fig.1). Si possono progettare e costruire apparecchi “alla vecchia maniera” solo con valvole, condensatori e resistenze uniti assieme con filo di rame rigido sterlingato (ricordate i vecchi amplificatori per chitarra o per basso?) senza nemmeno un circuito stampato. Oppure è possibile costruire moderni apparecchi a circuiti integrati e infilare nel punto più appropriato uno stadio di guadagno a valvole ottimizzato per offrire sensazioni il meno valvolare possibile. Inoltre si può progettare in maniera ibrida qualcosa che sfrutta tutte e due le galassie per raggiungere un equilibrio fra vantaggi e svantaggi che penda più a favore della modernità, senza indulgervi troppo. Sono tutte strade possibili, ognuna con i propri punti di forza e debolezza. E il mixer M-3 dove sta? Nel mezzo, dove si adopera la valvola solo nel circuito di preamplificazione e sulle uscite master. Il TL Audio è stato pensato principalmente come otto strip-channel. Infatti, il suono che esce dalle “direct – out” dei canali compete per silenziosità e bontà sonora con i migliori “outboard” presenti sul mercato. In uno studio di registrazione professionale può diventare il cuore analogico della ripresa, collegandolo con un frustino agli otto ingessi A/D del registratore digitale o scheda di registrazione e può condizionare positivamente il segnale di qualsiasi sorgente sonora. In questo modo si da ai banchi digitali soltanto la responsabilità del mix-down, sfruttando così la grande capacità di gestione, automazione e memorizzazione dei freddi, ma comodissimi mixer digitali.
TL A. M-3 da vicino
La lamiera è spessa circa tre millimetri ed è vestita in superficie di uno manto di vernice blu, (Fig.2) dove spiccano meravigliosamente i vari segmenti, linee di confine, simboli e valori numerici di colore bianco. Sulla sezione del canale, scrutando dall’alto verso il basso si trovano: il controllo del “gain” con “range” da +16 a + 60 dB, il selettore per i segnali microfonici o quelli di linea (molto utile per gestire ed accettare in maniera pulita senza il minimo di distorsione in ingresso i vari segnali provenienti dai differenti strumenti elettronici ottimizzati in ingresso dal potenziometro rotativo dell’input gain sopra citato), lo switch per “phase revers” che serve ad invertire la fase del segnale d’ingresso facendola ruotare di 180 gradi (questa operazione è utile quando si opera con più di un microfono in fase di registrazione). Un trucco per verificare se esiste un errore di “fase” in una registrazione multimicrofonica è ascoltare il programma in mono. In questo modo se il livello master scende notevolmente ci sono seri problemi di fase.
Viceversa, se il segnale rimane simile a quello stereo o addirittura superiore significa che i segnali hanno una buona coerenza di fase fornendo così anche un’ottima mono compatibilità. In quest’epoca ricca di sofisticatissimi ascolti stereofonici e multicanali (surround), esiste purtroppo ancora una vasta diffusione monofonica presente in quasi tutte le reti televisive della nostra nazione per non parlare di quelli radiofonici. Il filtro passa alto (12 dB per ottava) a 90 Hz è l’ideale per rimuovere frequenze basse dannose dal segnale d’ingresso ed è utile per una corretta gestione dell’effetto prossimità dei microfoni direzionali e in particolare quelli a condensatore in fase di registrazione della voce. Il filtro diventa un autentico “anti rumble” (termine inglese onomatopeico) in tutte quelle riprese dove la sorgente da registrare tipo chitarra, violino e vari strumenti a fiato e percussivi esprimono il loro carattere timbrico ben al di sopra dei 90 Hz; ricordando che la totalità dei microfoni a condensatore e non, economici o costosi, possiedono al di là della loro linearità una completa risposta in frequenza. Il filtro è comunque “bypassabile”, per un’immediata comparazione, mediante lo “switch” per attivare o disattivare la sezione EQ. L’attivazione è monitorata da un piccolo led adiacente verde; anche in questo caso è utile la comparazione tra segnale equalizzato e quello flat .
Il Channel Strip
L’equalizzatore è formato da quattro bande dal basso verso l’alto dove sono collocati: il potenziometro rotativo che regola da + – 15 dB le basse frequenze shelving a 80Hz, un semiparametrico “peacking” sulle medio basse, un altro sulle medio alte e infine un filtro “shelving” sulle alte posizionato a 12 Khz (Fig.6). A che cosa è utile un EQ o, meglio dire, un filtro lascio alla vostra immaginazione, anche perché non ci sarebbe spazio a sufficienza in questa prova per parlarne, ma ci limiteremo semplicemente, per questa volta, a descriverne le caratteristiche timbriche. Ogni canale è anche equipaggiato con 2 “aux sends”. Il primo è selezionabile tramite “switch” in pre o post “channel”, mentre il secondo è fissato soltanto nella modalità post channel. La soluzione pre channel è preferibile quando bisogna gestire una linea di monitoraggio perché fornisce una completa indipendenza dei volumi. Può essere utilizzata anche in maniera creativa insieme ad un dsp. Esempio: abbassando il fader di canale e mantenendo aperta l’uscita aux in pre sullo stesso canale si ottiene soltanto il segnale processato che può essere utile in un particolare arrangiamento o come effetto speciale. Subito dopo l’aux send troviamo il controllo del pan, un potenziometro che ha il compito di posizionare nel panorama stereo la sorgente, ad un determinato punto, facoltativamente da un lato estremo all’altro. È chiaro che una corretta gestione di questa funzione insieme ad un giusto filtraggio e volume di un segnale, può contribuire notevolmente alla riuscita del missaggio finale, anche in un articolatissimo programma sonoro. Il Tubetracker ha il pulsante switch del mute con relativo led di colore rosso che si accende ogni qual volta il mute è attivo e un utilissimo switch per attivare la funzione PFL (“pre fade listen”). Anche in questo caso quando il tasto viene premuto si accende il relativo led rosso sul canale selezionato. La funzione può servire a monitorare l’ascolto in cuffia per verificare la presenza di un segnale anche a fader abbassato oppure a controllarne il livello in ingresso mediante i generosi metering analogici sulla sezione master. Il channel fader possiede un’escursione da 100 millimetri fornendo alla massima posizione +10 Db di gain. Forse sarà inutile dire che al di là del segnale d’ingresso e di come può essere trattato, la quantità di segnale da spedire allo stereo master è opera soltanto di quest’ultimo importantissimo componente.A completare la sezione del canale vi sono in prossimità dell’altezza massima del fader, precisamente sulla destra, due led, uno giallo e l’altro rosso, rispettivamente il “drive” e il “peack level”. Il led del drive si accende gradualmente ogni qual volta il livello d’ingresso si incrementa al di sopra di +6 dBu fino a +16 dBu fornendo al suono un carattere tipicamente valvolare arricchendo armonicamente e quindi riscaldando il segnale da inviare ai registratori digitali. Il led del “peak” si accende per avvisarci che il segnale sta per distorcere; comincia ad accendersi quando tocca la soglia di + 21 dBu. Se scegliamo di prelevare il segnale dalla “direct out” abbiamo a disposizione altri 5 dB di “headroom”. Completata la descrizione del canale, passiamo a quella della sezione master.
Sezione Master
La sezione master è formata da favolosi metering di forma circolare analogici a bobina in stile vintage (Fig.5). Essi possono monitorare: il segnale stereo in uscita, il “PFL” presente in varie sezioni del mixer (quando viene azionato) e il segnale dei “2 T return” quando selezionato sulla sezione monitor. Sotto i due “meter” vi è una coppia di “led peak” che operano sul segnale stereo e si accendono quando siamo alla soglia dei + 21 Dbu con una tolleranza di + 5 Db di headroom. Equidistanti fra questi due led c’è il “led power” che indica l’accensione del mixer. Subito sotto si trova un “metering digitale” più due controlli, uno che serve a selezionare il tipo di quantizzazione in bit e l’altro per scegliere la frequenza di campionamento. Ricordiamo che la scheda di conversione A/D è opzionale, ma la casa costruttrice ha voluto fornire al mixer l’hardware per la gestione e il controllo di questa conversione. La “phantom power” una volta azionata è attiva contemporaneamente su tutti e otto i canali, non essendoci un switch individuale su ogni canale. I master “aux sends” sono completi del pulsante per il controllo del pfl con relativo led. I due “ritorni aux” insieme al potenziometrodel balance sono sempre correlati dallo switch pfl e led. La sezione monitor è formata da due potenziometri rotativi, uno che gestisce il volume da indirizzare ad una coppia di monitor e l’altro il pfl “balance level”. Sempre nella sezione monitor ci sono, inoltre, lo switch “2 T return” utilissimo quando si vuole sentire il ritorno da uno stereo master, come un dat o un CD recorder, etc. Guardando verso destra scopriamo l’uscita per le cuffie; il segnale di quest’uscita viene gestito dai potenziometri della sezione master monitor. Infine, troviamo un singolo fader da 100 millimetri che controlla il volume d’uscita dello stereo mixer. Non possiamo certo con un solo fader decidere a valle dei segnali, le differenze di livello del canale destro e di quello sinistro dell’uscita master; però su un eventuale “fade in” o “fade out” si ottiene con il singolo fader un’accuratezza ed una precisione massima. Vi mostro con l’immagine il generoso pannello posteriore con i relativi connettori d’ingresso e d’uscita dei segnali, switches per la calibratura, etc (Fig.6).
TL A. sotto torchio
Dopo questa lunga descrizione passiamo dunque alla prova pratica di questo promettente mixer. Una volta collegata la PSU al banco ho inserito il cavo di alimentazione alla rete. Una bellissima luce ambra illumina i due meter della sezione master a forma di oblò. La prima prova è stata molto semplice da realizzare perché ho collegato le uscite di un discreto lettore CD agli ingressi linea dei primi due canali del mixer, selezionando l’apposito switch. Ho monitorato il segnale d’ ingresso con il “pfl” ottimizzandolo a “0” dB tramite il potenziometro rotativo input gain. Dopo ho estremizzato i controlli di pan a sinistra e a destra per un ascolto stereofonico standard. Ho posizionato il master verso i tre quarti della sua corsa e con i fader dei canali ancora abbassati ho controllato se c’erano problemi evidenti di diafonia. Assolutamente no, silenziosissimo. Sono passato all’ascolto di alcuni brani di Fabio Concato abbastanza vecchiotti come: “Guido piano”, “Rosalina” e “Sexy tango”. La qualità della registrazione su questo CD è davvero datata, appena sufficiente e non rimasterizzata. Devo dire però con piacevole sorpresa che il mixer è riuscito a fornire un audio generale gradevolissimo, fornendo una impressionante apertura stereo. Voglio precisare che per tutta la prova l’equalizzatore non è stato coinvolto. Eccezionale!
Voce maschile e femminile
Ho scomodato per questa prova un fantastico Neumann U87ai (Fig.7), un microfonoche non ha certo bisogno di presentazioni. Chiedendo al cantante di fornire varie pressioni dinamiche ho ottimizzato il guadagno d’ingresso facendo di tanto in tanto lampeggiare il led giallo del drive sopra spiegato.Per questa prova ho prelevato il segnale dalla “direct out “del canale direttamente dai convertitori AD della scheda audio RME Fireface 800. Sempre senza attivare l’equalizzatore, ho notato che lo stadio di preamplificazione è davvero silenzioso; si ascolta il suono e basta, con una buona headroom, restituendo fedeltà sia riguardante il carattere del microfono sempre caldo e sensibile, sia per il timbro della voce in generale. L’azione della valvola è davvero discreta, mai invadente, tutto quello che ci si può aspettare da un ottimo channel strip esistente in commercio. Ho sentito in questo caso il bisogno di azionare il filtro HP (passa alti) e di aprire di circa due dB le alte shelving, anche perché la cabina di ripresa non è di quelle molto riflettenti; l’U87 di per se è già caldo ed infine la voce maschile in questione si esprime nel range di un registro baritono, facendo un buon uso dei propri risonatori. Quello che conta in ogni caso è il risultato e grazie alle varie possibilità che offre questo mixer non ci vuole molto a raggiungerlo condizionandolo in positivo. Il brano che ha eseguito la cantante è in lingua inglese, come il manuale del nostro mixer. Facendo tutte le operazioni di “routing” per la taratura dei livelli, diciamo subito che anche in questo caso non c’è stato un minimo d’asprezza o sporcizia musicale: il segnale è stato sempre dettagliato, corposo e trasparente. In questo caso non è stato necessario intervenire con l’equalizzatore tranne che per il filtro “low cut”. Buona anche questa prova.
Chitarra acustica
Per questo tipo di ripresa ho utilizzato una tecnica bi-microfonica con due AKG 414 ULS, posizionati in maniera standard, uno a destra l’altro a sinistra dello strumento. Subito ho notato una meravigliosa apertura stereofonica senza zone d’ombra. Il suono della chitarra in generale è risultato ricco e dettagliato fornendo una buona velocità ai transienti in esecuzioni ritmiche e in arpeggi. Di conseguenza ho sentito l’esigenza di azionare non solo il filtro HP, ma anche la sezione EQ operando: -2 dB sulla sezione bassi shelving, -2 dB sulle medio basse intorno ai 400 Hz ed ancora -2dB sulle medio alte, intorno ai 2 HKz. La sensazione con questo banco è che c’è più bisogno di togliere, che di aggiungere. Mica male!
Basso elettrico in diretta:
Per questa prova mi sono servito di due tipi di bassi elettrici, uno con circuitazione passiva e l’altro con quella attiva. Quello passivo è stato giustamente collegato ad una D.I. box attiva, per interfacciarlo correttamente all’ingresso microfonico del canale, mentre quello attivo è stato collegato direttamente sull’ingresso linea del canale. In tutti e due i casi veniva fuori la differenza sostanziale tra questi due strumenti e per quello che riguarda l’ascolto è bastato soltanto alzare il fader di canale per raggiungere un risultato di livello professionale. Un’altra volta è stato meglio togliere che aggiungere, intervenendo con la sezione equalizzazione senza azionare però il filtro low cut.
Live Trio jazz
Per questo tipo di prova ho occupato quattro canali per la batteria, un canale per il contrabasso e due microfoni per il pianoforte a mezza coda. Non mi dilungo nella spiegazione sul tipo di regolazione impostate, anche perché tutto è in relazione al tipo di microfono utilizzato, allo strumento, allo strumentista ed infine, non meno importante, al luogo che ospita la performance. Sicuramente vi parlerò di quello che è successo. Il mixer ha fatto subito colpo su tutti i musicisti già a livello estetico. Ma passiamo ora alla cosa più importante: la prova. Diciamo subito che il mixer è riuscito a riprodurre un sound di altissimo livello senza nulla togliere alla bravura degli esecutori principali. Sulla batteria ha risposto in maniera morbida e veloce su tutta l’elevata gamma di pressione e di frequenze tipica di questo strumento. Dalla rotondità della cassa e la botta dei tom, alla coerenza di fase del rullante e la setosità dei piatti, ha mantenuto sempre un suono pulito con un ottimo headroom. Per quel che concerne il contrabasso ho ottenuto lo stesso positivo risultato, bassi morbidi e rotondi con i medio alti prodotti dalle corde sul manico veloce e definiti. È quasi d’obbligo descrivere il tipo di microfonatura utilizzata per il pianoforte, per il semplice fatto che è determinate ai fini dell’ascolto. Ho utilizzato due microfoni abbastanza diffusi a diaframma stretto in una configurazione X Y (stereofonia coincidente). Li ho inclinati a 45 gradi sulle corde posizionando l’asta al centro del pianoforte. In questa situazione l’obbiettivo è stato quello di catturare quanto più possibile il suono diretto cercando di limitare il “cross-talk” (infiltrazioni) prodotti dagli altri strumenti. Il suono in registrazione è stato quello che mi ero prefissato di raggiungere e ciò può spiegare la grande possibilità di gestione che questo mixer offre.
Utilizzo dei DSP
Un’altra prova che ho voluto realizzare è stata la gestione dei DSP con i controlli aux sends. Nel settaggio post ho collegato due processori, un Lexicon PCM 91 (Fig.8) e un TC M5000. Ho fatto partire delle tracce dry dal multipista digitale contenti voce, chitarra e quartetto d’archi. Ottimizzando il rapporto tra l’ingresso e i ritorni aux con le macchine Fx, ho notato una grande silenziosità. Sul Lexicon ho utilizzato il preset “Concert Hall” mentre sul TC un “Chorus”. Il riverbero è stato distribuito su tutta l’ensemble, mentre un poco di chorus è stato messo sulla chitarra e sul quartetto. La sensazione ricevuta è stata quella di trovarsi a cospetto di un ascolto importante dotato di grande classe e nobiltà e restituendo una veritiera tridimensionalità con delle code di riverbero d’ottima grana sonora. Non c’è che dire. Stupendo!
Conclusioni
Mi sarebbe piaciuto poter testare anche la qualità di conversione della scheda digitale opzionale digitale, ma purtroppo non è stato possibile. Ad ogni modo un paio di nei li ho riscontrati. Uno è l’assenza dei sub master con la relativa assegnazione dei canali, molto utili quando si vuole raggruppare, per esempio, più voci coriste, una piccola sezione d’archi oppure una batteria. Avrei gradito inserire sull’insert dei sub master due canali di buona compressione per uniformare le dinamiche troppo scollate. Il secondo neo è l’assenza del doppio fader nella sezione master L – R. È pur vero che nel caso di un singolo master fader si può avere più accuratezza sui fades, ma la cosa è comunque risolvibile facendosi aiutare da un’accoppiatore di faders, qualora ce ne fossero stati due. Penso che per un hardware così importante qualsiasi utente debba sempre avere la piena libertà di scelta e poter sfruttare tutte le possibilità offerte dalla strumentazione a disposizione, in particolare quando sono di livello professionale, a cominciare dal loro prezzo. Certamente questo è un mixer di ottima fattura e qualità e diciamo pure che il costo è proporzionato alla sua caratura. Sicuramente non è per tutte le tasche, però facendo due conti si può dire che, se per esigenze lavorative avessi bisogno di otto pre amp mic ed altrettanti equalizzatori della stessa qualità che questo mixer offre, quale sarebbe stata la mia spesa? Domanda retorica perché già conosco la risposta, cioè più del doppio. L’unico vantaggio di avere otto outboard separati sta proprio nel fatto che sono separati. Se oggi ho bisogno solo di due canali per una ripresa esterna porterò con me soltanto una o due unità senza altri ingombri. Ma quanto ci sarebbero costati otto outboard di questa qualità separati? Sicuramente più del doppio. Fate quindi le vostre valutazioni. Questo è un mixer non versatilissimo, pensato principalmente per collegarlo dalle direct out di canale direttamente alle tracce di qualsiasi multipista digitale, per diventare un “upgrade” in un qualsiasi studio, da affiancare alle consolle digitali o essere usato come una consolle di missaggio di piccole ma importanti produzioni completandolo magari con degli ottimi DSP e processori di dinamica non presenti fortunatamente nel banco. Un altro aspetto più che positivo è l’esperienza tattile con la sua componentistica. I fader e le manopole rotative vanno come il burro dotate di un meraviglioso frizionamento e offrendo sempre un’escursione generosa e uniforme su tutti i punti della corsa, senza avvertire, anche concentrandosi al massimo, differenze fra di essi. Mi sono dovuto ricredere su questo prodotto. La progettazione ibrida di questo strumento ha fatto si che il segnale in uscita fosse molto equilibrato e con una bella sonorità calda e omogenea, senza dare un carattere troppo predominante al suono, cosa che ne permetterà l’utilizzo per svariati tipi di produzione.









“NEAPOLIS IN FABULA” è il cd della “solita” canzone napoletana che però non ti aspetti e ti sorprende. Un percorso tra jazz, sogno e tradizione che sconfina con naturalezza e nonchalance tra le note di favole incantate che ridisegnano i contorni e i significati di storie antiche. La copertina si propone essenziale, senza troppi fronzoli e aprendo la confezione il cd si presenta come un vecchio vinile, che ne dà l’aspetto di un 45 giri di un tempo, quasi a sottolineare l’intrecciarsi inafferrabile di passato e presente. Il cd si apre con una compilation che chiarisce subito parte delle intenzioni musicali: “Uocchie c’arraggiunate” (Falcone, Fieni e Falvo, 1904), “‘O marenariello” (Ottaviano-Gambardella, 1893), “Canzone marenara” (Donizetti, 1835), “Luna nova” (Di Giacomo-Costa, 1887). L’arrangiamento inizia con un pianoforte acustico, sembra un pianoforte a mezza coda Yamaha C3, leggermente spento come suono. Dopo poche battute entra la voce con un contrabbasso, ottimo equilibrio fra loro e una bella voce immersa nella musica. Sorprende piacevolmente questo medley non esageratamente jazzistico o di banalmente già sentito. Da sottolineare la voce femminile, ben ripresa all’interno del brano, non fa mai da protagonista, lascia respirare anche gli altri strumenti che si alternano, avendo sempre come protagonista principale il pianoforte, filo conduttore per tutto il medley. Il secondo pezzo è intrigante, diverso dalle versioni che siamo stati abituati a sentire: “‘E spingole frangese” (Di Giacomo-De Leva – 1888) ha un jazz che scivola nella sigla dei Simpson per poi finire in un ritmo blues. Da qui si entra nello spirito del cd, la musicalità si fa avvolgente. Così “‘a Vucchella” di D’Annunzio-Tosti (1892) si incarna in quella di Biancaneve in attesa del suo principe con “I sogni sono desideri” (“Someday my Prince will come” brano già prestato al jazz di Miles Davis per citarne uno) per poi diventare “When you wish upon a star” (“Una stella cade”, parte della colonna sonora del Pinocchio disneyano) in “Reginella” (Bovio – Lama – 1904), stavolta in una storia con un finale meno lieto. Ma la contaminazione tracciata da Giosi Cincotti – a cui si devono progetto e arrangiamenti – non finisce di stupire con “A Canzone appassiunata” (E. A. Mario – 1922) che si intreccia con un tango di Piazzolla, “Maddalena” (Carlo Faiello) che diventa un jazz – unico brano tratto dal passato prossimo – e “Michelemmà” che sfocia in una melodia mediorientale seguendo il testo dell’ignoto autore (“Li turche se nce vanno a reposare…”). Un brano un po’ di rottura con la magia che pervade il lavoro è “La Pizzica a Santu Paulo”, dove si crea un originalissimo e coinvolgente connubio tra tarantella e jazz.




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