Sarà l’assonanza con il noto software della Steinberg, ma ad un primo impatto con la copertina di questo album dei Cube Loose mi aspettavo qualcosa di più vicino all’elettronica. Quando la prima traccia ha cominciato a muovere i coni delle mie casse, sono bastati pochi secondi a capire che questo “Forme e Cristalli”, della band romana con un pò di Napoli nel sangue, poco aveva a che fare con l’elettronica e con quanto di sintetico può richiamare il concetto.
C’è da dire che già da un primo ascolto, uno degli aspetti che più mi ha colpito è la grossa dose di contaminazioni presenti nella musica di questa band. E’ palese come le nove tracce di “Forme e Cristalli” siano il frutto di una ricerca mirata e di un riuscitissimo tentativo di unire generi e forme sonore proprie del cantautorato italiano a mondi musicali che tanto se ne discostano, sia geograficamente che stilisticamente.
Vittorio Fontana - Voce, basso, percussioni
Mano mano che le tracce scorrono nel mio lettore, inevitabili sono i riferimenti ai paladini della canzone d’autore del nostro paese, reminiscenze di Fossati, Conte e Capossela saltano alle orecchie e ci accompagnano lungo tutto il viaggio.
Fortunatamente il riferimento ai canzonieri italiani è solo un punto di partenza, la struttura tipica della canzone d’autore, viene immediatamente supportata da scelte stilistiche che sembrano non porsi alcun vincolo riguardo al suono ed all’arrangiamento.
Da questa sapiente miscela di elementi nascono 9 canzoni-gioiellini di jazz, bossa nova, folk, prog, bagnati dal mare del mediterraneo. Quello che mi ha lasciato affascinato è l’apparente semplicità con cui i Cube Loose riescono a far convivere tutti questi elementi nella già citata forma-canzone. Ma basta leggere i credits del disco per accorgersi che i cinque componenti della band, hanno al loro attivo anni di esperienza ad livelli molto alti del panorama musicale italiano. Secondo me, proprio questa è l’arma segreta del progetto, quattro ottimi musicisti ognuno dotato di una grande versatilità ed ancora più grande sensibilità, che uniscono le forze per produrre qualcosa di bello. Bello per come è composto ma principalmente per come è suonato e per la grossa dose di talento che traspira da ogni nota. “Forme e Cristalli” non è certamente un album innovativo, non è certamente un album sperimentale, ma è sicuramente un album di spessore, un album poetico ma principalmente un album intriso d’Arte.
Già dal primo ascolto ci si rende conto che le “carte” giuste ci sono tutte: testi raffinati, arrangiamenti di classe, incastri perfetti tra i musicisti, scelta eccellente dei suoni e dei “colori” costantemente in grado di evocare le atmosfere solari del mediterraneo ed alternarle con apparente semplicità a quelle fumose dei jazz clubs.
Il gusto retrò di questo album è il valore aggiunto al romanticismo ed alla poesia che lo caratterizzano.
Nelle recensioni si è soliti consigliare un brano in particolare, ma in questo caso è davvero difficile, a mio avviso “Forme e cristalli” va considerato nella sua totalità, è un album che dal primo all’ultimo secondo scorre fluido ed equilibrato. Particolarmente solari le atmosfere di “A volte Margherita“, “Orquestra” e Placido Mandingo, di sicura presa emotiva la suadente “Esotida“. Davvero un bel viaggio e davvero difficile cogliere l’essenza di questo lavoro se non lo si considera nella sua completezza, questo non è un disco da lettore mp3, questo è un lavoro da ascoltare davanti ad un buon rhum d’annata e magari ad un sigaro cubano, meglio ancora se lo stampassero in vinile.
Più che recensire un disco (Vinile, VHS, Laserdisc, CD, DVD), vorrei parlarvi di un evento che ha segnato un momento importante per la musica degli anni settanta e che ancora oggi, a distanza di tempo, rappresenta una pietra miliare della musica contemporanea. Evento che senza paura di smentita non esito a definire un capolavoro.
Come avrete certamente capito dal titolo sto parlando della registrazione di Shadows and Light un doppio album dal vivo della cantautrice canadese Joni Mitchell effettuato nel settembre del 1979 al County Bowl di Santa Barbara in California e pubblicato poi nel 1980 dalla Asylum Record. La registrazione fu eseguita durante la tournée che seguì l’uscita dell’album Mingus e le riprese dello stesso concerto, rielaborate con alcuni video, sono state proposte anche in VHS (poi in DVD) con lo stesso titolo. Questo evento è stato ed è una chiara espressione del fenomeno musicale che ha attraversato quegli anni di grande fermento, dove le contaminazioni di stili, generi e musicisti rappresentavano il giusto epilogo di una ricerca musicale molto attiva. Ecco quindi che una giovane ed affermata musicista canadese: Joni Mitchell dalle origini musicali più vicine al folk rock che non al jazz, decide di partecipare ad un progetto musicale in collaborazione con il suo amico Charles Mingus (tra i più grandi contrabbassisti e compositori jazz). Dalla loro collaborazione nascono diversi brani con musiche composte da Mingus e testo della Mitchell. Dal lavoro in studio scaturì il disco Mingus del 1979 registrato poco prima della morte del grande musicista. Joni Mitchell desiderava un sound particolare per questo disco. Scartata l’ipotesi di una formazione acustica che sarebbe sicuramente piaciuta allo scomparso Mingus, decise di avvalersi del seguente gruppo di musicisti:
-Herbie Hancock alle tastiere,
-Wayne Shorter al sassofono,
-Don Alias alle percussioni,
-Peter Erskine alla batteria e
-Jaco Pastorius al basso.
Al disco Mingus fece seguito la turneè per la quale Joni Mitchell modificò ed integrò (per motivi contrattuali e di disponibilità) il gruppo dei musicisti dando origine ad una formazione di giovani strumentisti già in parte famosi ma che poi la storia ha consegnato all’olimpo dei grandi. Ecco quindi che a supportare la cantante-chitarrista troviamo in formazione:
-Jaco Pastorius al basso
-Pat Metheny alla chitarra
-Lyle Mays piano e tasterie
-Michael Brecker al sax
-Don Alias batteria e percussioni.
Ogni pezzo presentato durante i concerti, comprese le storiche canzoni di Joni Mitchell, venne riarrangiato in chiave jazz. La musica che scaturì da questa operazione fu una musica piena di contaminazioni tra Jazz-Rock-Folk, un’opera senza tempo e che ancora oggi rappresenta nel suo genere un riferimento assoluto per molti musicisti ed amanti della buona musica. Videro così la luce da quella esperienza con il titolo Shadows and Light un doppio Vinile ed una VHS e successivamente, seguendo l’avanzata tecnologica, un Laserdisc, un doppio CD ed infine un DVD. Le registrazioni così come le riprese video rispecchiano la tecnologia ,le necessità e le mode del momento. In alcuni casi infatti avremmo gradito un maggior impatto e corpo della registrazione oppure che l’operatore video, in particolari passaggi di rara bellezza del basso elettrico, si fosse concentrato più su Jaco Pastorius invece di indugiare nella ripresa della cantante ma …..Tralascio volutamente l’analisi classica della recensione con la descrizione di ogni singola traccia (oramai su ciò è stato già scritto tantissimo) per dirvi che tutti i brani, nel loro genere rappresentano una perla di saggezza musicale dove grandissimi musicisti dosano con maestria ed assoluta sapienza il loro contributo permettendo così alle contaminazioni jazz-folk-rock di fondersi dando origine ad un evento unico e di riferimento assoluto. Se potete ascoltate i 2 CD e guardate il video
Buona musica a tutti voi da Savio Aversano.
CD 1 1.Introduction (1:51) 2.In France They Kiss On Main Street (Joni Mitchell) – (4:14) 3.Edith And The Kingpin (Joni Mitchell) – (4:10) 4.Coyote (Joni Mitchell) – (4:58) 5.Goodbye Pork Pie Hat (Joni Mitchell, Charles Mingus) – (6:02) 6.The Dry Cleaner From Des Moines (Joni Mitchell, Charles Mingus) – (4:37) 7.Amelia (Joni Mitchell) – (6:40) 8.Pat’s Solo (Pat Metheny) – (3:09) 9.Hejira (Joni Mitchell) – (7:42)
CD 2 1.Black Crow (Joni Mitchell) – (3:52) 2.Don’s Solo (Don Alias) – (4:04) 3.Dreamland (Joni Mitchell) – (4:40) 4.Free Man in Paris (Joni Mitchell) – (3:23) 5.Band Introduction – (0:52) 6.Furry Sings The Blues (Joni Mitchell) – (5:14) 7.Why Do Fools Fall In Love – (F.Lymon, N.Levy) – (2:53) 8.Shadows and Light (Joni Mitchell) – (5:23) 9.God Must Be A Boogie Man (Joni Mitchell) – (5:02) 10.Woodstock (Joni Mitchell) – (5:08)
DVD
1.Introduction 2.In France They Kiss On Main Street
3.Edith and the Kingpin 4.Coyote 5.Free Man in Paris 6.Goodbye Pork Pie Hat 7.Jaco’s Solo (The High and the Mighty,Third Stone From the Sun) 8.Dry Cleaner From Des Moines 9.Amelia 10.Pat’s Solo 11.Hejira 12.Black Crow 13.Furry Sings the Blues 14.Raised on Robbery 15.Why Do Fools Fall in Love 16.Shadows and Light
Risale al 9 giugno 2009 l’uscita di Big Whiskey & the Groo Groux King, settimo disco in studio realizzato dalla Dave Matthews Band, formazione statunitense che nella fusione di tradizioni, correnti, radici culturali e musicali ha il suo fulcro ispiratore. Nel titolo, originale ed accattivante, si può leggere l’omaggio a LeRoi Moore, sassofonista del gruppo che, prematuramente scomparso nell’agosto 2008 per via di complicazioni seguite ad un fatale incidente, era soprannominato proprio King.
Il disco si propone all’ascolto di chi lo avvicina accarezzandolo con iniziali e vellutate suggestioni di ispirazione jazz che, sostenute da un tappeto di vigorose percussioni, creano un tensivo crescendo verso la seconda traccia, “Shake me Like a Monkey” che, fusa a “Grux“, la prima, è sospinta da un poderoso motore, secco, aggressivo, propulsivo, energico: un vero e proprio funk-rock che impone al sangue nelle vene di scorrere veloce. Una costruzione ritmica ed armonica nei confronti della quale l’indifferenza, a chi ascolta, è senza dubbio interdetta. Melodia, sezione ritmica muscolare ed intensa con associati cambi e passaggi dal sapore decisamente “progressive“.
Il terzo brano è staccato dai precedenti, vuole essere un discorso a parte: singolo di successo del disco, “Funny the way it is” è brano emozionante, appassionato, che solleva chi l’ascolta dalla realtà terrena verso alte vette di ispirazione. La melodia della voce è fantastica, davvero lirica e piena di sentimento e traina lo sviluppo del pezzo verso imprevedibili cambi ritmici carichi di un vigore del tutto rock. La presenza vasta e prepotente degli strumenti, la batteria secca ed assai presente, rischiano di creare una certa pesantezza all’ascolto ma il brano affascina e crea il bisogno di essere riascoltato.
“Lying in the Hands of God” è la traccia numero 4 che, con echi di un vicino oriente mescolati ad una batteria sempre secca e decisa, parla in maniera diretta al cuore di chi la ascolti, con squarci di autentica effusione patetica; l’ascoltatore viene cullato e distratto dalle sue piccolezze di ogni giorno che lo rendono “solo” umano.
“Why I Am“, il quinto pezzo del disco, reagisce a quello che lo precede, con un piglio più aggressivo ed incalzante. Un andamento non originale, una melodia indovinata ma per nulla innovativa, costruiscono un brano sempre di ottima qualità ma che di certo non è provvisto delle caratteristiche dell’imperituro classico; almeno sino all’imprevedibile minuto numero due, quando con forza la musica si impone alla memoria di chi ascolta. Non il momento migliore del disco.
“Dive In” è la traccia numero 6, accattivante ed assai orecchiabile ma pericolosamente vicina a qualcosa di familiare; un andamento cauto, sino alla variazione che, ispirata e lirica verso le vette più alte, continua a propiziare titoli di merito in favore di questa straordinaria formazione musicale. Gli squarci più intensamente sentimentali, con una melodia chitarristica sognante eppure asciutta, parlano in modo quasi ingenuo a chi ascolta e sanno commuovere.
Una pausa e poi “Spaceman“, un brano, il settimo, che ha un approccio differente, maturo, lontano dalle adolescenziali pulsioni sentimentali-emotive peculiari del rock più aggressivo ed esasperato. Taglio maturo che prosegue con “Squirm“, pezzo dall’andamento sospettoso, che evoca l’atmosfera dell’indagine, del dubbio, dell’inquietudine dell’uomo che è in attesa di sapere, consumato dalla paura di essere l’unico ingenuo, inconsapevole agnello tra lupi.
L’atmosfera della traccia 9 evoca il sud degli Stati Uniti d’America:” l’incipit di Alligator Pie” sembra proprio essere un omaggio palese alla realtà della campagna, dello strumento acustico a corda, della terra; elementi che compongono l’affresco del rodeo, dei duri cowboy. Ma interviene, a sorprendere l’ascoltatore, la variazione melodica che, incastonata in un contesto aggressivo, secco ed incongruente, resta nelle orecchie e rende tutto il brano assai più piacevole da ascoltare.
“Seven“, decimo brano, ha un inizio duro ed aggressivo cui fa da contraltare unavoce in falsetto assai sottile, quasi incoerente; sino ad uno sviluppo ossessivo, ritmico, sincopato. Il brano ha accenti impressionistici di differenza: la varietà di colori, propria dell’abito di Arlecchino, è l’immagine che può rendere l’idea di queste differenti eppure armoniche ispirazioni.
Con “Time Bomb” arriviamo al pezzo numero 11, ormai un po’ appesantiti dalla ricchezza musicale del disco che, vario e sorretto da tanti strumenti, affatica l’ascoltatore. L’iniziale evocazione dell’ordigno esplosivo lascia spazio ad un’atmosfera che ricorda i Dire Straits sino ad un esito pienamente rock, nell’aggressività musicale e con la voce urlata.
“Explicit” che in maniera ossimorica anticipa ed introduce “Baby Blue“, brano di intensa ispirazione sentimentale che, carezzevole e morbido, con la sua armonia appassionante e misurata costringe nuovamente l’ascoltatore a mostrare ammirazione per la band di Dave Matthews. Gruppo che sa tramutare in intercambiabili tasselli di un infinito mosaico gli accenti delle più diverse tradizioni e dei più vari generi musicali.
La carezzevole conclusione di “Baby Blue” prepara il terreno a “You & Me“, brano sentimentale dalla melodia sincera, vera, ispirata, ma un po’ troppo prevedibile: lo sviluppo del brano, che potrebbe portare a qualsiasi esito, purtroppo si arena su assai ovvi lidi. Al minuto 4.53 c’è però un imprevedibile inserto musicale tra il jazz, il funk ed un morbido “progressive“, del tutto incongruo con la presunta traccia conclusiva del disco: un elemento straniante che introduce a due brani bonus.
Il primo, “Write a Song“, davvero intenso ed originale: orecchiabile eppure potente lascia esprimere la DMB nel modo che meglio gli riesce. Per non parlare poi di “Corn Bread“, la seconda canzone “regalo”: l’approccio, in tutto e per tutto metropolitano, americano, pienamente statunitense, è piacevole, deciso, aggressivo eppure melodico. La band dà qui ulteriore prova di ottimo gusto ed enorme maturità compositiva e musicale. Il disco si conclude quasi all’improvviso ma la sensazione è quella di una firma, come a dire “…questo è quello che siamo capaci di fare; vi sembra poco?”. In una realtà musicale stagnante, nostalgica di un passato figlio dei fiori, schiava della propria versione visibile e lontana dalle sue più sincere vesti (se non nelle crepe dell’indipendenza), questo disco non può che meritarsi un ricco 8.
LA SCHEDA:
Big Whiskey & the Groo Groux King
Dave Matthews Band
Etichetta: Bama Rags Recordings
1. Grux (1:11) 2. Shake me like a monkey (4:00) 3. Funny the way it is (4:26) 4. Lying in the hands of God (5:13) 5. Why I am (3:53) 6. Dive in (4:26) 7. Spaceman (4:08) 8. Squirm (5:32) 9. Alligator pie (3:59) 10. Seven (4:17) 11. Time bomb (3:59) 12. Baby blue (3:41) 13. You & me (5:41)
Siamo cresciuti a suon di musica napoletana classica. Ci piace ascoltarla, anche quando la sua “classicità” prende un’altra sfumatura. Curiosi ed anche abbastanza intrigati dal titolo, insieme a mio amico Fabio Pesce abbiamo scoperto, attraverso il progetto Giosi Cincotti, un altro modo di rivisitare i classici ritornelli partenopei.
“NEAPOLIS IN FABULA” è il cd della “solita” canzone napoletana che però non ti aspetti e ti sorprende. Un percorso tra jazz, sogno e tradizione che sconfina con naturalezza e nonchalance tra le note di favole incantate che ridisegnano i contorni e i significati di storie antiche. La copertina si propone essenziale, senza troppi fronzoli e aprendo la confezione il cd si presenta come un vecchio vinile, che ne dà l’aspetto di un 45 giri di un tempo, quasi a sottolineare l’intrecciarsi inafferrabile di passato e presente. Il cd si apre con una compilation che chiarisce subito parte delle intenzioni musicali: “Uocchie c’arraggiunate” (Falcone, Fieni e Falvo, 1904), “‘O marenariello” (Ottaviano-Gambardella, 1893), “Canzone marenara” (Donizetti, 1835), “Luna nova” (Di Giacomo-Costa, 1887). L’arrangiamento inizia con un pianoforte acustico, sembra un pianoforte a mezza coda Yamaha C3, leggermente spento come suono. Dopo poche battute entra la voce con un contrabbasso, ottimo equilibrio fra loro e una bella voce immersa nella musica. Sorprende piacevolmente questo medley non esageratamente jazzistico o di banalmente già sentito. Da sottolineare la voce femminile, ben ripresa all’interno del brano, non fa mai da protagonista, lascia respirare anche gli altri strumenti che si alternano, avendo sempre come protagonista principale il pianoforte, filo conduttore per tutto il medley. Il secondo pezzo è intrigante, diverso dalle versioni che siamo stati abituati a sentire: “‘E spingole frangese” (Di Giacomo-De Leva – 1888) ha un jazz che scivola nella sigla dei Simpson per poi finire in un ritmo blues. Da qui si entra nello spirito del cd, la musicalità si fa avvolgente. Così “‘a Vucchella” di D’Annunzio-Tosti (1892) si incarna in quella di Biancaneve in attesa del suo principe con “I sogni sono desideri” (“Someday my Prince will come” brano già prestato al jazz di Miles Davis per citarne uno) per poi diventare “When you wish upon a star” (“Una stella cade”, parte della colonna sonora del Pinocchio disneyano) in “Reginella” (Bovio – Lama – 1904), stavolta in una storia con un finale meno lieto. Ma la contaminazione tracciata da Giosi Cincotti – a cui si devono progetto e arrangiamenti – non finisce di stupire con “A Canzone appassiunata” (E. A. Mario – 1922) che si intreccia con un tango di Piazzolla, “Maddalena” (Carlo Faiello) che diventa un jazz – unico brano tratto dal passato prossimo – e “Michelemmà” che sfocia in una melodia mediorientale seguendo il testo dell’ignoto autore (“Li turche se nce vanno a reposare…”). Un brano un po’ di rottura con la magia che pervade il lavoro è “La Pizzica a Santu Paulo”, dove si crea un originalissimo e coinvolgente connubio tra tarantella e jazz.
E’ peculiare che una pietra miliare come “Voce ‘e notte” (Nicolardi-De Curtis) venga lasciata intatta, quasi a sottolinearne una sorta di intoccabilità. L’ultimo brano, “Reginella”, è fra i più sorprendenti grazie alla simbiosi creatasi fra la voce e il pianoforte. Nessuno dei due prevale sull’altro. L’arrangiamento è semplice e sono piacevoli anche le pause, che impreziosiscono il prima e il dopo. “La musica è sensazione”, sostiene nella sua presentazione del disco Giobbe Covatta e alla fine dell’ascolto abbiamo condiviso pienamente la sua affermazione. Il cd ha una non trascurabile esperienza teatrale alle spalle e si sente! Il risultato è una scrittura musicale che va al di là della registrazione di studio, una musica che fonde arte, poesia e magia in un’idea multimediale che nel supporto inciso dal laser sembra starci stretta. Giosi Cincotti ha sapientemente curato musiche e arrangiamenti, mentre l’elaborazione teatrale è a cura di Marcello D’Orta (scrittore autore di “Io speriamo che me la cavo”, “Dio ci ha creato gratis” e molti altri). La voce di Mena Cacciapuoti, in un napoletano pulito che a tratti si colora di calde inflessioni etniche, non forza i limiti. Il modo naturale in cui i musicisti comunicano tra loro porta alla creazione di un prodotto sonoro in cui essi emergono come gruppo e non come solisti: Marco De Tilla – contrabbasso, Michele Maione – percussioni, Giosi Cincotti – pianoforte, Marzouk Mejri ed Emidio Ausiello – percussioni, Pericle Odierna- fiati, Enzo Grimaldi – fisarmonica. Per le registrazioni abbiamo notato che sono stati usati dei buoni outboard. Lodevole la scelta degli ambienti sulla voce, non esasperati da riverbero e delay, come purtroppo succede spesso nella registrazione della musica napoletana.
La scheda
NEAPOLISINFABULA
Edizioni: Graf
http://www.myspace.com/neapolisinfabula
Tracklist: 1. Medley: uocchie c’arraggiunate (Falcone Fieni – Falvo)
‘o Marenariello (Ottaviano – Gambardella)
canzone Marenara (Donizetti) Luna nova (Di Giacomo – Costa) 2. ‘E spingole frangese (Di Giacomo – De Leva) 3. Canzone appassiunata (E.A. Mario) 4. Voce ‘e notte (Nicolardi – De Curtis) 5. Maddalena (Carlo Faiello) 6. Michelemmà (rielab. Giosi Cincotti) 7. ‘A Vucchella (D’Annunzio – Tosti) 8. Pizzica a Santu Paulo (rielab. Giosi Cincotti) 9. Reginella (Bovio – Lama)
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