Hot Hand Usb

Oggi sul mercato non mancano certamente controller midi, anzi possiamo tranquillamente affermare di esserne letteralmente invasi. Da quelli dedicati a software specifici (vedi Ableton Live) a quelli più versatili, configurabili in ogni minimo dettaglio e pronti ad assecondare le strampalate esigenze dei nuovi performer.
 
fig1Hot Hand Usb - Unboxing - Age of Audio

Anche i tablet ormai si candidano a occupare sempre più un ruolo da protagonista nei setup Live con la sterminata quantità di app disponibili. Case produttrici come Novation, Akai, Korg sicuramente dominano il mercato, ma tra queste ogni tanto spunta qualche azienda minore, che con un’idea innovativa cerca di inserirsi nella difficile competizione all’ultimo control change. E’ il caso dell’americana “Sorce Audio” protagonista di questa prova con il controller “Hot Hand USB”. Riuscirà questo anello spaziale a rendere la nostra “mano rovente“?

 

Vediamo cosa c’è nella confezione

La confezione si presenta (fig.1) con un piccolo scatolo con il logo Hot Hand USB bene in mostra, dove all’interno troviamo una dongle USB, l’anello Hot Hand ed un piccolo alimentatore. Sul fondo della confezione un talloncino con il quick setup in quattro semplici step.

SetUp

Colleghiamo l’alimentatore all’anello provvisto di un led che inizierà a lampeggiare per confermarci lo stato di carica che dura circa un ora e mezza. Quando il caricamento sarà terminato il led si spegnerà e la periferica potrà funzionare per un periodo nominale di 6 ore circa.L’istallazione è semplicissima basta connettere la dongle USB (fig.2) al PC/MAC senza scaricare ulteriori driver.
fig.2 Hot Hand Usb - Dongle USB - Age of Audio
quando il led “status” lampeggerà lentamente (fig.2.1) la pennetta sarà pronta per il collegamento e a questo punto basterà accendere l’anello per linkare il controller.
fig.2.1 Hot Hand Usb - Installazione - Age of Audio

Il controller

L’Hot Hand USB non è altro che un controller a forma di anello (fig.3) in silicone da indossare, con tre assi (X, Y e Z) di rilevamento del movimento, che trasmette ad un ricevitore wireless USB collegato al computer. Misura 3 cm di lunghezza e 1cm di altezza, possiede un Led brillante di colore blu che indica il suo funzionamento ed è dotato infine di un tastino laterale integrato (semi nascosto) per l’accensione. L’anello viene fissato al dito tramite un comodo cinturino gommato. Un lato dell’anello è stato lasciato libero dall’involucro per permettere il collegamento all’alimentatore in fase di ricarica. (fig.3.1) Il software L’Hot Hand USB è dotato di un software essenziale scaricabile gratuitamente dal sito del produttore a questo link: Hot Hand USB Editor. Questo editor, semplice e ben fatto,(fig.4) permette a gli utilizzatori di settare con precisione la morbidezza “smooth” e quindi regolare, smussare la quantità di movimento (tremolio) e la profondità “depth” del movimento delle assi (X,Y e Z) o addirittura invertire in movimento “Invert” in oltre è possibile con semplicità, settare i segnali di controllo e le varie funzioni midi come il canale, il tipo di messaggio (Pitch bend, After touch) ed è possibile disattivare i singoli processi o addirittura metterli in solo.fig.3 Hot Hand Usb - Anello Hot Hand- Age of Audio Scaricare questo software è molto importante perchè oltre a darci una indicazione visiva di come ogni asse risponde al movimento, nel lato sinistro del software abbiamo dei moduli di controllo assi, ci da anche la possibilità di tarare l’anello nella posizione di partenza della nostra performance cliccando sull’opzione “center”. Nelle varie opzioni avanzate, c’è la possibilità di rinominare il controller, in modo da poterne usare anche più di uno e quindi riconoscerlo durante il settaggio dei parametri.fig.3.1.Hot Hand Usb - Dettaglio anello - Age of Audio

Mappatura midi e test

Personalmente ho testato il controller su Ableton live 9 ed è stato semplicissimo mapparlo. Riconosciuto come qualsiasi altro controller, dal menù preferenza >midi (fig.5) lo si trova già tra le periferiche collegate e pronte per essere mappate, bisogna solo ricordarsi di attivare i parametri Track/Sync/Remote . Il controller Hot Hand USB puo’ essere ovviamente configurato e mappato anche con altri software Midi-compatibili ne cito alcuni, Traktor PRO, Serato, Logic, Ableton, Cubase, Pro Tools. Considerazioni Di solito siamo abituati ad usare e mappare knob e manopoline per controllare i nostri effetti e/o parametri vari, affidando tutto a dei classici controller. Personalmente trovo la Hot Hand USB della Source Audio un ottima periferica di controllo. Innovativa e precisa, basti pensare che non ho avuto latenza di nessun tipo durante il suo utilizzo e realmente la batteria integrata dura parecchio. Inoltre la semplicità nell’ istallarla e di seguito configurarla è stata veramente disarmante. Mi è sembrato un ottimo compagno per i controller attuali, una sorta di controller di accompagnamento, nato per le performace live, grazie ai suoi 100 mt di copertura, da affidabilità per ogni tipologia di setup e performace. Il pubblico molte volte vuole essere coinvolto, capire cosa accade. Vedere il performer/ DJ agitarsi e creare qualcosa, sicuramente può avere un forte impatto. Anche l’occhio vuole la sua parte!

Alla prossima Paolo Dj Fresella Colacicco.

PRO
Innovativo Facile da installare e configurare
Buona fattura Versatile
Prezzo accessibile

CONTRO

Nulla di rilevante

INFORMAZIONI UTILI

Produttore:Source Audio LLC
Modello: Hot Hand USB
Website: www.sourceaudio.net
Distributore:
Prezzo:

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Namm 2014 – Apollo Twin

L’Universal Audio con la sua nuova scheda Apollo Twin, reinventa la registrazione delle schede audio da desktop, fornendo il leggendario suono di uno studio analogico anche su prodotti di fascia bassa.

Apollo Twin

Apollo Twin


Apollo Twin possiede il bundle UAD “Realtime Analog Classics”, con le legacy edition di LA-2A Classic Audio Leveler, 1176LN Limiting Amplifier ed il Pultec EQP-1A Program Equalizer, in più Softube Amp Room Essentials, il nuovissimo pug-in 610-B Tube Preamp e molto di più.
Disponibile nelle versioni SOLO e DUO (rispettivamente con uno o due processori SHARC Analog Devices).
Apollo Twin back

Apollo Twin back

Caratteristiche tecniche

  • Interfaccia audio Thunderbolt Desktop 2×6 con convertitori world-class 24-bit/192 kHz
  • Processing UAD in tempo reale per registrare attraverso i plug-in con Compressori vintage, EQ, Tape Machine, Mic Preamp e Guitar Amp con latenza pari a zero (sotto-2ms)
  • Connessione Thunderbolt che fornisce, sui nuovi Mac, fulminee prestazioni pari al PCIe in velocità e stabilità
  • Nuova tecnologia Unison in grado di offrire impressionanti emulazioni di pre valvolari classici e transformer-based
  • 2 preamp mic/line di alta qualità ; 2 uscite di linea; sul pannello frontale ingresso Hi-Z per strumenti ed uscite di cuffia
  • 2 uscite monitor analogiche controllate digitalmente per fornire la massima risoluzione a qualunque livello di ascolto
  • Fino ad 8 in digitali addizionali tramite connessione Ottica
  • Include il bundle UAD “Realtime Analog Classics”, con le legacy edition di LA-2A Classic Audio Leveler, 1176LN Limiting Amplifier ed il Pultec EQP-1A Program Equalizer, in più Softube Amp Room Essentials, il nuovissimo pug-in 610-B Tube Preamp e molto di più.
  • Gestisce i Powered Plug-In di UAD via Audio Units, VST, RTAS & AAX 64
  • Disponibile sia in versione UAD-2 SOLO che UAD-2 DUO rispettivamente con uno e due DSP a bordo

Prezzo UAD-2 SOLO: Euro 699
Prezzo UAD-2 DUO: Euro 899

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Arturia MiniLab (Parte 2)

Eccoci finalmente a parlare nuovamente di Arturia Minilab (se non avete letto la prima parte dell’articolo lo trovate qui. Per affrontare questa volta l’argomento AnalogLab, ovvero il plugin di sintesi analogica in dotazione con la piccola master keyboard. Il software si integra perfettamente con l’hardware creando un ibrido potente e versatile in studio ma soprattutto pratico e funzionale dal vivo.

AnalogLab può funzionare tranquillamente anche senza Minilab ed è disponibile per Mac e PC in versione stand-alone e come plugin VST, VST3, AU e RTAS.

Installazione e Setup

Il prodotto non viene fornito su supporto ottico nella confezione della Minilab e pertanto è necessario scaricarlo direttamente dal sito Arturia. Le dimensioni abbastanza contenute (circa 500 Mb) consentono il download in tempi accettabili anche per chi come me non dispone di una connessione ADSL veloce. La versione utilizzata per la prova, la 1.05 per Mac, è disponibile nel classico formato dmg contenente il pkg per l’esecuzione del setup. Terminata la procedura di installazione è necessario registrarsi sul sito Arturia e inserire, oltre ai consueti dati anagrafici, il serial-number del prodotto in modo da consentire al sistema di generare un codice di sblocco per l’applicazione. Il tutto si conclude in pochi minuti e senza particolari problemi. Nel mio caso è stato anche necessario richiedere, dopo qualche giorno, un nuovo codice di sblocco in conseguenza alla sostituzione (per rottura) del disco rigido del MacBook Pro. Il nuovo codice mi è stato fornito nel giro di qualche ora.

Schermata - Arturia - Analog Lab

Schermata – Arturia – Analog Lab

Uno sguardo rapido

Il modesto numero di megabytes del pacchetto messo in relazione al numero di preset promessi (circa 5000), lasciano subito intuire che non stiamo parlando di sintesi PCM basata su campioni, ma di vera e propria emulazione analogica a modelli fisici. La libreria è infatti composta da un insieme di suoni provenienti dai noti e pluripremiati virtual synth di Arturia presenti con enorme successo sul mercato delle DAW da diversi anni.
Nel dettaglio stiamo parlando di: Mini V, Modular V, CS-80 V, ARP2600 V, Jupiter-8V, Prophet 5, Prophet VS, Oberheim SEM V e Wurlitzer V. Insomma il miglior “virtuale” che si possa desiderare in un’unica soluzione centralizzata e completamente organizzata in un ampio database di suoni meticolosamente catalogati.
All’interno di AnalogLab, si nascondono infatti gli stessi motori di sintesi dei virtual synth sviluppati e commercializzati singolarmente da Arturia. I vantaggi di averli concentrati in un’unica workstation sono diversi, come ad esempio utilizzare un’unica interfaccia grafica, poter passare da un synth all’altro senza fastidiosi cambi di finestra oppure avere la possibilità di combinare con estrema semplicità motori di sintesi diversi. L’unico ambiente operativo, da un lato punto di forza del software, è però anche il suo punto di debolezza perché l’editing dei suoni soffre molto della mancanza delle interfacce originali dei synths. In realtà non è solo questo a limitare l’editing dei suoni, in quanto i parametri su cui è possibile intervenire sono comunque pochi a prescindere dall’interfaccia grafica. Questo ovviamente per una chiara politica di marketing visto che stiamo parlando di un software fornito in boundle con una master keyboard di fascia economica. Il prodotto in tutti i casi non è da considerarsi entry-level: per i professionisti che dispongono della versione completa degli strumenti, AnalogLab offre la possibilità di utilizzare la potenza del proprio database in aggiunta alla versatilità dei singoli strumenti: il software infatti riconosce l’eventuale presenza dei plugin Arturia installati nel sistema e consente l’editing totale dei suoni presenti all’interno del catalogo direttamente nell’ambiente operativo completo, garantendo il successivo salvataggio (con relativi tag) all’interno del suo database.

L’interfaccia

AnalogLab si presenta in un’unica finestra di dimensione fissa (Fig.1) nella quale trovano posto più o meno tutte le funzionalità disponibili. Il layout è progettato a pannelli a scomparsa che vengono nascosti e visualizzati in funzione dell’operazione che si sta eseguendo.

Fig.1

Fig.1

Nella barra del menù applicazioni di OSX è presente una voce setup contenente esclusivamente la scelta dell’impostazione “knob mode” (circular o linear), mentre alla voce preference si trovano le impostazioni del driver audio con relativo buffer size e sample rate e la selezione della periferica MIDI per il controllo. Inoltre è presente un tasto PREF che visualizza a tutto schermo  una finestra con i credits del software e propone l’impostazione di qualche altro parametro come allocazione ram e l’altezza dello schermo (la dimensione più piccola è già sufficiente a occupare completamente il display 13’’ del mio MacBook).

Sulla sinistra, per ognuna delle modalità operative, trova sempre posto l’elenco dei suoni, mentre lo spazio sulla destra è riservato a:
- filtri per la ricerca dei suoni in modalità single
- finestra di editing in modalità multi
- organizzazione dei suoni in modalità live.

Nella parte più bassa viene mostrato il pannello con i controller a disposizione (in numero variabile a seconda della master utilizzata)con l’aggiunta di pitch bend e modulation. Tutti i controller disegnati sono attivabili oltre che con l’hardware collegato anche mediante azione del mouse. Ai due estremi di di questo pannello sono presenti due serigrafie che nascondono altrettanti sottopannelli: a sinistra troviamo gli snapshot mentre a destra gli accordi. Scopriremo più avanti di cosa si tratta.

Modalità operative

Analog Lab può funzionare in tre modalità differenti secondo quello che ormai è più o meno lo standard operativo di qualsiasi strumento a tastiera software o hardware:

Fig.2

Fig.2

Sound: è la modalità di funzionamento predefinita che consente l’esplorazione rapida dell’intero parco suoni presente nel software. Considerato l’elevato numero di preset disponibili (circa 5000) l’elenco è stato organizzato come un database per cui viene visualizzato in colonne su cui è anche possibile operare l’ordinamento. Le informazioni riportate sono nome, tipo, synth di appartenenza, gradimento e designer, tutti dati che consentono di avere a vista d’occhio indicazioni precise riguardo il tipo di suono in questione. In questa modalità lo spazio sulla destra è riservato ai filtri di ricerca, utilizzabili in due rappresentazioni. La prima, molto scenografica, denominata Studio (Fig.2), consente la scelta del synth mediante un’immagine bitmap raffigurante tutti i synth emulati dal software (sembra di essere stati catapultati nello studio di J.M. Jarre); posizionando il mouse sul synth di interesse e cliccandoci sopra, l’elenco si reimposta automaticamente rendendo visibili soltanto i preset che appartengono a quel motore di sintesi. La vista Filter (Fig.3) opera in maniera più precisa, comportandosi come un vero e proprio pannello di interrogazione del database: viene esposto un elenco di attributi su cui è possibile mettere il segno di spunta per includere o escludere determinate sonorità nella ricerca. I suoni possono essere cercati per strumento di appartenenza (ARP2600, CS-80, etc.), tipologia di suono (Bass, Lead, Pad etc.) e caratteristica (Acid, Ambient, Dark etc.). In questa vista è possibile anche operare sulle funzioni base di editing quali polifonia, key mode (mono unison e poly), step del sequencer/arpeggiatore, pitchbend range e sync del LFO.

Fig.3

Fig.3

Multi: solitamente indicata come “Performance” su tutti i sintetizzatori più diffusi (motif, juno etc.), consente la combinazione in split e in layer di due suoni della modalità sound. Questa modalità è interessante perchè oltre la possibilità di suonare contemporaneamente due preset (anche appartenenti a motori di sintesi diversa), consente l’aggiunta di due processori effetti in send (ma utilizzabili in insert con la giusta impostazione di volume e selettori pre-fader) che seppure abbastanza scarni nella possibilità di editing, conferiscono maggior autorevolezza e spessore ai timbri programmati. La scelta degli effetti è sufficientemente vasta e spazia dai classici riverbero, delay, phaser, flanger etc. ai più contemporanei bitcrusher, destroy, subgenerator, vocalfilter e altri. In questa modalità vengono forniti un  centinaio di preset pre-programmati e non è possibile utilizzare filtri di ricerca.
Quando si opera in modalità multi, la parte destra dello schermo viene utilizzata totalmente per l’editing della combo (Fig.4), con tanto di visualizzazione grafica dei key range e transpose, dei volumi e panpot delle singole parti, delle mandate effetti e della matrice di assegnazione di pitch bend, modulation,aftertouch, sustain e expression.

Fig.4

Fig.4

Live: indispensabile per portare i nostri suoni preferiti sul palco, prevede la possibilità di programmare un elenco misto di sound e multi in una sequenza di 128 posizioni facilmente richiamabili a cui è possibile assegnare un program change. La parte destra dello schermo in questa modalità viene riempita dalla lista dei 128 program con relativi program change e nome della song in cui vengono utilizzati (Fig.5).

Fig.5

Fig.5

Integrazione e uso con Minilab

fig.6

fig.6

L’utilizzo di AnalogLab con MiniLab è di una semplicità disarmante: è sufficiente collegare la tastiera al computer ed eseguire il software in stand-alone. Il dispositivo viene riconosciuto e impostato come periferica midi di default. Il software si sincronizza con l’hardware che viene forzato a funzionare in una modalità specifica ignorando completamente tutte le otto scene precedentemente memorizzate nel dispositivo. In pratica la tastiera si imposta su una sorta di scena “nove” non modificabile, dedicata esclusivamente al funzionamento con AnalogLab. Per questo motivo i rotary encoders fisici della tastiera assumono il controllo dei corrispettivi virtuali disegnati a video senza possibilità di essere divisi (Fig.6). Il primo encoder in basso a sinistra è dedicato, esclusivamente al cambio preset: ruotando il potenziometro si scorre la lista dei suoni senza essere costretti a mettere le mani sul mouse o sulla tastiera del computer. Quello più in alto sempre a sinistra è dedicato al volume generale dello strumento. I restanti quattordici potenziometri sono invece liberamente assegnabili a una ventina di parametri di sintesi che rappresentano totalmente la capacità di editing del synth software. Parliamo giusto di cutoff e resonance dei filtri, volumi degli oscillatori, inviluppi, lfo rate e livello di chorus e delay e poco altro. Chiaramente in modalità multi è necessario scegliere quale synth (parte1 o parte2) controllare. Tra un synth e un altro possono variare leggermente i nomi dei parametri (es. la resonance del CS-80 diventa l’emphasis sul mini V) ma sostanzialmente le funzionalità a disposizione rimangono le stesse per tutti i motori di sintesi.

Utilizzando la MiniLab è chiaramente del tutto inutile, anzi perfino dannoso, utilizzare la funzionalità midi learn, a meno che non si dispone di un controller aggiuntivo da dedicare magari alla modifica in tempo reale degli effetti in modalità Multi.

I set di assegnazione dei parametri ai controller sono a livello globale per le due modalità Single e Multi, non vengono cioè salvati insieme al preset selezionato. E’ però possibile salvare la configurazione in un file di scena facilmente richiamabile.
In AnalgLab non è presente né una Drum Machine né un campionatore, pertanto l’utilizzo degli otto pad della Minilab è relegato alle funzioni di selezione snapshot o di esecuzione accordi.

Snapshots e Accordi

fig.7

fig.7

In tutte e tre le modalità operative sono sempre disponibili i pannelli sanpshots e chords (Fig.7/7b). Il pannello snapshots offre la possibilità di memorizzare sui dieci tastini a disposizione altrettanti timbri più utilizzati nelle nostre performance (solitamente piano, e.piano, hammond e clav nelle varie sfumature) rendendoli immediatamente disponibili al momento dell’azione con il mouse o con il primo bank di pad disponibili sulla master Arturia collegata. Il pannello chords invece offre la possibilità di comporre rapidamente otto accordi (solitamente utilizzabili con l’arpeggiatore) di cui è possibile preimpostare pitch e accordo (maj, min, 7 etc.) per poi azionarli sempre con il mouse o con il secondo bank di pad disponibili. Questa funzionalità, seppur molto utile, soffre di due piccoli problemi: il primo è che per premere i pad utilizzando il mouse è praticamente impossibile in quanto si finisce sempre con l’aprire o il popup per la selezione del pitch o dell’accordo. Il secondo problema, al quale ho dedicato diverse ore della prova senza trovare una soluzione, è che volendo sfruttare i tasti chords con suoni dotati di arpeggiatore, non è possibile in nessun modo variare il BPM di default.

fig.7b

fig.7b

Utilizzo con altre master

AnalogLab può naturalemnte essere utilizzato con master keyboard di qualsiasi natura. Il software, se non trova periferiche Arturia collegate, propone come configurazione di default una tastiera con dieci rotary encoder e dieci fader verticali più chiaramente pitch e modulation (Fig.8).

fig.8

fig.8

fig.9

fig.9

Ho fatto delle prove con la mia piccola M-Audio keystation32 senza avere nessun problema a suonare le note e ad assegnare l’unico knob a disposizione. Molto più divertente però è stato utilizzare una vecchia Yamaha An1x, con i suoi otto knob e il ribbon controller. Il midi learn (fig.9) è stato semplicissimo: una volta premuto il tasto MIDI, i controller a video si illuminano di rosso se assegnati a paramentri di sintesi e di viola se assegnati a parametri di effettistica o alla parte 2 della modalità multi (qui magari usare un terzo colore avrebbe evitato confusione). E’ sufficiente cliccare sul controller a video che si vuole assegnare e poi muovere il potenziometro hardware che gli si vuole associare. Et voilà il gioco è fatto.
Quello che non è possibile modificare mediante learn è l’assegnazione dei pads per gli accordi. Continueranno a rispondere sempre e solo al canale midi 10 ed alle note da C1 in poi. Pertanto se si ha intenzione di utilizzarli (io ad esempio ho provato con l’akai mpd32) è necessario programmare il controller per trasmettere quelle note sul canale 10. Stesso discorso per i tasti snapshot: è possibili sfruttare la loro funzionalità lavorando sul controller. La risposta dei controller risulta sempre fluida anche utiizzando la classica porta MIDI invece delle più moderne e veloci connessioni USB.

Il Suono

Dopo tutti gli argomenti trattati finora, ancora non siamo arrivati alla cosa più importante dell’articolo, cioè cercare di descrivere la qualità del suono di AnalogLab. Chi già conosce i software di Arturia, sa bene che la tecnologia TAE (True Analog Emulation), specializzata nella modellazione fisica dei circuiti dei classici sintetizzatori analogici, è molto sofisticata e precisa. Infatti il virtual instrument suona incredibilmente bene, tutti i motori di sintesi sono realizzati con estremo dettaglio. Il suono è corposo, grasso e sporco al punto di lasciare veramente poco spazio ad altro in un qualsiasi situazione da studio o da palco. In studio è necessario contenere la potenza di Arturia con equalizzatori precisi e compressori delicati in quanto tende a occupare troppo spazio nel mix. Nel live, la latenza bassissima consente di utilizzarlo come un vero e proprio sintetizzatore hardware analogico con un carattere grintoso a prova di chitarrista!

Personalmente ho molto gradito la potenza dei leads del Mini V e la precisione del Wurlitzer. Quest’ultimo, apparentemente tranquillo e in secondo piano, è invece un’emulazione molto ben realizzata: con l’uso del distorsore riesce a non impastare le frequenze medio-basse e a non sparare sulle medio-alte a differenza della maggioranza delle emulazioni in circolazione.

Ho trovato invece leggermente fastidiosa l’emulazione del clipping analogico (funzione tra l’altro documentata abbastanza male) che, se nelle cuffie è ancora sopportabile, nei monitor porta a controllare in continuazione i led di overload del canale audio per capire dove sta il problema. Chiaramente questa preferenza è molto soggettiva, qualcuno potrebbe amare proprio quel caratteristico modo di distorcere dei vecchi sintetizzatori analogici. Io non sono un amante dell’emulazione dei difetti, preferisco le tecnologie che li eliminano del tutto, così ho preferito tenere sempre spento il tasto “soft clip”.

Tra le varie prove, ho sperimentato il suono di AnalogLab filtrato da qualche plug-in di saturazione e di amp-simulator, ma onestamente l’emulazione dei circuiti analogici di Arturia non necessita di questi espedienti per essere calda e presente. Molto più interessante invece utilizzare la pasta sonora dei synth di AnalogLab con plugin di ultima generazione come Turnado di Sugar Bytes o Zebrify (il processore audio del synth Zebra2)  da cui si riescono a tirar fuori delle sonorità veramente molto interessanti.

L’utilizzo della CPU è un po’ altalenante: si passa da suoni che impegnano la cpu intorno al 3% anche con numerose voci di polifonia, a improvvisi picchi che arrivano anche fino al 70% con determinati preset. Immagino che ciò sia dovuto alle diverse catene di sintesi implementate nei singoli preset; il motore di sintesi del modular v ad esempio, può essere estremamente variabile in termini di complessità a seconda del tipo di suono.. Purtroppo non è mancato qualche crash di sistema con chiusura improvvisa dell’applicazione.

Come plug-in in una D.A.W.

Oltre ad essere una workstation di sintesi, AnalogLab è a tutti gli effetti anche un plug-in compatibile con i formati più diffusi e pertanto utilizzabile all’interno di software di produzione audio come Cubase, Logic, Live etc. Avere nella DAW i suoni di AnalogLab offre il vantaggio di poter intervenire su di essi con strumenti di precisione quali equalizzatori e compressori o di aggiungere effettistica (hardware o software) di livello superiore. Durante l’utilizzo con Main Stage ho scoperto che utilizzando un programma host si riesce finalmente a suonare i preset con arpeggiatore al bpm desiderato.

Anche nell’utilizzo come plugin l’impiego della cpu è molto ballerino, cosa che rende pericoloso l’utilizzo dal vivo in abbinamento a software notoriamente succhia-risorse. Non ho però mai avuto crash di sistema in questa modalità.

Conclusioni

Arturia AnalogLab è un’inesauribile risorsa di suoni pronti all’uso, ottimi da utilizzare in qualsiasi contesto di produzione o di musica dal vivo. Offre praticamente tutte le timbriche dei sintetizzatori storici degli anni ‘70 e ‘80 (ancora tanto in voga) unitamente ad un ambiente operativo pratico che ne consente la selezione e l’utilizzo senza inutili perdite di tempo.

Ritengo possa essere lo strumento ideale di tutti i tastieristi “pratici”, cioè quelli che suonano molto e smanettano poco ma anche dei virtuosi di altri strumenti che hanno necessità di inserire parti di tastiere nei loro arrangiamenti; anche senza essere esperti di sintesi, con AnalogLab è quasi sempre possibile riuscire a trovare il suono di cui abbiamo bisogno.

Probabilmente se però siamo DJ all’ultimo grido e cerchiamo sonorità Dubstep, oppure siamo precursori di una nuova era musicale e pertanto vogliamo controllare ogni singolo oscillatore e lfo, questo non è il plugin che fa per noi. Tuttavia, considerando che viene fornito in boundle con una piccola master keyboard, l’utente tipo è proprio il tastierista “mobile” che ha necessità di uno strumento leggero e portatile e pertanto, trovare nelle confezione anche una workstation così potente non può essere che un regalo gradito.

Pro

  • Libreria molto ampia
  • Emulazioni di altissima qualità
  • Modalità Live
  • Prezzo contenuto

Contro

  • Leggera instabilità
  • BPM in modalità stand-alone non modificabile
  • Assenza di Drum Machine/Sampler 
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MIS (Music Italy Show) – Bologna 2013

Ho pensato diversi giorni prima di abbozzare questo reportage sull’ultima (… e forse lo è davvero. ndr) Fiera degli strumenti musicali tenutasi a Bologna nell’ambito del Music Italy Show. Una fiera organizzata come non mai: un sacco di ospiti, diversi seminari, espositori con le ultime novità del settore, ecc. Cosa mancava? Forse un pò di pubblico in più, ma non solo!

Sono più di due decenni che frequento le Fiere nazionali. Ho iniziato nell’88 quando l’allora SIM HiFi di Milano mi entusiasmò talmente tanto che ne fui condizionato per gli anni successivi in tutto il mio cammino professionale. Era il periodo in cui si dischiudevano nuovi e importanti processi nell’elettronica professionale, come la presentazione nazionale del Korg M1 che avrebbe avviato quello che oggi conosciamo come il settore delle Workstation a tastiera: Korg Kronos X, Yamaha Motif XF, Roland Fantom sono solo gli ultimi, coevi, eredi di questa tipologia strumentale. Digital Boy presentava una sua DJ Session con un Emulator 3 anticipando quelli che poi sarebbero diventati i DJ set tanto cari ai producer odierni con Ableton Live, NI Maschine, AKAI MPC Renaissance, ecc.
Le giovanissime aziende C-Lab e Steinberg presentavano dei rudimentali, per oggi, sequencer MIDI: si chiamavano rispettivamente Notator e Cubase, mentre un’altrettanto pioneristica Digidesign presentava i sistemi Audio Tools (oggi Pro Tools) e Sound Designer.
SIM HiFi: due immensi padiglioni che ci vollero giorni per girarli tutti e, probabilmente, ancora novizio, mi persi qualcosa per strada.
Era il periodo in cui la rete non era popolare ed il negoziante sotto casa, potendosi permettere solo l’esposizione di poche tastiere e chitarre, era il primo a ritagliarsi un posto in prima fila per seguire “avveneristiche” demo (ricordo quella esilarante ma dall’alto grado tecnologico sviluppata da un giovane Michele Paciulli, due anni più tardi, con il sistema HDR ad 8 tracce di Korg: una avvenente “cugina” di Jessica Rabbit dialogava con lo stesso Paciulli mentre venivano mostrate le peculiarità del sistema).
Sono stato sempre attorno alle aziende anche quando, con i primi esempi di comunicazione via WEB, gli utenti arrivavano già preparati presso gli stand e molto più mirati erano i quesiti posti ai dimostratori: gli stessi che, a volte, non avendo avuto modo di approfondire per tempo la conoscenza specifica dello strumento, ne sapevano meno dell’utente. Sintomi questi che anche quest’anno hanno marcato l’assenza di molti grandi distributori e che, come fu la controversia Napster - Discografia, di qualche anno prima, lasciavano già da tempo presagire che anche nel settore della promulgazione territoriale di strumenti musicali qualcosa doveva cambiare. Eppure, salvo poche eccezioni, la formula della Fiera è rimasta pressoché immutata. Pur rispettando le competenze e la maestria dei dimostratori, non ho notato grandi differenze rispetto a ciò che oggi mi può dare il web.

Mi domando allora: che ci vado a fare in Fiera?

Gino Paoli e Gianni Morandi

Gino Paoli e Gianni Morandi

Ho avuto il piacere di farmi scattare una foto con Gianni Morandi e apprezzo le interviste che lo stesso, alternandosi con Red Ronnie su una delle postazioni principali aperte al pubblico, abbiano fatto ad altri grandi della musica italiana: primo fra tutti Gino Paoli. Accetto anche che una mia alunna di Liceo Musicale non sia voluta uscire dalla Fiera prima di essersi scattata una foto con Mauro Coruzzi (in arte Platinette), e che Fio Zanotti e Dody Battaglia abbiano intrattenuto i presenti con dovuta professionalità, ma dove erano i tanti e nuovi artisti della scena italiana, tanto cari al pubblico dei vari talent televisivi o “gettonati” alle radio?

Hanno allestito tre grandi palchi all’esterno dei padiglioni, alternando esecuzioni scolastiche (… ma la scuola aveva chiuso i battenti qualche giorno prima: lo sapevate quando avete organizzato le date? ndr), con quelle di gruppi professionisti e artisti in cerca di visibilità. Sotto un sole cocente e qualche distrazione organizzativa, i poveri tecnici hanno dovuto soddisfare un’enormità di richieste ed esigenze operative che non mi ci sarei voluto trovare nei loro panni.

 MIS-Bologna-2013-Stadio

MIS Bologna 2013 – Stadio -

A loro tutto il mio rispetto ed il mio grazie per come hanno gestito il gruppo di ragazzi del mio Liceo Musicale. Intanto, però, quello più trandy l’ho riscontrato allo stand Casale Bauer con gli Stadio attanagliati in una Demo Room che hanno concertato per poche decine di fortunati visitatori.

È il caso di rilevare certe disamini personali? Credo di sì. È diverso tempo che ci si lamenta delle cose che non vanno. I grandi che sono a capo del settore hanno in media i capelli bianchi e anche per loro credo sia arrivato il momento che, nel rispetto delle proprie posizioni, diano spazio a mentalità più giovani o quanto meno affianchino certe vedute con qualche “estrosità” che potrebbe rinvigorire e dare nuovo fermento all’istruzione e alla diffusione della musica in Italia. È il momento che ognuno, con le proprie priorità, non faccia l’egoista, pensando che siccome gli affari vanno bene, il problema non lo tocchi minimamente. Credo che la cooperazione d’intenti, la possibilità di guardare oltre la propria punta del naso, investire sulle nuove generazioni (… e non solo da parte del Governo, aggiungerei), rendere più appetibili e unici simili incontri, sia una condizione che vale la pena considerare collettivamente, prima che l’ombra di una situazione come l’ultimo Concerto avvenuto all’ERT greca, possa affacciarsi alle nostre porte. Servono nuove idee imprenditoriali. Serve che le notizie siano trasparenti e non filtrate da interessi personali. Serve che i prodotti, sopratutto quelli nazionali, possano riscontrare dignità professionale pari a quelle delle grandi multinazionali. Serve che le aziende imparino dagli errori del passato per avviare un efficace futuro. Serve che il Governo allenti la morsa esattoriale e dia respiro a chi in questo settore ci crede ancora e ne porta avanti la filosofia progettuale, costruttiva e di settore culturale-operativo.

Passiamo ai prodotti, rimandando ad eventuali ulteriori approfondimenti (tanto c’è la rete!), quelli di vostro interesse personale. Tralasciando ad una panoramica generale gli altri, punto l’attenzione sui prodotti che in questo periodo stanno riscontrando ampi consensi.
Viscount Physis Piano  Physis Piano: credo che sia il progetto e prodotto più innovativo e ambizioso presente in Fiera. È tutto italiano sia dal punto di vista della ricerca che nella parte di sviluppo e realizzazione. Si tratta di un piano digitale basato sui Modelli Fisici (quindi niente campionamento per le sonorità principali, ma costruzione del suono su elementi fisici ricostruiti con algoritmi matematici che simulano il comportamento delle corde, dei martelletti, del feltro, dei materiali dei battenti, della cassa armonica e così via). Le categorie basate su tali algoritmi sono quelli del Pianoforte Acustico, Elettrico e i Mallets (percussioni intonate). Tutti gli altri strumenti residenti, che vanno considerati un necessario completamento dello strumento, sfruttano campionamenti multi layer. La meccanica, customizzata, è anch’essa italiana (una variante della Fatar TP40, pare): manca a mio avviso del doppio scappamento, ma la decisione di non implementarlo è filtrata dal target a cui si rivolge lo strumento: studi di registrazione e stage piano moderni, dove tale peculiarità probabilmente non è molto richiesta. Il costo è un pò alto, ma credo che nell’ambito degli studio e dei palchi di alto profilo, il Physis Piano possa rendere meglio di tanti prodotti a campionamento che dopo una stagione, magari risultano già obsoleti.

Korg Ms 20 Mini KingKorg e MS20mini: altri due prodotti molto gettonati dell’ultima ora. A secondo dei distributori, i tempi di attesa sono nell’ordine di mesi per accaparrarsene uno. La rilettura dell’azienda nipponica sulla sintesi sottrattiva. In veste completamente digitale il primo; puramente analogico, con tanto di fruscio e rumore di fondo il secondo. Polifonico e dal grande sound grazie alla funzione Unisono e al Boost Drive in uscita per il King, patchabile e caratterizzante quanto basta per renderlo unico nelle sonorità il Mini. Riguardo quest’ultimo, mi hanno lasciato un pò perplesso la tastiera e la relativa fragilità delle patch cord (Minijack da un 1/8).

Universal Audio

MIS Bologna 2013 – Universal Audio – Copyright © Age of Audio Music Magazine

Nello stesso stand della EkoMusicGroup l’intero nuovo setup dell’italiana StudioLogic con il recente Sledge a dominare il NumaPiano ed il NumaOrgan. Ancora una volta si tratta di un VA dal grande suono e con ampi controlli in real time. Un pò stretto in un angolo, l’esposizione e la prova della nuova UAD Apollo 16, accerchiata da monitor Focal serie CMS e le esuberanti SM9.
Sistema Yamaha Nuage: non aggiungo nulla. Vedetevi il video, girato con la cortesia di Franco Fraccastoro ed il bene placito dei dirigenti Yamaha. Attenzione al costo, da ricercare in rete: non proprio alla portata di tutti, ma in linea per caratteristiche e funzioni con i sistemi Icon di ProTools.
In bella mostra allo stand Proel, anche i Mixer Behringer X32 e Line6 M20D StageScape. Il primo, a dispetto del marchio di fabbrica, ha riscosso ampi consensi e premi internazionali per il know how sotteso allo strumento. Ci ho messo le mani sopra: proveniente da una discreta esperienza sia con gli analogici e digitali, l’operatività è stata discreta. Qualche cosa si può ancora ottimizzare, a mio avviso, ma la curva di apprendimento resta in ogni caso molto rapida. Sul suono non mi esprimo, il casino della fiera non consentiva di poterne apprezzare appieno le caratteristiche foniche. Per il secondo, ci troviamo di fronte ad un concetto del tutto nuovo, con possibilità di autoconfigurazioni e pieno controllo tattile delle caratteristiche operative: bisogna farci la mano. Prezzo al pubblico, a mio avviso, un pò alto considerando un target da Gruppo Pub.
Bisogna farci la mano anche con il Mackie DL1608, di prezzo più abbordabile ma a cui aggiungere il costo di un iPad (da valutare, però, anche nel mercato dell’usato! ndr.). Da solo ha coperto le esigenze del “mini” concerto degli Stadio presso Casale Bauer. Credo sia un prodotto da provare su strada, come pure una dovuta attenzione credo sia il caso di relegarla alla nuova serie di microfoni D:Facto della DPA. Anche quest’ultimo, usato da Gaetano Curreri durante l’esibizione, mi ha dato una sensazione di forte trasparenza e sensibilità.
Ketron Audya 5

MIS Bologna 2013 – Ketron Audya 5 – Copyright © Age of Audio Music Magazine

Ketron: tutto italiano, con nuove proposte per il settore del piano bar e dell’intrattenimento musicale (leggi Karaoke!). Era possibile provare tutti i prodotti dell’azienda, tra cui anche i più recenti: MIDJ Pro Multimedia Player votato alla lettura di qualsiasi formato MIDI e Audio di ultima generazione con doppio player operativo in modo da mixare due sorgenti audio; AUDYA 5 e AUDYA 4 e GP1, rispettivamente per il settore tastiere/moduli con accompagnamenti e stage piano. Mentre, gli utenti Windows che sono alla ricerca di un modulo stand alone tutto fare, con tanto di Wavetable compatibile GM da sostituire a quello interno, possono rivolgere l’attenzione al SD1000.
Last but not least, Yamaha a cui va, invece, il premio Stand più grande (la metà rispetto a quello del 2010, credo di ricordare!) con l’esposizione, comunque, di tutte le ultime novità del settore elettronico: dai nuovi mixer serie MGP, dalle interessanti caratteristiche audio che strizzano occhio al settore prosumer, alle tastiere serie PSR e le nuove MX49 e 61, via di mezzo tra master keyboard e synth downgraded della serie Motif. Per gli amanti delle bacchette, c’era modo di provare sia alcuni setup esclusivamente acustici che la linea DTX.

Sicuramente i prodotti elencati sono filtrati dalla mia attitudine professionale e mi scuso per i tanti settori esposti che avrebbero meritato maggiore attenzione, ma il presente reportage non è stato indirizzato ad un elenco di prodotti più o meno appetibili per i quali sicuramente una capatina al MIS vi avrebbe offerto maggiori possibilità di prova e avrebbe giovato a tutto il settore e non solo agli organizzatori. Per il resto, quindi, aggiungo un pò di foto scattate fra gli stand.

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The Right Sound 12 – Tutorial di registrazione audio – Sezione brass

Dopo una lunga latitanza, eccoci con una nuova puntata di The Right Sound. Come giusto complemento ai precedenti video, in questo si affronta la problematica di microfonazione di un’intera sezione di ottoni.

Registrare un’intera sezione di ottoni, a meno che non si abbia un ambiente multiplo correttamente insonorizzato, comporta la necessaria suddivisone in singole registrazioni degli strumenti previsti. Per aiutare le fasi di registrazione può diventare comodo, quindi, avere una struttura ritmico – melodica da affidare ai turnisti che si alterneranno in studio: ciò si può ottenere con una qualsiasi DAW (Digital Audio Workstation) come Cubase, Logic, Digital Performer, Sonar, ProTools, ecc. dato che una fase di pre-produzione prevede la stesura MIDI delle parti che si andranno poi a registrare con gli strumenti veri.
In studio, considerando che stiamo parlando del 2007 circa in largo anticipo rispetto a quanto oggi offre YouTube & C., si è operato prima con una DAW MIDI come Cubase per poi passare le tracce virtuali in ProTools. Oggi, come già anticipato, si può realizzare tutto in un unico ambiente operativo.
Anche la scelta dei microfoni, Neumann U87 e TLM103, Sennheiser 421, diventa relativa, dato che in un’ipotesi di Home Recording o Project Studio, i materiali impiegati potranno avere altri nomi e altre marche.
L’intento di questi video, pertanto, oltre a dare una connotazione audio ben precisa, vuole essere anche un’indicazione di procedure standard per consentire ai neofiti e agli appassionati della produzione audio di avere validi strumenti di riferimento ai fini del proprio lavoro.
Grazie al RecoaStudio di Pasquale Faggiano e alla cortesia di RPM Edizioni, tutto ciò è facilmente consultabile.
Buona visione a tutti!

Alfredo Capozzi.

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Un futuro nuvoloso (parte 2)

Avete l’esigenza di mixare un brano ma non avete a disposizione un pc con i vostri sequencer e plug-in? Siete degli amatori che vogliono avvicinarsi al mondo della produzione audio digitale senza spendere soldi né impegnare troppo la CPU del proprio computer? L’innovativa tecnologia del cloud computing rende finalmente possibile in ogni momento la creazione o l’editing di tracce musicali con un solo vincolo: avere con sé un qualunque pc, smartphone o tablet dotato di una connessione internet. Per approfondire i caratteri generali del cloud computing potete leggere la prima parte dell’articolo qui.

La “nuvola” della rete ci mette a disposizione alcuni music editor/creator, come la coppia Roc e Myna. I due programmi curiosamente appartengono ad un sito web che non ha nulla a che vedere con il campo musicale. Sono infatti dei tools messi a disposizione dall’ormai famoso sito/applicazione Aviary, che sostituisce egregiamente i costosissimi image editors come Photoshop e fratelli. Per poter usufruire dei servizi di Aviary non bisogna far altro che registrarsi gratuitamente. Se non si vuole creare un nuovo account, c’è la possibilità di accedere utilizzando direttamente il proprio profilo Facebook, Twitter , Google, Yahoo o Soundcloud, il che renderà anche più veloce lo sharing con i propri amici. Iscrivetevi serenamente anche solo per una prova, perché la politica del sito è “we won’t share, sell or spam”: non sarete infastiditi da copiose email di notifica o pubblicità.


ROC (http://advanced.aviary.com/online/music-creator):
Roc (Fig. 1) è un creator limitato. Non è pensato per ideare tracce intere, ma piuttosto per la creazione di brevi loop di 8 battute in 4/4. L’editor è quanto di più intuitivo possa esserci: è costituito da una sola pagina, una semplice schermata da riempire con il proprio beat (Fig.2). Sulla sinistra abbiamo i riferimenti delle nostre 12 righe, in ognuna possiamo caricare un suono. Ci sono ben 50 preset che comprendono ad esempio set di percussioni o synth bass, suoni di piano e anche un originale set di suoni di videogames retrò. Se non ci soddisfano possiamo caricare i nostri suoni oppure campionarne di nuovi con una funzione di rec. Le funzioni di base ci sono tutte: pan e volume dei singoli campioni, tempo, master volume, volume della singola nota o colpo di percussione (velocity mode), possibilità di creare random loop. Dopo aver completato il nostro file, lo salviamo in pochi secondi. Oltre al titolo, possiamo aggiungere una breve descrizione al nostro brano e le irrinunciabili tags per essere scovati da altri utenti curiosi. Possiamo riprendere il brano in ogni momento per modificarlo. Con Roc costruiamo i piccoli tasselli che potremo montare successivamente con l’ausilio di Myna o qualunque altro editor. Possiamo infatti effettuare il download delle nostre creazioni come mp3 o come wav e continuare il lavoro offline come abbiamo sempre fatto.


MYNA (http://advanced.aviary.com/online/audio-editor):
Myna (Fig.3) è l’editor che ci viene in aiuto per il missaggio delle nostre tracce. Come per Roc, attualmente c’è un limite massimo per la nostra song (6 minuti). Possiamo importare file che hanno estensione di tipo wav, aif, mp3, wma, m4a, ogg. E’ possibile inoltre caricare tracce dal database di SoundCloud (nostre o di altri utenti che le hanno volute condividere) e naturalmente anche attingere al database interno di Aviary per utilizzare i Roc Beats creati da noi o “pubblici”. Una nuova feature permette di usare una serie di campioni di Quantum Tracks (APM Music) creati da compositori cibernetici e messi a nostra disposizione per combinarli, modificarli, remixarli. Per rendere più facile il lavoro di ricerca, i samples sono suddivisi in categorie e sottocategorie: per ogni genere avremo intro, loops e ends. Ricordiamo che, mentre abbiamo la totale paternità di un’opera interamente creata da noi, non potremo però usare per fini commerciali tracce che contengano campioni di Quantum Tracks o di altri utenti senza prima aver ottenuto una licenza. Oltre al limite di lunghezza massima, Myna sembra essere un editor piuttosto completo (Fig.4). Ha dentro di sé tutti gli strumenti di base di cui abbiamo bisogno per editare i nostri brani: automazioni, effetti i cui parametri sono completamente editabili (Fig.5), oltre naturalmente alle opzioni di loop, stretch, trim e reverse. Dopo aver concluso il mixdown, possiamo conservarlo online oppure effettuare un download scegliendo tra mp3 e wav. Il tutto, inutile dirlo, è di una semplicità disarmante.

Trattandosi di una piattaforma online, Myna e Roc aggiungono qualcosa che i nostri Cubase, Pro Tools e Logic non hanno: la possibilità non solo di sharing istantaneo ma anche di collaborazione con altri utenti su uno stesso file, esattamente come accade per Google Documents, solo che il file in questione non è di tipo testo ma audio.

Per un utente “musicalmente attivo” i vantaggi sembrano essere:

• avere dei programmi molto intuitivi con tutte le funzioni di base senza dover pagare un centesimo; accadeva già con i software liberi in circolazione, mi direte voi… ma quale freeware è quotidianamente aggiornato e migliorato tanto da darci in ogni momento il massimo della prestazione e la tempestiva risoluzione di errori? nessuno finora; questo genere di software in cloud (così come accade nel caso di Ubuntu) ha enormi margini di miglioramento;
• sharing veloce e l’opzione di “multi-recording” con altri musicisti internauti;
• non avere più necessità di un pc potente per utilizzare editor audio;
• non avere più necessità di memoria fissa per salvare le proprie creazioni;
Ovviamente stiamo parlando di vantaggi per utenti non-professionisti, che non hanno bisogno di chi sa quali introvabili campioni d’orchestra registrati alla Royal Albert Hall. D’altra parte sono certa che a breve vedremo distribuiti commercialmente anche dei dischi esclusivamente registrati in cloud.

Gli svantaggi sono:

• software limitati, non ancora completi per dei professionisti, ma più adatti ad un approccio amatoriale goliardico o di sperimentazione;
• lentezza nel caricare le tracce di Roc (parliamo di una decina di minuti, un po’ troppi!);
• il rischio, se conserviamo le nostre creazioni esclusivamente online, di perdere tutto se la piattaforma fallisse da un giorno all’altro o avesse improvvisi malfunzionamenti;
• per quanto vogliamo fidarci della serietà di questo o quell’altro sito, il rischio di furto di un’opera aumentano notevolmente rispetto al registrare un brano nel familiare ambiente offline in cui siamo gli unici spettatori della nostra creazione;

Che l’ago della bilancia tenda più verso i pros oppure verso i cons è questione assolutamente soggettiva.
Nella terza parte di “Un futuro nuvoloso” parleremo dell’uso più comune che un utente può fare del cloud computing in ambito musicale: lo storage online di tutti i propri brani. Fenomeni come iCloud, MP3Tunes e Google Music stanno cambiando il mercato digitale. Ma hanno dei risvolti nascosti da approfondire con maggiore attenzione.
Stay tuned!
Annalisa De Martino

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Allen & Heath Xone 4D: quando la grandezza fa la differenza.

Dj “digitali” o “old school”, non importa: il dubbio, almeno una volta nella vita, è venuto a tutti. E’ possibile… cavalcare la serata con un unico prodotto ibrido?
Quali sono vantaggi e svantaggi? L’impresa (economica) vale la resa? Proveremo a rispondere a questa – ed altre – domande testando un Allen & Heath XONE 4D, prodotto certamente di spicco nella categoria, praticamente monopolista, in grado di far sbarcare set notevoli, ottimi mixaggi, effettistica in real-time e il monitoring simultaneo di due software, anche di diverso genere come TRAKTOR della Native Instruments e LIVE di Ableton. All inclusive, chiavi in mano.

Nel dettaglio, parliamo di un prodotto concepito dalla ditta inglese nel 2007 e rivisto poi nel 2009, un vero e proprio ibrido, in grado di contenere un controller midi ed una scheda audio, il tutto coordinato dall’assoluta qualità dei mixer Allen & Heat.

Prima impressione

Una volta aperto lo scatolo ci si accorge che la casa madre è stata molto premurosa: il controller è accompagnato dal cavo di alimentazione, dal cavo di connessione al PC/MAC USB (che molti altri prodotti simili non includono), dalle istruzioni rigorosamente in inglese, dal CD con driver, software, configurazioni ed altro (consiglio anche di dare un’occhiata al sito per gli aggiornamenti), supporti e viti per montaggio a rack e una bella bustina di ricambi sempre utili.

L’ Xone 4D (Fig.1) è un mixer a 4 canali ad eq. parametrica e, compresa l’ottima sezione filtri LFO, sarebbe in tutto e per tutto lo XONE 92 – se non fosse solo per il microfono ad innesto frontale, i fader non Penny Giles ed alcune modifiche logistiche. Le connessioni sono così tante che permettono di configurare la consolle davvero su misura, anche in base alle esigenze più particolari, mentre gli operatori più virtuosi possono provare nuovi ambienti di configurazione e di sperimentazione (Fig. 2).
La sezione di controllo invece è caratterizzata, sul mixer, da un selettore BPM/MIDI/WCLOCK a seconda delle esigenze, e monitorabile in un piccola matrice alfanumerica a led rossi ben visibile anche nella più completa oscurità. Sui due lati invece, troviamo molti controlli di diverso genere e senza funzioni apparentemente prestabilite, il che indica la possibilità di personalizzazione più completa.

La sezione audio e le sue connessioni

La scheda audio in dotazione possiede 20 in e out digitali ed analogici con campionamento fino 24 bit/ 96kHz di risoluzione audio. L’ Xone 4D può essere configurato con tutti i software di editing (Wavelab) e producer (Pro Tools, Cubase, etc.) oltre che Traktor e Ableton, visto che supporta i driver Core Audio, VST e ASIO. Il pannello posteriore prevede i classici ingressi phone/line su quattro canali, master bilanciato, monitor, rec out ed una completa sezione FX, ma aggiunge anche 6 canali di uscita diretta oltre che I/O ottico, SPDIF, midi, USB e, dulcis in fundo, controllo foot switch e DB-15 stile joystick (Fig.3).

Sezione controller midi

L’XONE 4D è caratterizzato, come anticipato, da due controller posti sui due lati, composti ognuno da 5 encoder rotativi, 4 fader da 60mm, 2 jog rotativi, 8 pulsanti illuminati, 16 potenziometri e 32 switch (Fig. 4). Inutile sottolineare lo shift per il doppio stato oltre alle altre 16 variabili di channel, essendo esso anche uno strumento MIDI molto completo. Il tutto è configurabile da un complesso (per i neofiti) ma molto specifico Controller Editor fornito nel CD di installazione.


Una volta acceso…

Che si tratti di PC o MAC, l’installazione risulta molto semplice e ben guidata; lo strumento appena accesso apparirà già molto affidabile per la sua funzionalità.
Quello che rende adatto a tutti questo strumento è la sua versatilità: usato come mixer, o come controller, o in tutta la sua potenzialità, è sempre stabile. La cosa più strabiliante infine è che senza l’aggiunta di altri strumenti, ha un’ottima funzione di emulazione fino a 4 deck su Traktor, aiutata dalla certificazione che la Native Instruments ha rilasciato per questa apparecchiatura. Che sia a vinile o che sia a cd, si ha un controllo impeccabile nell’ordine dei 5 ms di latenza (ecco perché la NI ha scelto di promuoverlo come prodotto certificato). Consiglio di provare i settaggi e le configurazioni che la casa madre mette a disposizione, magari per trarre spunto per le personalizzazioni.

Tiriamo le somme

Dopo questa panoramica generale, andiamo a capire vantaggi e svantaggi del prodotto: come “pro” ha sicuramente dalla sua parte l’alta affidabilità, le funzionalità pressoché infinite e il fattore “all-in-one”; come “contro” possiamo osservare le sue dimensione non proprio da trasporto, il controller non perfettamente costruito per Traktor (visto che dovrebbe essere l’utilizzo di riferimento dell’XONE 4D) anche se del tutto configurabile, ed il prezzo un po’ elevato.

Nel dettaglio:

Pro:

  • Ottima qualità della scheda audio
    Installazione molto semplice ed intuitiva anche per i neofiti
    Ottima integrazione audio/MIDI
    Versatilità di utilizzo oltre che configurazioni pressoché infinite
    Dinamica e sensibilità elevatissima

 

Contro:

  • Dimensioni non proprio ridotte
    Necessità di una buona conoscenza del midi per le funzioni di editing e shifting
    Spazi gestiti non perfettamente
    Costo elevato
    Sollecitazione propria troppo elevata per CPU e RAM

Xone 4D versus …?

Questo prodotto – sia come rapporto qualità/prezzo che come funzionalità – non ha concorrenti, in quanto non esistono prodotti simili se non combinando vari strumenti tra loro (ad esempio in casa Allen & Heath Xone 92 + 2 x Xone 1D oppure mixer a scelta + Traktor Audio 10 Dj + 2 Traktor Kontrol X1 di casa Native Instruments…) ma sinceramente mi sarei aspettato un miglior settaggio di default: sia per quanto riguarda l’utilizzo di Ableton che di Traktor non credo che la configurazione della casa madre rispecchi in tutto e per tutto le funzioni più utilizzate da gran parte dei dj. Ma fortunatamente, come dicevo, la sezione MIDI è completamente configurabile e l’alta qualità di tutti i regolatori supporterà qualsiasi funzione e qualsiasi sollecitazione.
Infine si può dire che è sicuramente la scelta da fare per locali che ospitano diversi tipi di dj e con diverse configurazioni o per chi ha una consolle stabile preferibilmente in un studio; non credo sia da prendere in considerazione dal dj che ha la necessità di viaggiare, soprattutto in aereo, visto le sue dimensione e quello che la concorrenza offre.

INFORMAZIONI UTILI:

Produttore: Allen & Heath
Modello: Xone 4D
Website: www.allen-heath.com
Distributore italiano: www.grisbymusic.it
Costo: Circa € 1.150,00

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Advanced Orchestra Extended – Libreria suoni orchestrali

In un proliferare sempre più veloce di nuove librerie orchestrali, registrate con tecniche sempre più accurate al limite della perfezione, che senso ha ripescare una libreria “datata” come quella di Peter Siedlaczek che risale al lontano 1993, con una aggiunta nel 1997 e riprogrammata, riadattata ed ottimizzate nel 2005 per un utilizzo con Halion ed EXS24? Può essere competitiva una libreria orchestrale di questa “esperienza” alla luce delle più recenti release quali le East West Quantum Leap, Vsl e similari?

 

Advanced Orchestra Extended:

Il prodotto si presenta in un contenitore DVD di colore verde (Fig.1 – il DVD di Advanced Orchestra Extended) con accluso un booklet di introduzione allo strumento con relative illustrazione delle nuove funzioni di programmazione ed organizzazione introdotte (Fig.2 – l’elegante Booklet di colore verde). La libreria richiede, per essere eseguita, una versione del software Steinberg Halion (versione 2.0.3 PB2 o superiore) oppure Emagic EXS24 (II o superiore) con una preferenza per gli ambienti di “host” con la funzione “freeze”, come Cubase, Logic e Cakewalk. Non sono presenti requisiti di sistema operativo se non quelli legati al player che si utilizza. Come hardware ottimale viene segnalato: 1 GB di RAM o superiore. Il minimo indicato per utilizzare senza grandi problemi la libreria è 500 Mbytes di RAM. Va detto che una delle note positive della Advanced Orchestra sta proprio nella capacità di concentrare un altissimo numero di “performances” con un consumo complessivo di risorse decisamente basso, in particolare se utilizzato con molti “cugini” attuali, affamati di risorse. La libreria, trasferita su Hard disk occupa uno spazio di 6Gbytes, suddivisi tra “patches” Halion ed Exs24. L’accluso libretto introduce l’utilizzatore alle novità introdotte in questa versione nonché illustra le nomenclature tecniche utilizzate per i suoni. La quantità di samples è davvero impressionante! Ad un primo ascolto, si potrebbe dire che, dopo il set Vsl Pro Editon, la Advanced Orchestra rimane la più dotata per ricchezza di contenuto. Il software è stato provato su di un PC e come player è stato utilizzato in un primo momento Vsampler (www.vsampler.com), al fine di testare la libreria anche con un campionatore diverso da quelli segnalati, mentre in seguito abbiamo utilizzato i previsti Halion 3.0 e EXS 24. Vsampler è sembrato in grado di tradurre le complesse articolazioni della Advanced Orchestra extended, anche se alcune rifiniture si sono rese necessarie per un utilizzo completo. Il test viene effettuato su una macchina Intel Pentium IV 3.0 Ghz, 1 Giga Ram,  2 H.D. da 7200 RPM con 8 mega di cache e scheda audio Fireface 800 della RME. Ho preferito utilizzare lo stesso computer e scheda audio impiegato sia nel test della library Miroslav Philharmonik che di Halion Strings 2, in modo da avere anche un paragone sia sonoro, che in termini di prestazioni del sistema. Come casse monitor ho affiancato alle ottime Genelec 1032 una coppia di PMC modello TB2S-A. La Advanced Orchestra si potrebbe definire una orchestra “semi-dry”: i suoni, infatti, non sono registrati catturando l’ambiente di una hall da concerto, ma posiziando i microfoni ad una distanza di circa 10cm.  Questo è uno dei punti di forza della libreria, in quanto consente all’utilizzatore di mescolare più agilmente i suoni con altre librerie, anche tipicamente “ambiented” come la EWQLSO Gold. Questa operazione, infatti, risulta estremamente difficile con orchestre registrate completamente “dry” quali la VSL, ovvero con librerie che hanno un ambiente totalmente differente, come ad esempio la libreria americana di legni “Westgate Woodwinds” (http://www.westgatestudios.com).

La programmazione: nuove patch
Per ogni sezione e strumento sono presenti sostanzialmente quattro tipi di patch tutte in keyswitching (cambio di articolazione alla pressione di un tasto della keyboard): le più recenti sono le “key Velo” e le “key crossfade”. Nelle “Velo” i suoni sono stati riprogrammati in modo da offrire una variazione nel timbro e nel volume legata ad una maggiore o minore pressione sul tasto della master keyboard. L’innovazione della extended rispetto alle precedenti versioni sta nella presenza di strumenti “multilayer” (più livelli di timbro), assenti in precedenza a causa delle ridotte dotazioni di memoria e di CPU dell’epoca. Sono stati inoltre aggiunti i nuovi timbri della upgrade ’97.  Le patches “crossfade”, di contro, affidano alla “modulation wheel” il compito di “mixare” i diversi livelli di timbrica, ad esempio per la creazione di “crescendo” o “diminuendo” realistici. Sono anche presenti patches cosiddette “N”, che hanno i keyswitches sulla sinistra al fine di suonare lo strumento nel suo registro effettivo.

Strings:
Per gli archi abbiamo a disposizione tre differenti tipologie: ensemble, “chamber” e solo. Molto semplici da usare tutti i timbri di ensemble. I violini sono resi maggiormente dinamici dall’integrazione con l’update ’97, che ha aggiunto ulteriori due livelli ai sustain, nonché nuovi staccati, tremolo e sordino. Questi ultimi, ad avviso di chi scrive, si qualificano tra i più interessanti ed utilizzabili sul mercato, perfettamente collocabili in mix di brani comedy/romantic grazie ad un timbro delicato ma di carattere. Buone anche le altre articolazioni. Cogliamo l’occasione per segnalare quello che è il vero punto di forza della Advanced Orchestra e che la rende, anche a più di dieci anni dalla sua prima registrazione, uno dei prodotti più utili sull’intero mercato dei campioni orchestrali: le “frasi”. Peter Siedlaczek ebbe, infatti, l’ottima idea di registrare performance dell’orchestra diverse dalle singole note. Ecco quindi che caricando le patches “performance” (Fig.3 – Caricamento patches di strings con Halion) si è in grado di inserire nelle proprie composizioni mordenti, acciaccature, scale, glissandi e crescendi. Risulta davvero singolare come alcune articolazioni presenti nella Advanced Orchestra non siano state registrate anche da altri sviluppatori in seguito. La scarsa tendenza delle “software house” di settore a creare alleanze e collaborazioni, infatti, ha portato alla proliferazione di librerie concorrenti composte dagli stessi suoni (articolazioni base), ma con diverse origini e produzioni, impedendo la formazione di budget adeguati alla registrazione di performances alternative. Peter Siedlaczek è riuscito, di contro, a registrare un ampissimo “samples pool”, dal quale sono stati poi tratti titoli dedicati a frasi esecutive quali “Smart violins” o “Orchestral Colours”. Come suoni favoriti dell’intera sezione segnaliamo i sordini in genere ed alcuni dei nuovi staccati.

I legni:

 

Davvero ampia la scelta di suoni per la sezione legni. Sono presenti sia strumenti solisti che “ensembles”, ed anche qui non mancano le numerose articolazioni e frasi, elemento distintivo della libreria. Complessivamente il suono può apparire “grezzo”, ma rappresenta uno degli esempi più lampanti di riuscita semplicità nella realizzazione di patches orchestrali. Buoni i flauti, ottime le frasi ed i glissandi, unico neo il “flauto piccolo sustain” (Fig.4 – Flauto piccolo) non presente nella versione originale, che mostra un carattere artificiale. Molto convincenti anche oboe e corno inglese, specialmente nel registro forte. Il “clarinetto solo” presenta una certa nasalità nel timbro, ma nel mix offre una buona riuscita. Molto belli i glissandi e le articolazioni aggiuntive. Buone anche le performances di fagotto, controfagotto e clarinetto basso. L’update ’97 ha aggiunto anche nuove registrazione nei flauti e nei clarinetti. La nuova programmazione consente di utilizzare il crossfade per simulare crescendi ed altri effetti. Il nostro premio per il miglior suono di sezione lo assegniamo ai flauti, in particolare nella parte dedicata alle frasi e scale, molto efficaci.

Gli ottoni:

 

La dotazione di ottoni è ricca come nelle altre sezioni. La qualità (o sarebbe meglio definire la “modernità”) dei suoni varia da strumento a strumento ed è l’unico caso in cui l’età della libreria si fa sentire con evidenza. Difatti, la registrazione degli ottoni ha subito radicali cambiamenti nel corso del tempo, grazie alle nuove tecnologie di registrazione ed all’esperienza che gli sviluppatori di campionamenti orchestrali hanno acquisito nel corso del tempo. I corni, ad esempio, risentono di tali criteri e forniscono una performance molto scura e inevitabilmente artificiale, sia per il solo che per la sezione. Tuttavia le frasi, i “rips” e le altre “performances” sono di grande aiuto quando si necessita di aggiungere elementi più naturali e “suonati” alle proprie composizioni. Più che sufficiente la resa dei tromboni, inclusi i “flutter”; molto buona la qualità delle trombe, punto di forza dell’intera sezione ottoni. Queste ultime, infatti,  suonano  sorprendentemente cristalline e si integrano molto bene anche in mix moderni, fianco a fianco con prodotti di ultima generazione. Davvero utili anche in questo caso le frasi e gli effetti (mordenti, shakes, ripetizioni). Presenti anche glissandi con differenti durate, dal suono molto interessante. Buona la tuba anche se un po’ scura come il resto dei brass. Come accennato in precedenza, la sezione degli ottoni è quella che ci ha convinti di meno e sono le trombe ad occupare un posto di favore nella sezione fiati.

Le percussioni, arpa ed effetti:

 

Questa sezione è, assieme agli archi, quella che più ha tratto maggior beneficio dall’incorporazione della libreria originale e l’update ’97, che, tra l’altro, introdusse moltissime nuove percussioni e toni di arpa (nella versione originale erano contenuti solo glissandi ed accordi). Proviamo ad elencare alcuni degli strumenti percussivi (intonati e non) presenti: Crotali, Piatti18″ & 24″, Marimba, Glockenspiel, Thai Gongs, Timpani, Campane tubolari, Vibrafono, Xilofono, Gong, Gran Cassa, Rullanti, Triangoli, kit orchestrale completo… e l’elenco sarebbe molto lungo ancora. Restiamo sorpresi dalla strana assenza della Celeste, introdotta dall’update ’97 ed a quanto pare abbandonata in seguito, per non ben chiari motivi. La qualità complessiva è buona e nel loro complesso le percussioni ricordano da vicino l’altra teutonica per eccellenza, la Vienna Symphonic Library, con la quale la Advanced Orchestra mostra non pochi (e spesso sorprendenti) “apparentamenti”, soprattutto nel tipo di performance catturate.

Conclusioni:

Advanced Orchestra è una library molto adatta a quei compositori/orchestratori in grado di manipolare con efficacia riverberi ed equalizzatori ed inoltre hanno discrete capacità di piazzamento (panning) degli strumenti. Credo proprio che rimarranno sorpresi da quello che una libreria come Advanced Orchestra può esprimere, se opportunamente utilizzata. La filosofia si contrappone a quella di librerie come EWQLSO, nate per essere semplici da utilizzare, che includono l’ambiente di registrazione mediante i “release trails” e non necessitano di posizionamento nello spettro stereo, in quanto gli strumenti sono posizionati in partenza. Tuttavia, posizionare la Advanced Orchestra nello spazio è operazione non così complessa. Il bilanciamento e la semplicità dei timbri consentono, infatti, alla libreria della Best Service di non occupare più di tanto spazio nel campo stereo, evitando sovraccarichi di frequenze. Una menzione speciale va agli effetti orchestrali, vera piccola gemma nel complesso di una libreria più che soddisfacente. Sono state registrate, infatti, performances effettistiche di archi, fiati, legni, arpa e percussioni.

Come accennato in precedenza, la prima nota positiva da segnalare della Advanced Orchestra risiede nella capacità di concentrare un altissimo numero di performances con un consumo complessivo di risorse decisamente basso, caratteristica oggi assai rara e, ad avviso di chi scrive, “preziosa”. Persino librerie dal peso complessivo inferiore ai 2 Gb come la Garritan Personal Orchestra (Fig.5 – Garritan Personal Orchestra) finiscono per richiedere numerose risorse di sistema, anche in termini di consumo Cpu. Le sonorità offerte in termini di timbrica sono assimilabili agli altri prodotti “europei”, quali Miroslav Philharmonik e Vienna Symphonic Library. Rispetto alla libreria di Vitous, la Advanced Orchestra possiede meno espressione e passionalità, anche se predomina nettamente in termini di numero di articolazioni proposte. Il rapporto con la VSL risulta interessante, in quanto la Advanced Orchestra appare a tutti gli effetti come una sorta di  “progenitore” della VSL, vale a dire ritroviamo quel concetto di completezza nelle articolazioni che il team di Herb Tuchmandi ha poi egregiamente elevato a potenza e sviluppato nelll’oramai  impressionante bagaglio di campioni e performances che costituiscono  il Symphonic Cube. (Fig.6 – il performance tool sviluppato dal team VSL). Rispetto alle più recenti realizzazioni risulta un po’ penalizzante il non utilizzare un player abbinato alla libreria come nel caso della East West Quantum Leap. Infatti, gli utenti di sampler player diversi da Halion di Steinberg o dell’EXS 24 di Logic, potrebbero incorrere in errori di “traduzione” dell’assegnazione dei controlli e variazioni timbriche notevoli. D’altro canto, le numerose funzioni di Halion consentono di utilizzare VST esterni e numerosi parametri di personalizzazione, normalmente non disponibili sui player della Native Instruments (Fig.7 – il sampler di Steinberg – Halion), in particolare l’uso di effettistica esterna permette un trattamento ed una riverberazione/equalizzazione personalizzate per sezione o timbro. A questo punto la nostra risposta alla domanda iniziale: c’è ancora posto nell’attuale mercato per questa libreria ed il suo “bagaglio di esperienza?” è, a nostro avviso, assolutamente sì. Siamo rimasti, infatti, piacevolmente sorpresi nel constatare quanto “moderno” può risultare questo prodotto, grazie soprattutto a criteri lineari di produzione e registrazione e ad un ridotto utilizzo di “filter processing” e “noise reduction”. Advanced Orchestra, inoltre, è ottima come “libreria complementare”, da abbinare, ad esempio, alla EWQLSO Gold o alla Miroslav Philharmonik. In base alle prove effettuate la libreria di Peter Siedlaczek è risultata perfettamente compatibile con entrambe, seppur molto diverse. Un esempio? Le doti camaleontiche consentono di aggiungere alla dotazione non completissima di legni della Gold, un importante arsenale per qualsiasi arrangiatore orchestrale degno di tal nome, aggiungendo “runs” e performance addizionali.

Antonio Campeglia

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Utility Salvastress per WinXP

Piccoli, performanti, gratuiti e sovente dei veri e propri “salvastress” che possono permetterci di risolvere in maniera semplice e veloce delle rognose problematiche senza dover ricorrere ad inutili complicanze e software pachidermici. La rete pullula di risorse gratuite o quasi a cui possiamo far riferimento, ma solo poche di esse diverranno parte integrante della nostra worskstation audio. Seguiteci in questa nuova serie di articoli, un affascinante viaggio alla scoperta di piccoli programmini, che, a prima vista, possono sembrare delle bazzecole per il gravoso compito che si vuole loro attribuire ma, che per la loro semplicità d’uso e potenza, non hanno nulla da invidiare a prodotti di fascia professionale.

Iniziamo la nostra cernita delle utilities che, in un modo o nell’altro, sono rientrate nella collezione di utensili all’interno di una sorta di “coltellino svizzero”, in modo da facilitare il nostro lavoro ed evitare ulteriori calvizie dovute a reazioni nervose autolesioniste. Direi che non c’è migliore partenza che nel presentarvi due stupendi freeware: MidiOX e MidiYoke. Entrambi disponibili su www.midiox.com si trattano, rispettivamente, di un sofisticato programma per il monitoraggio e manipolazione dei segnali MIDI (MidiOX) e di un driver per interfacce midi virtuali (Midi Yoke).

MidiOX (Fig. 1) si rivela molto utile per monitorare tutto il traffico attraverso le due estremità di una connessione MIDI. Una volta selezionate le porte di ingresso ed uscita è possibile attivare il monitor che ci mostra tutto ciò che accade: tipo di messaggio, canale, valori. Personalmente ho trovato questo programma indispensabile quando si presentavano problemi di “feedback” tra varie periferiche oppure per cercare di tarare alcuni controlli. La flessibilità di routing che avrete a disposizione, inoltre, vi consentirà di poter dirottare i messaggi MIDI tra le differenti periferiche collegate al vostro PC con un paio di click. Un patchbay MIDI “semplice” e gratuito. Superba anche la sezione dedicata alla manipolazione dei messaggi di sistema esclusivo (SysEx). Con MidiOX, quindi, potrete anche fare un backup dei suoni dai vostri sintetizzatori che supportano questo protocollo e visualizzare, inoltre, il tipo di messaggi che utilizza per determinate funzioni. Se siete degli sviluppatori, questo programma diventerà indispensabile per intercettare i messaggi SysEx utili per lo sviluppo di un Editor/Librarian per un sintetizzatore.

Midi Yoke (Fig. 2), invece, crea fino a 16 porte midi virtuali tramite un driver facilmente installabile. Detto così sembra un software banale ma, fidatevi, è un’altra utility che diverrà indispensabile e metterà radici nel vostro sistema. Mettiamo che vogliate utilizzare un programma standalone che non sia disponibile in formato plugin e che non abbia alcun tipo di interconnessione con il vostro sequencer preferito. Ecco che Midi Yoke si rivela fondamentale. Aprite il programma incriminato e selezionate come Midi In una delle porte virtuali. Aprite il vostro sequencer ed assegnate, alla traccia che volete usare per pilotare il software, il Midi Out virtuale con lo stesso numero di quella utilizzata per il programma controllato. Sembra criptico ma una volta capito il funzionamento e le sue potenzialità (Riquadro 1) Midi Yoke diverrà parte integrante del vostro sistema, tant’è che vi parrà strano non trovarlo su di una macchina appena acquistata.

Esperienza personale:

Un utente di mia conoscenza ha avuto una problematica con Finale 2007 e Synthogy Ivory. La persona in questione, vecchio utente di Finale, ha fatto l’upgrade alla nuova versione dal 2006 al 2007 e leggendo le specifiche pubblicitarie di questo software* ha deciso di acquistare Ivory. Sfortunatamente Finale 2007, momentaneamente, non è in grado di leggere tutti i VSTi e di conseguenza i 2 prodotti risultavano incompatibili fra loro. L’utente ha provato a contattare direttamente le due case madri avendo, purtroppo, come risposta che al momento non era possibile far dialogare i due software. Con Midi Yoke, invece, è stato possibile far funzionare entrambe le applicazioni in modalità standalone collegate tramite due porte fittizie ed, in questo modo, l’utente è riuscito a portare avanti il suo lavoro di trascrizione potendo usufruire di un eccellente suono di pianoforte nell’attesa della risoluzione al momentaneo problema di compatibilità tra i due softwares sopraccitati. * Finale per il momento è l’unico programma di notazione musicale che abbraccia la moderna filosofia dei plug-ins, ossia quelle utility sviluppate anche da terzi che possono essere inserite all’interno del programma per aggiungere nuove funzioni o facilitare l’utilizzo di quelle esistenti.

AnalogX:

Passiamo ora ad AnalogX (www.analogx.com), dove possiamo trovare molti succosi freeware per svariate applicazioni. AutoTune (Fig. 3) è un comodo programma che vi permetterà di “accordare” i vostri campioni. Vi sarà mai capitato di voler utilizzare un determinato loop o un fraseggio, che non fosse a tono col vostro pezzo? AutoTune analizzerà i file che gli sottoponete per poi modificarne la tonalità in base alla nota da voi desiderata. La gran comodità è che potete procesare intere cartelle piene di WAV e lasciare che il programma faccia tutto da se, con un comodo automatismo. Sempre dallo stesso sito è disponibile Midi Mouse Mod (Fig. 4), che vi darà la possibilità di controllare fino a quattro parametri MIDI in tempo reale tramite il vostro mouse. Se avete presente il joystick del Korg Wavestation, allora vi sarà più chiaro il tipo di aiuto che questo programma potrà darvi. In questo modo eviterete di caricare software più gravosi e complessi solo per usufruire di un controllo simile. Virtual Piano (Fig. 5), invece, vi permetterà di utilizzare i tasti del vostro computer come tastiera midi in modo da inviare note. Ovviamente non potrete suonare delle parti virtuose ma, in congiunzione con Midi Yoke ed in mancanza di un controller, vi risulterà molto utile per poter ascoltare cosa state programmando. Delay Calculator (Fig. 6) è un altro simpatico programma che, dato un tempo in BPM, vi restituisce il tempo in millisecondi fino a terzine di 1/32. Indispensabile per calcolare i giusti tempi sui delay che non hanno funzioni di sincronizzazione col tempo. AnalogX ha davvero un sacco di utilities interessanti. Purtroppo lo spazio è tiranno e non possiamo elencarvene altre, altrimenti finirebbe col monopolizzare questo articolo.

Dulcis in fundo:

Hermann Seib (www.hermannseib.com) è un altro programmatore che ha sviluppato delle interessantissime utilità freeware. MidiTrix (Fig. 7) è un router a matrice per interfacce midi. Vi permetterà di instradare le varie connessioni come se aveste un patchbay semplicemente cliccando la corrispondenza sulla griglia. SAVIHost (Fig. 8) è un altro piccolo capolavoro. Permette di lanciare dei plugin come standalone semplicemente posizionando il file “savihost.exe” nella cartella del nostro plugin e rinominando il suddetto eseguibile col nome della “dll” da controllare (Fig. 8a). Esempio: nella cartella VSTPlugins c’è un VST chiamato pippo.dll e vogliamo controllarlo senza usare Cubase. Copiamo “savihost.exe” nella cartella VSTPlugins e lo rinominiamo “pippo.exe”. Basterà, quindi, fare due click su questo eseguibile ed ecco il nostro Pippo Plugin apparire sul nostro schermo pronto ad essere utilizzato per le nostre performance.

Sempre a proposito di performance, vi segnaliamo che Livelab (HYPERLINK “http://www.livelab.dk/”HYPERLINK “http://www.livelab.dk/”www.livelab.dk) propone “Touchpad 2 MIDI”, un goloso VST freeware che vi permetterà di usare il touchpad (Fig. 9) del vostro portatile alla maniera di un midi controller configurabile come: controller X/Y (tipo Kaosspad, per intenderci), serie di 4 sliders o griglia di 4 pulsanti. Sempre dalla stessa casa sono disponibili degli interessanti ed economici prodotti commerciali come LiveSlice (Fig. 10), un beat slicer e re-arranger in tempo reale (per aspiranti neo Aphex Twin), e “Tablet 2 MIDI” per utilizzare una tavoletta grafica (o un tablet PC) come controller midi. Come ciliegina sulla torta, ultima utility di questa prima puntata, vi proponiamo Piano Tuner, un editor per le curve di dinamica (Fig. 11). Vi è mai capitato di dover registrare una parte di piano con un plugin, magari con campionature eccelse, ma il vostro controller pecca nella dinamica? Con questo programma potrete tranquillamente creare una curva dinamica per ogni singola nota in modo da migliorare notevolmente la qualità di risposta al vostro tocco. Fosse disponibile una cosa del genere su ogni master keyboard, avremmo di sicuro meno sofferenze nel suonare delle parti dove l’ampia dinamica di una vera pesatura è spesso insostituibile.

Alla prossima puntata

Antonio Campeglia

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Linux e…

Fig.0

La politica serrata dei grandi nomi, unita molto spesso al “sentito dire” tipico di chi è lontano dal mondo dell’informatica, hanno a lungo portato a pensare al sistema operativo Linux come qualcosa di complesso, inadatto e lontano dal musicista.
Se fino a qualche tempo fa questa affermazione poteva risultare veritiera, oggi grazie allo sforzo sempre maggiore della comunità del “pinguino”, sembra vi sia stato un reale avvicinamento agli utenti comuni, poco avvezzi all’uso di stringhe e terminali. Diverse le realtà anche nel nostro paese, in cui Linux aiuta il musicista in tutte le fasi della produzione, dalla progettazione del brano al mastering. Tuttavia essendo un mondo in continuo aggiornamento è facile, per chi vuole produrre musica, perdersi nella vasta mole di argomenti. Vediamo allora semplicemente come arrivare alla meta prefissata insieme a Lello Cardone, presidente dell’associazione culturale che si occupa di e-learning musicale open source attraverso il sito www.studiaremusica.com

Le “Distro”: ovvero le distribuzioni linux.

Per un utente Windows o Mac non è semplice immaginare il loro beneamato sistema operativo ricostruito in base a specifiche esigenze (anche perché questo non sarebbe possibile legalmente). Ecco la prima differenza tra Linux (fig.1) e i sistemi “chiusi”. In questi ultimi non è possibile modificare il cuore del sistema operativo, né tanto meno adattarlo o migliorarlo. Il mondo Linux invece è questo, dare a tutti la possibilità di contribuire al perfezionamento del sistema aggiungendo pezzi, riscrivendo righe di codice, ottimizzare determinate funzioni etc… Questo avviene secondo i canoni della Licenza GNU/GPL, ogni modifica al cuore del sistema è possibile grazie alla possibilità di accedere liberamente al codice sorgente. 1I “sorgenti” degli applicativi, opportunamente modificati, verranno poi ricompilati per dare vita ad una nuova distribuzione. Ovviamente il rischio è che il neofita finisca per perdersi tra le centinaia di varianti e versioni di Linux che giornalmente sono messe a disposizione pubblicamente per il download. Come accennato, Il nome con cui si identificano queste ISO da masterizzare su DVD o CD è “Distribuzione” (in gergo Distro). Se volete essere aggiornati sulle nuove release, potete collegarvi al sito www.distrowatch.org in cui troverete oltre ad una classifica delle Distro più utilizzate, un sunto sulle principali “propensioni” delle distribuzioni offerte. I protagonisti sono: Ubuntu (una variante di Debian in continua evoluzione, grazie all’impegno di Canonical), SUSE, Mandriva, Knoppix, Fedora, Slackware, Gentoo, Mepis, Studio64, Dyne:bolic. La nostra scelta è caduta su Ubuntu (fig.2), che gode di un’interfaccia semplice e di un ottimo supporto.2
Voglio aggiungere che mentre quasi tutti i sistemi operativi chiusi vanno necessariamente installati, è possibile far girare Linux anche senza installare nulla sull’HD, ovviamente con le dovute limitazioni del caso. Basterà procurarsi una distribuzione “Live” per avere un’impressione “a pelle” delle potenzialità offerte, senza rischiare di corrompere un sistema operativo già residente. Personalmente consiglio l’installazione di una macchina virtuale (un sistema operativo nel sistema operativo), Linux girerà così a piene funzionalità, non pregiudicando in alcun modo il “SO” che lo ospita (per dettagli consultare il sito www.vmware.com , oppure Parallels Desktop al link www.parallels.com o ancora, per chi ha computer Mac con CPU PowerPC, Virtual Pc di Microsoft o Guest PC ). D’altronde i moderni Pc potendo beneficiare di notevoli capacità di calcolo e di ingenti quantità di Ram a basso costo, ben si prestano a questo tipo di soluzioni. Spetterà a voi poi la scelta di quello che dovrà essere il compagno definitivo di “giochi”. Ormai siamo lontani dai tempi in cui mettere su una “Distro” era sinonimo di dichiarare guerra ai driver di sistema: Knoppix ed Ubuntu ad esempio (in versione DVD), oltre a contenere migliaia di applicativi, riconoscono nativamente moltissime periferiche. Anche Ubuntu, la distro da noi scelta, possiede di “default” la modalità live. Essa torna utile anche per verificare se tutto l’hardware di sistema viene visto correttamente prima di una eventuale installazione.

Il kernel

Il “nucleo” del sistema operativo è il Kernel. Creato nel 1991 da Linus Benedict Torvalds (fig.3) e distribuito col sistema di licenze GNU (il sistema GNU, creato da Stallman nel 1983, permette una gestione del software libera dai vincoli del diritto d’autore), ha dato vita di fatto a ciò che oggi chiamiamo Linux. 3Nel kernel sono contenute tutte le funzioni necessarie al corretto funzionamento del sistema: la gestione delle risorse, della memoria, delle periferiche, etc… Esso gestisce i processi ed in ogni istante è possibile controllare fin nei minimi dettagli cosa sta succedendo. Si accede a tutte le funzioni di sistema dalla Shell, un terminale testuale che rappresenta l’interfaccia utente con cui è possibile modificarne i parametri. I programmi accedono all’hardware attraverso delle chiamate verso il Kernel (system call) che valuta le priorità e le attiva redistribuendo il calcolo, la disposizione in ram e la gestione dell’hardware connesso (scheduling). Inoltre gestisce il multitasking e la multiutenza con differenti permessi, questo fa si che diversi utenti possano avviare differenti processi, con differente grado di privilegi, contemporanea- mente dalla medesima macchina. Infine il Kernel è in continua e rapidissima evoluzione per supportare nuovi hardware, funzioni e moduli. Potete installare un Kernel Linux su molti hardware, dai telefonini alle consoles, dai router ai videoregistratori ed ovviamente sulle piattaforme PC (32 e 64bit), SPARC, Power PC. Essendo modulare (fig.4)4 potete eliminare righe di codice non strettamente necessarie rendendolo flessibile, minuscolo e solido. Ciò è impensabile nel mondo dei sistemi chiusi che finiscono per fagocitare enormi risorse pur di rendere l’ambiente pronto ad un utilizzo “generico”. Ovviamente anche il Kernel Linux può diventare molto grande ed assolvere così a miliardi di funzioni, incluso il supporto per la grafica 3D ed il multimedia più avanzato. A Maggio 2007 è uscita Ubuntu Studio (www.ubuntustudio.org ) una distribuzione Linux Ubuntu totalmente dedicata al multimedia. Questo Linux possiede il Kernel in real time, fondamentale per le applicazioni audio; di fatto riduce la latenza nella gestione del sistema e comprende nativamente moltissime applicazioni professionali per il doppiaggio cinematografico, per il sequencing e per l’ editing audio/midi oltre che numerosi plug ins e software di mastering e notazione. La stabilità e la personalizzazione del sistema permettono a Linux di competere ed essere vincente anche sul fronte server. Ed è li che i concorrenti maggiormente lo invidiano.

Modalità di funzionamento (amministratore ed utente) e audio driver.

Mentre in un sistema Windows dall’installazione in poi si è normalmente “amministratore”, ovvero utenti con il permesso di poter fare ciò che si vuole del sistema operativo, con Linux di default si è “utente”. Questa sostanziale differenza permette a Linux di non prendere virus perchè le modifiche ai files di sistema possono essere fatte solo se siete in modalità root, ovvero amministratore. Normalmente ogni utente ha una “home” ovvero una cartella dove si possono installare le proprie applicazioni con le relative cartelle, documenti, temi etc… Le librerie che contengono le istruzioni da leggere dal programma sono al sicuro nel file system, spesso in usr/bin che è protetto, mentre nella cartella home vivono due categorie di sottocartelle e files: quelle visibili e quelle nascoste. Le cartelle nascoste iniziano con un punto (.wine o .amule ad esempio) e contengono spesso altri files e cartelle che permettono elevate personalizzazioni. Le cartelle visibili sono invece in chiaro. Ora il nuovo Windows Vista sembra aver appreso molto dai sistemi Linux perchè sta proteggendo l’installazione e la manipolazione dei files di sistema in un modo molto simile a linux. Il core Unix di Mac OS invece possiede lo stesso concetto di protezione di Linux e la stessa gestione user/root.

L’hardware ed i driver audio ALSA ed il server audio JACK

Mentre le schede audio integrate sono ottimamente supportate da Linux anche per via di ottimi progetti quali OSS, ALSA, JACK, le schede audio professionali soffrono di una vistosa ostilità verso Linux.
I driver OSS (Open Sound System) creati nel lontano 1992 da Hannu Savolainen sono da molti considerati superati. Hanno avuto un periodo di grande splendore perché erano “portatili” sulle principali versioni di Unix.
In realtà funzioni che oggi appaiono ovvie per una gestione audio completa, per questo tipo di driver non lo sono, e si potrebbero incontrare vari problemi in fase di utilizzo. Non stiamo parlando di cose complesse ma di:

  • Full duplex, ovvero la possibilità di registrare ed ascoltare contemporaneamente allo stesso numero di bit (chi ricorda i primi driver per Windows che gestivano schede audio in half duplex con registrazione a 16 bit e lettura ad 8, nel migliore dei casi, sa cosa voglio dire!);
  • wavetable software (le prime schede audio avevano nel migliore dei casi una eprom su cui era impressa una libreria sonora di base, solitamente GM, anche se non di rado sono esistiti solidi esempi di schede in grado di personalizzare la wavetable con campioni propri)
  • Mixing hardware multicanale limitato.

Il progetto OSS si è evoluto in opensound ma è diventato chiuso mentre da una sua costola sono nati i driver ALSA (fig.5).
5

ALSA (www.alsa-project.org ) che sta per Advanced Linux Sound Architecture, questi possono emulare in modo eccellente i vecchi OSS.
I driver ALSA, (nati nel 1998 grazie a Jaroslav Kisela) sono stati implementati nel kernel solo dopo il 2002. Essi gestiscono diversi processi contemporanei, sono in grado di rilevare e configurare molte schede audio e, abbinate a Jack, riescono a gestire in modo ottimale tutto il flusso del segnale audio sotto Linux.

In realtà a questo punto bisognerebbe fermarsi un attimo e pensare: ma le case di schede audio professionali? Non dovrebbero essere loro ad interessarsi allo sviluppo dei driver anche per questo sistema operativo? Perché ci lasciano soli? C’è solo la voglia di sottovalutare un grande sistema operativo o altro? In effetti sono poche le case che supportano attivamente l’open source. Ciò accade sia per accordi economici con le case produttrici di software chiuso, sia perché sono esse stesse spesso produttrici di software proprietario e temono il software libero. Di fatto non vengono rilasciati i sorgenti dei driver, per questo i programmatori sono costretti al reverse engineering di cui parlavamo in precedenza (con MOTU e Digidesign – fig.6 – ad esempio si sta operando attraverso anche l’analisi dei protocolli). Ad interessarsi di questa lacuna lamentata è il progetto FreeBob (freebob.sourceforge.net ) che produce un driver a bassa latenza generico per le schede audio firewire (sul sito vi è la lista completa ed aggiornata dell’hardware).6
L’installazione sotto Ubuntu è molto semplice. Dopo aver installato l’intero sistema e relativi aggiornamenti, basterà inserire nelle sorgenti software il seguente indirizzo “deb http://ftp.debian.org/debian“. Bisogna dire che sotto Linux molti software commerciali quali Acrobat Reader, Flash, o anche le librerie per leggere gli mp3 o Skype possono essere installati comunque da “repository”, ovvero indirizzi di server che contengono gli stessi programmi. Scegliendo Aggiungi/Rimuovi ed aggiornando la lista sarà possibile vedere anche i nuovi software. E possibile anche arrivarci da Sistema/Amministrazione/Gestore pacchetti Synaptic.
E’ bene fare luce sul server audio Jack, mostrato in figura 7 (è così che Linux identifica alcuni driver particolarmente personalizzabili nelle interconnessioni e con bassissima latenza), che permette alla stregua di un potente sistema ASIO di connettere ingressi ed uscite hardware con line in /out reali (scheda audio) e virtuali (strumenti virtuali e sequencer). Jack, scritto per POSIX e pienamente compatibile GNU/Linux e OS X è arrivato alla versione 0.102.20 e supporta da questa versione anche il protocollo midi. Il porting su Windows è in fase di ultimazione. JACK è molto potente (sono arrivato a 0.2ms di latenza con la mia scheda integrata del notebook a 48khz 16bit) e sono tantissimi i programmi supportati.

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La prima “killer application” audio: Ardour

Per “killer application” si intende quel software che sbaraglia la concorrenza ed impone un modo di lavorare professionale. Di fatto è un programma che, sviluppato con grande professionalità, permette di trainare anche un sistema operativo. Nei vecchi Atari ST le killer applications sono state Notator (poi diventato Logic) e Cubase (chiamato nella prima versione Cubit e poi cambiato per problemi di copyright). Il midi integrato nel computer e la grande scaltrezza delle software house che produssero queste applicazioni permisero al musicista di avvicinarsi al mondo dell’informatica come nessuno è riuscito a fare prima.
Nell’ambiente Linux la killer application è senza dubbio Ardour (fig.8); sequencer audio potentissimo che attraverso una seria gestione del server audio Jack permette alle periferiche audio di comunicare con i moduli software del kernel con grande precisione e velocità. Tutte le frequenze di campionamento professionali sono supportate ed il segnale viene gestito con cura e bassa latenza.8
Di fatto Ardour è una completa DAW con registrazione multitraccia e multicanale, con editing non lineare e non distruttivo, gestione delle regioni complessa, undo/redo infiniti, mixer software capace di rivaleggiare, nella gestione del routing con i maggiori equivalenti hardware, supporto di controller midi professionali, supporto dei plug in LADSPA (di questo formato che raccoglie innumerevoli plug-in ne parleremo in seguito) e multioutput.
Essendo POSIX-like, questo sequencer è multipiattaforma e lo si può installare anche sotto MAC OSX.
Per quanto riguarda le richieste hardware minime di Ardour, questo gira anche sotto un 200 Mhz con 64mb di RAM. Considerando che oggi tutti posseggono un computer pingue, date le esose richieste dei sistemi operativi chiusi, (millantati come unico sistema operativo installabile), qualunque macchina va bene.
Ovviamente un conto è far suonare 5 tracce audio senza un carico di plug-ins e tutt’altra storia è dire “voglio registrare 78 tracce audio con 56 plug ins su ogni traccia!” Il produttore consiglia un dual processor con quanta più ram possibile, oltre ovviamente ad un hd veloce per tempi di accesso e numero di giri, magari SCSI o firewire, qualora fosse esterno. AMD è il produttore di processori consigliato. Le schede audio consigliate sono: RME Hammerfall (fig.9) e M-Audio Delta series, pienamente supportate da Linux.

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Come s’installa?

Spesso chi si avvicina a Linux scappa via perchè è abituato a non lavorare con la shell (console testuale) ed ha solo voglia di fare click per ottenere il risultato, insomma “avanti, avanti, fine”. Questo modo di fare, forse voluto per gli utenti di sistemi chiusi, ha portato spesso i computer a diventare oltre che raccoglitore di software spesso inutili, un vero e proprio vivaio di spyware, virus (fig.10), malware, ed altre pestilenze informatiche.
Una mia particolare convinzione è che se un sistema è instabile è anche colpa delle scelte dell’utente che lo usa. Tornando a Linux ed Ardour ci sono diversi modi di installarlo. O si scarica un repository (l’indirizzo di un server che contiene tutte le librerie e soddisfa in automatico le dipendenze installando tutto ciò che serve) da dove prelevare il software solo scrivendo il nome tra i pacchetti da installare (spesso è già sotto il menù multimedia) o ancora per via testuale. Vediamo come:

  • apriamo il terminale (shell o console come dir si voglia) che si trova sotto la voce accessori e digitiamo senza apici, e dopo essere connessi ad internet ovviamente, “apt-get install ardour” e premiamo invio. Fatto!

Attenzione questo comando installa tutte le dipendenze ed il software automaticamente, quindi dovete essere in modalità amministratore. Per diventare amministratore dal terminale digitare “su” e premere invio, vi basterà ora inserire la password amministrativa. Questa prassi funziona su tutti i Linux che dispongono dei tools APT. Altri “facilitatori” delle installazioni sono Emerge e Yum (la pratica è pressoché simile: “yum install nomepacchetto”).
Ad ogni modo esistono ancora altri sistemi di installazione, quello manuale ossia installando tutte le librerie richieste e soddisfacendo tutte le dipendenze da console, e quello dai pacchetti precompilati RPM e DEB. Essi si trovano su differenti siti tra cui rpm.pbone.net .

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Linux vs Vista

Sempre più musicisti utilizzano Linux e sempre più aziende cercano soluzioni alternative ai sistemi chiusi e troppo blindati. Proprio in questi giorni il presidente Raffaele Cardone dell’associazione Studiare Musica, ha comprato una versione basic di Windows Vista (fig.11), per realizzare un confronto con i sistemi Linux installati sui computer su cui effettuano i corsi di informatica musicale. Gli allievi abituati ormai ad Ubuntu, Fedora, Mandriva, Dine:Bolyc e Knoppix, sbalordivano davanti all’elevato numero di crash, anche dello stesso kernel di Windows, in una macchina dichiarata “Vista capable” e si meravigliavano di come i driver di periferiche venissero gestiti pessimamente (pensate che non siamo riusciti ad installare un controller firewire, né una semplice stampante HP laserjet.). Per fortuna sul sito del produttore MOTU sono comparsi da tempo i driver per Vista. Come vedete il potere economico sovrasta ogni cosa e mentre i programmatori di Linux scrivono da zero i driver di controllo per le periferiche Motu, spesso ricorrendo ad intricate fasi di reverse engineering (freebob ad esempio), gli utenti Microsoft dispongono per Vista degli stessi driver in tempi rapidissimi. Ma di un solido confronto Linux Ubuntu – Windows Vista ne parleremo nei prossimi numeri.11

Conclusioni

Molti di voi si chiederanno ma se Linux è così potente ed è libero perché non è diffuso al pari dei sistemi chiusi?
Perché ormai è radicata la convinzione che sia un sistema operativo adatto solo a “smanettoni” e di difficile manutenzione. Anche se, talvolta, può risultare frustrante aver a che fare con una miriade di dipendenze per installare un singolo software c’è da dire che rispetto ad anni fa, la situazione è notevolmente migliorata e le distribuzioni odierne sono molto più “user friendly”. Ci si chiede, inoltre, perché le case produttrici di schede audio non rilascino drivers nativi per Linux. Il problema è che bisognerebbe spostare della forza lavoro da progetti economicamente “produttivi” verso qualcosa che non porterebbe altri introiti. Inutile dire che sarebbe un utopia sperare che le case rilascino le specifiche per permettere alla comunità di poter sviluppare in proprio i suddetti drivers. Perché tanta ostilità?
Semplice, i sistemi chiusi portano soldi a molta gente dal negoziante che li piazza, al pirata che lo rivende sottobanco. Linux no. Linux non spende miliardi di per la pubblicità e né inculca nella testa delle persone che per usare un word processor bisogna avere 15GB di spazio sull’hard disk e almeno 2GB di ram con un processore di ultima generazione. Ottimi tools per l’ufficio (openoffice.org) sostituiscono alla perfezione i software proprietari e sono pienamente compatibili con essi. Per quanto riguarda la pirateria Linux la cancella a priori, dato che tutto è libero. Se volete fare una donazione agli autori essi ve ne saranno grati lavorando ancora meglio e nessuno vi impedirà di realizzare il vostro disco solo perché non avete soldi a disposizione. Inoltre la veste grafica di questi sistemi è di notevole potenza ed il 3D delle finestre di Vista fa sorridere di fronte ai server video 3D multipoligonali di Linux. Provate a osservare Compiz o i temi grafici di Beryl o i vari 3D desktop GNOME e KDE (fig.12) per rendervi conto. 12In più avere sequencers gratuiti che possono competere con il top per Windows ed OS X non è più un sogno. Certo, se le case di hardware audio professionali, fossero meno legate ai sistemi proprietari rilasciando i drivers per Linux, darebbero un grande contributo permettendo a chi non vuole spendere decine migliaia di euro per il sistema operativo ed il software, di acquistare schede audio con convertitori e caratteristiche superiori. Con questa mia modesta missiva invito i produttori di hardware a rendersi conto che ormai Linux è una realtà ed anche tra i professionisti sta divenendo uso comune. Ma reggerà il confronto con piattaforme ormai divenute standard da svariati lustri? La battaglia è appena iniziata ed i contendenti si sfideranno a singolar tenzone, chi per guadagnarsi l’accesso al podio, chi per difendere la posizione guadagnatasi negli anni come piattaforma definitiva per l’audio professionale.

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