The right sound – Tutorial di registrazione audio – La chitarra folk
The Right Sound – Parte 1
di Alfredo Capozzi
Grazie alla collaborazione con RPM Edizioni, siamo in grado di potervi offrire una serie di video tutorial che non hanno nulla da invidiare ai prodotti didattici internazionali.
La storia
I tutorial video sono uno dei settori didattici dell’audio moderno più in espansione. Ciò è facile capirlo, in quanto l’approccio guidato su video riesce ad essere chiarificatore di un argomento più di mille parole. Di conseguenza non solo le nuove generazioni di fonici ma anche una pletora di appassionati riescono a trovare in questi media le giuste informazioni mancanti alla loro cultura.
È inutile nascondere che la maggior parte di questi video fa riferimento alle DAW e quanti software sono ormai patrimonio incontrastato di quanti pensano che un solo PC ben carrozzato riesca ad offrire tutto il necessario per una produzione in grande stile. Ben poco, sempre in termini di tutorial, si riesce a trovare sull’hardware. Nemmeno l’onnipresente YouTube offre in modo sistematico argomentazioni organiche sull’uno o l’altro argomento in lingua italiana.
Ma non preoccupatevi. A partite da questo momento e per un discreto numero di video, ci pensiamo noi di AgeOfAudio a colmare parte di questa lacuna.
Ciò è possibile grazie alla collaborazione con RPM Edizioni che, per chi non lo sapesse o non ricordasse più, è stata la casa editrice pioniere nel settore delle tecnologie musicali grazie alla pubblicazione di due riviste storiche come MIDIDSONG e CM2 che hanno formato ed informato più di una generazione di attuali tecnici del settore. Le due riviste oggi non sono più presenti in edicola, ma prima che chiudessero i battenti di CM2 l’allora caporedattore Flavio Gargano ebbe il grande intuito di sviluppare un progetto editoriale del tutto nuovo che di fatto ha anticipato di qualche anno ciò che oggi tutti i media internazionali stanno cercando di proporre. Un Video Tutorial che consentisse a chi non avesse possibilità e risorse equivalenti di poter assimilare quanto avvenisse in uno studio di registrazione: non solo in termini di strumenti o hardware presenti ed usati in qualsiasi produzione “seria” di allora, ma anche valutando l’uso pratico di questi strumenti confrontati tra loro durante una sessione di registrazione o di missaggio. Il progetto “The Right Sound” venne sviluppato dal 2005 al 2007, anno di chiusura della rivista.
Si! Ma oggi?
Oggi come allora le metodologie non sono cambiate e anche lavorando semplicemente su una DAW con una semplice scheda audio, le fasi di produzione restano sommariamente le stesse, che si tratti di musica Pop, Dance o Rock. Per tale motivo, credendo fortemente nel valore di tali video, ne abbiamo fatto richiesta alla RPM Edizioni che ha acconsentito alla pubblicazione degli stessi. Per dovere di informazione, c’è da dire che dopo l’esperienza editoriale la RPM Edizioni è oggi attiva sotto il profilo di produttore di basi MIDI reperibili al sito www.midimarket.it. Per chi fa uso di basi MIDI nel proprio lavoro, ricordo che RPM Edizioni detiene la più ampia libreria in Italia di basi MIDI in standard GM, dato i programmatori che lavorano all’attuale produzione sono gli stessi che ne delinearono le linee guida, in termini di qualità e usabilità, all’inizio degli anni ’90.
Detto…, fatto!
Ritoccando gli stessi se non per adattarli alle esigenze del Web, ecco il primo di questi video pronto per essere fruito dai nostri lettori. Si parla della “Chitarra Acustica”, di come funziona, in quali modalità e con quali microfoni è possibile registrarla e quali possono essere i modi di equalizzarla una volta fissata sul nostro computer. Il tutto in stile moderno grazie alla presenza di un professionista della chitarra, Carlo Fimiani, che diede il via a “The Right Sound”.
Bene! Credo fortemente che troverete giuste argomentazioni per ampliare le vostre conoscenze dell’audio e delle tecnologie ad esse connesse: per cui, mettetevi comodi e buona visione.
Ah, dimenticavo…! Anche se le immagini risentono di alcune conversioni, state necessarie per i codec usati nella produzione iniziale, si è cercato per la parte audio di essere quanto più ligi alla qualità di ripresa utilizzata durante la produzione: pertanto ho cercato di rispettare i 16bit ed i 48 KHz di campionamento richiesto dal formato video e, nel caso di una necessaria compressione, di non scendere mai al di sotto dei 256 kbps. Consiglio di usare monitor o cuffie adeguate per un corretto ascolto.
Restano graditi i feedback sull’argomento
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Il Chorus per chitarra ed il “mitico” TC Electronic “SCF + Stereo Chorus”
Fra le unità di ritardo più utilizzate dai chitarristi, il chorus occupa è senz’altro la parte alta della classifica, anche se l’uso intensivo fattone negli anni ottanta e novanta ne ha attualmente ridimensionato e “disciplinato” l’impiego…
Come tutte le unità di ritardo, anch’esso gioca sulla “memoria uditiva”, ovvero su quella capacità del cervello umano di collocare spazialmente suoni di diversa provenienza, frequenza ed intensità (pensiamo all’effetto di Haas e a quello Doppler). L’effetto psico-acustico del chorus, quindi, è quello della percezione di una doppia sorgente, con medesimi eventi che vengono presentati su piani diversi nel tempo e nel “tune”. Insomma più voci ma mai identiche nel timing e nell’intonazione e che per questo compongono un coro (di qui il nome dell’effetto). Nel caso della chitarra è sempre valida l’approssimazione di una somiglianza ad una dodici corde.
Il percorso del segnale
Immaginando un diagramma a blocchi, il segnale della chitarra è immesso in un mixer di ingresso che sdoppia il segnale-sorgente inviando la linea “dry” direttamente ad un secondo mixer (di uscita) e l’altra ad un processore di segnale il cui scopo è quello di ritardarla di pochi millisecondi (tipicamente da 15 a 35) e filtrarla tramite un oscillatore a bassa frequenza (Low Frequency Oscillator). A fine elaborazione, il segnale processato è anch’esso indirizzato al mixer di uscita: Grazie a quest’ultima miscelazione si genera l’effetto “spaziale” percepito dalle nostre orecchie.
L’LFO è quindi un amplificatore il cui scopo è quello di modulare in ampiezza un segnale ed è il maggior “responsabile” degli incrementi -spesso deprecati dai chitarristi- di volume ad effetto attivato, nonché delle pesanti variazioni sul comportamento dinamico dello strumento. Infatti il chorus, a dispetto di una apparente “trasparenza timbrica” rispetto ad altri effetti di ritardo, è in definitiva abbastanza invasivo in termini di incidenza sul comportamento dinamico della sorgente trattata.
Questa “ingenerizzazione” del suono determina i parametri sui quali di regola si può intervenire. Questi possono essere molteplici in base all’architettura più o meno complessa della macchina, ma i valori tipici che di regola incontreremo in uno stomp per chitarra sono:
Width: Ampiezza della modulazione.
Rate: Velocità della modulazione in ampiezza.
Depth: intensità del segnale processato sul segnale dry (mix).
Tone: equalizzazione del segnale trattato.
Pre Delay: ritardo di intervento del trattamento sul segnale diretto.
Non è infrequente imbattersi nell’uso di terminologie diverse da parte di alcuni produttori: “Speed” ad posto di “Rate” o anche “Depth” per indicare l’ampiezza della modulazione e “Mix” o “Intensity” per indicare la proporzione fra il segnale dry e quello processato.
TC Electronic SCF+ Chorus
Nonostante l’indirizzo sempre più incline al mercato consumer e la dislocazione di parte della produzione in paesi cd. emergenti, la prestigiosa ditta danese è fra le poche del panorama mondiale che è riuscita a mantenere in catalogo prodotti elettronici per interi decenni. Il che, unitamente all’elevata qualità, ha determinato la creazione di veri e propri standard di riferimento.
E’ il caso del prestigioso 2290 Digital Dealy, come quello del più recente G-Force e -venendo a noi- del mitico ed arcinoto SCF+ Stereo Chorus, vera e propria icona chitarristica in produzione da quasi trent’anni.
L’SCF+ è un digital chorus stereo di grande qualità, realizzato in uno splendido contenitore in alluminio estruso, verniciato in nero satinato e molto curato nel layout generale. E’ alimentato direttamente da cavo di rete a 220V. (Fig.1)
La macchina è concepita per un utilizzo da vera e propria outboard compatta, anche se la classica configurazione “stomp” l’ha accreditata prevalentemente fra i chitarristi. Insomma: Questo piccolo pedale riserva davvero molte sorprese in termini di completezza e flessibilità d’uso.
Gli ingressi e le uscite:
Input
Ingresso ad alta impedenza (1 Mohm).
External Bypass
Controllo remoto dell’effetto a mezzo pedale switch (opzionale) o altro sistema switcher.
Output (mono)
Questo jack (lato sinistro) costituisce l’uscita monofonica dell’effetto o il canale sinistro in caso di utilizzo in stereo. L’impedenza di uscita è di 500 Ohm.
Output (stereo)
Uscita destra in caso di utilizzo in stereofonia.
I Controlli:
Speed
Regola la velocità della modulazione con un range che varia da una modulazione ogni dieci secondi sino a dieci modulazioni al secondo.
Width
Regola l’ampiezza delle modulazioni in un range parametrico da zero a sei.
Mode Selector
Selettore a tre posizioni per tre modalità d’effetto: Chorus – Pich Modulation – Flanger.
Intensity
- In modalità Chorus: miscela il segnale effettato con quello dry.
- In modalità Pich Modulation: miscela l’effetto chorus con quello di un secondo oscillatore (vibrato).
- In modalità Flanger: Determina l’intensità del secondo oscillatore (filtro a pettine) di cui l’SCF è dotato.
Input gain
Preamplificatore di ingresso con guadagno fino a 15db
Led Indicator
- In modalità stand-by indica l’avvenuta alimentazione a rete.
- Ad effetto attivato lampeggia fornendo un’indicazione grafica della velocità di modulazione (speed).
Overload Led
Indica la soglia di clipping dell’unità. La sua accensione comporta l’esigenza di diminuire l’intensità del segnale in ingresso. La regolazione ottimale prevede la sua accensione “occasionale” sui picchi dinamici.
Bypass
Attiva l’effetto (on/off)
La prova del suono
Abbiamo inizialmente testato l’effetto nella classica configurazione “chitarristica” (monofonica ed in serie) utilizzando cavi Klotz, una Strato ed una Les Paul, ampli Fender ed un overdrive Boss per i suoni saturi.
Come tutti gli outboard della TC Electronic, anche questo SCF+ è caratterizzato da una notevole trasparenza e non invasività timbrica al punto che –salvo regolazioni estreme- dopo qualche tempo di utilizzo viene il dubbio se l’effetto è acceso o è stato inavvertitamente disattivato. Il timbro è cristallino, elegante e con modulazioni misurate e mai eccessive.
Nel mio set up questo stomp ha evidenziato un leggerissimo “hum” derivante probabilmente da un loop di massa dovuto all’alimentazione mista 9volt/220volt. In ogni caso parliamo di un rumore trascurabile, notato nel totale silenzio di una sala di registrazione completamente insonorizzata. Una base di partenza delle regolazioni può essere rappresentata dai “puntini” contrassegnati vicino ai comandi “speed” e “width” e che la TC definisce “golden ratio”. Si tratta di semplici combinazioni fra i due parametri che la casa ritiene essere “la migliore proporzione”. Personalmente mi sono un po’ discostato dalla suggerita “golden ratio” in quanto prediligo un effetto chorus (che utilizzo molto raramente ed in contesti di arpeggi molto “ambient”) con bassissimi valori di speed ed ampiezze più generose. A proposito dell’ampiezza di modulazione, la mia personale (e molto pragmatica) esperienza, mi fa distinguere i chorus in due famiglie: quelli che accentuano variazioni del pitch “calanti” e quelli che enfatizzano picchi “crescenti” (esasperate il controllo “width o “depth” del vostro chorus e fateci caso). Anche qui entrano in gioco effetti psicoacustici che di fatto vengono normalmente utilizzati nell’armonia musicale. Basti pensare alla regola –tipicamente jazzistica- in base alla quale si può sempre arrivare ad una nota o ad un accordo provenendo dal semitono precedente o successivo. Questo utilizzo di “ritardi” si traduce in un’esperienza di movimento che amplia il linguaggio musicale ed elimina sensazioni di staticità. L’arrivo ad una precisa nota da toni crescenti è (genericamente) più “dura” all’orecchio rispetto all’approccio da note calanti. Questa semplificazione dei concetti distinguerebbe –come detto- le due famiglie di chorus ed ascrive l’SCF+ a quella (personalmente più gradita) dei chorus “con modulazioni calanti”. In questa macchina la sensazione di “galleggiamento” delle note è comunque mitigata dall’estrema trasparenza e precisione del BFO che assicura un trattamento del suono sempre misurato ed elegante. Quanto detto diventa macroscopico con l’utilizzo delle distorsioni che sono il vero banco di prova dei chorus. La preamplificazione del segnale in ingresso da parte di un distorsore, mette in evidenza tutti i pregi e difetti di questo tipo d’effetto. Molti stomp economici, infatti, crollano in questo test evidenziando stravolgimenti timbrici del segnale o effetti di “flanging” davvero troppo invasivi. Su questo terreno l’SCF+ è una macchina imbattibile, capace di mantenere inalterata la timbrica di origine ed aggiungendo un “chorushing” assolutamente equilibrato. In sintesi possiamo dire che la sensazione di leggerezza e trasparenza nei suoni puliti -fra l’altro tipica degli outboard di produzione nord-europea- ripaga ampiamente nell’uso dei distorti che diventano pienamente sfruttabili sia nelle ritmiche che nei soli, senza l’interferenza di sovratoni ed oscillazioni confuse.
Test in stereofonia
Passiamo al test in stereofonia. La prova in stereo è stata “falsata” dall’utilizzo di due amplificatori diversi (un Twin Reverb ed un Deluxe Reverb entrambi reissue). La diversa voce degli ampli ha ulteriormente ampliato il panorama stereo ma il nostro SCF+ ha ancora una volta dimostrato la sua appartenenza ad una classe superiore di pedali. Le uscite stereo di questa unità alternano la fase di modulazione fra canale sinistro e destro, con un eccellente movimento di immagini che vanno ad occupare l’intero spazio fisico d’ascolto. Per chi può, si consiglia vivamente l’uso in stereo che sfrutta davvero tutte le potenzialità della macchina. Ciò che va sicuramente detto è che questo effetto non concede mai regolazioni estreme e resta sempre contenuto in un misurato range di invasività timbrica. La sensazione generale è che anche con livelli di “Intensity” molto spinti, il segnale trattato è in secondo piano rispetto a quello dry.
Le altre due modalità di effetto (flanger e pitch+modulation) risentono, a mio avviso, della loro natura “derivativa” rispetto al chorus.
Il flanger -in particolare- risulta eccessivamente cauto e freddino a dispetto di una tipologia di effetto che, di massima, dovrebbe intervenire in modo massiccio sul segnale. Ci troviamo, invece, di fronte ad una modesta e rauca modulazione con vocalità tipo “wah” che reputiamo poco musicale e poco sfruttabile: Avremmo auspicato un bell’effetto “Jet” da motore turboelica a reazione…
Più piacevolmente abbiamo accolto la modalità pich+modulation (posizione centrale del selettore) che mette in secondo piano l’effetto di ritardo (chorushing) ed esalta un movimento di tipo “tremolo” messo a disposizione dal secondo oscillatore della macchina. Ma anche questa modalità non consente mai modulazioni estreme.
In conclusione:
Gli amanti dei chorus “palestrati & sboroni” abbandonino l’idea di acquisto di questo pedale, lo troveranno trasparente e freddino al limite dell’impersonalità. Gli amanti del “poco apparire” che invece vorranno nel loro set up un pedale che “non eccede mai” e che garantisce un tocco di frugale eleganza, troveranno una macchina seria e affidabile, sfruttabile in molti contesti senza mai correre il rischio di inflazionarne l’utilizzo.
Per costruzione, qualità e completezza questo TC Electronic “SCF+ Stereo Chorus” può quindi ben rappresentare il “chorus definitivo”, specie se intenderemo utilizzarlo in stereofonia; casomai imbracciando una Gibson 335 e pilotando una coppia di Fender Twin Reverb… alla conquista del mondo.
Pro:
-Costruzione professionale
-Alimentazione a rete
-Grande dinamica
-Rispetto del segnale in ingresso
Contra:
-Estrema “misura” di intervento
-Prezzo
INFORMAZIONI UTILI:
Produttore: TC Electronic
Paese di produzione: Danimarca
Modello: Stereo Chorus + Pitch Modulator & Flanger
Distributore: TC Electronic Italia
Prezzo: Eur 290 ca.
Tunnel FX – Missing over you
Giungono a fisica concretezza nel corso del 2008 i lavori di registrazione di Missing Over You, disco d’esordio dei Tunnel FX, che rappresenta la sintesi di un lungo percorso formativo e di autocoscienza, partito dall’emulazione e culminato nell’inedita creazione.
Weakness è il brano cui è affidata la responsabilità di aprire il disco e sin dal suo incipit dichiara senza alcuna remora i numi tutelari degli autori: è evidente il riferimento agli irlandesi U2, tanto nei suoni quanto nell’incedere di armonia e melodia. Lo sviluppo musicale è carico di un valore emotivo teso a rapire l’ascoltatore, in più il crescendo, ben costruito nell’intreccio tra voce e musica, appassiona senza esasperare alcun accento patetico.
Con Mistery, seconda traccia dell’album, l’accento motore della composizione cambia, diviene più tagliente e meno introspettivo; vi si percepisce un maggior compiacimento di natura eminentemente rock. La voce procede in maniera appassionante e parimenti accattivante risulta essere il riff iniziale che ritorna e connota il brano. Tuttavia l’armonia è senza particolari elementi di originalità. A reazione, rispetto a questo accento stagnante, si pone l’elemento di variazione incastonato nella sezione centrale.
Your Soul by my Side si apre con elementi di rumore affatto originali non particolarmente interessanti; per di più il primo intervento della chitarra ha un suono che sembra sintetico, quasi di plastica. La voce sa avvalersi dell’esperienza dei Planet Funk mentre l’impasto musicale non è estraneo alla tradizione dark anche di ispirazione più pesante. Interessantissimo ed indovinato l’ordito musicale proposto al minuto uno e ventiquattro: quanto alle chitarre, sia nell’intreccio delle acustiche che nell’intervento melodico dell’elettrica, si sentono i Genesis; un elemento pulito e netto cui fa da contraltare il basso, più moderno e vigoroso. Lo sviluppo del pezzo è ben più appassionante del suo incipit. Qualche incertezza nella seconda metà del pezzo circa l’affidabilità della voce; ottima l’atmosfera del finale creata dalle chitarre.
Si percepisce un’atmosfera luminosa e gioiosa nel cominciamento di Talking Back, quarto brano del disco che, nel suo costrutto di accordi e melodia non sa proporre che un risultato di medio interesse: troppo melodico per un disco di questo genere.
Di seguito il nostro ascolto viene allietato da Game Over, brano dalle atmosfere dilatate e di ampio respiro. La voce, quasi incoerente rispetto allo sfondo costruito dagli strumenti, pare muoversi al limite delle proprie possibilità. Si ascoltano gli U2, i Simple Minds, in specie nei suoni cristallini della chitarra; gli occasionali inserti digitali sono di certo indovinati ma un po’ banalizzanti. Il brano non ha una netta personalità e risulta leggermente stancante.
Troppo rarefatti e poco incisivi i suoni che compongo l’inizio di I’ve Seen Enough, pezzo numero sei dell’album, in cui si rileva ancora una volta il profondo legame con la band di Bono Vox. L’andamento, nonostante gli effetti suggestivi e molto indovinati, è troppo manchevole di originalità per risultare accattivante e, purtroppo, la variazione centrale, costruita con suoni digitali e riff chitarristici più cattivi, piuttosto che creare tensione provoca solo straniamento. Il brano non entusiasma.
Red Shoes, settima canzone del disco, ha un inizio che lascia presagire un’apertura di ampio respiro, carica di energia e volume; tuttavia l’evoluzione armonica conduce ad esiti inquietanti inattesi e sottolineati dai power chord della chitarra che diviene più aggressiva e tagliente rispetto al solito suono brillante e trasparente. L’incedere del pezzo, ricco di melodia e di carica ritmica, sa essere estenuante, nonostante il tutto sia molto ben suonato e concepito.
More Than I si apre dipingendoci dinnanzi agli occhi uno scenario di desolazione e gelo, come a descrivere il senso di smarrimento del singolo costretto ad affrontare i paradossi dell’esistenza. Purtroppo, e ribadisco purtroppo, ad un crescendo un po’ fino a se stesso fa seguito una sezione troppo legata agli U2. La connessione con la band irlandese, onnipresente ed innegabile in tutto l’album, conosce qui una certa esasperazione. Le atmosfere sono ben costruite e curate ma troppo poo originali.
Davvero indovinate le chitarre acustiche che sostengono l’inizio della nona canzone, In My Heart, e che, presenti lungo l’intero incedere della melodia, compartecipano ad un costrutto emotivo personale ed appassionato. La musica è senza dubbio centrale, ottimi i suoni ed il loro intrecciarsi; a convincere di meno è la voce, non entusiasmante quanto l’alto livello della parte strumentale.
Il decimo brano del disco, Sweeter, nel suo iniziale incedere ritmico, aggressivo, secco, è praticamente identico a quello che ascoltiamo nell’incipit di Am I Wry No (Mew, “Frangers”, 2003) ma meno incisivo. La voce è troppo presente rispetto alla musica che, come in tutto l’album, è sempre molto ben suonata. Il brano, melodico ed accattivante, ha tutti i connotati del singolo di successo.
Wait for the Sun, intenso undicesimo pezzo dell’album, sembra essere funzionale ad assorbire un certo rilassamento emotivo: perfetto per quel momento che fa seguito ad un episodio rilevante, ad un’esperienza intensa. Si tratta del costrutto musicale che accompagna l’individuo nel suo ritorno verso casa; che fa da cornice all’alba di un nuovo giorno, diverso rispetto al precedente soltanto quanto alla luce negli occhi di chi non dorme mai.
Simile a molti brani della tradizione musicale a cavallo fra gli ottanta ed i novanta è il cantato che apre la traccia numero dodici, Self Assured, cui fa da seguito uno squarcio musicale d’effetto che rammenta molto da vicino Any Other Name, brano del compositore americano di musiche per film T. Newman. L’andamento successivo del pezzo segna una certa stanchezza creativa del gruppo e ricalca senza dubbio la progressione che avevamo già conosciuto con Mistery (brano numero due del disco). La somiglianza con gli U2 diviene a volte fastidiosa ed alcuni effetti sonori sembrano usati a sproposito.
Originale ed interessante è l’incipit di Miss You brano che, col suo articolarsi pienamente calato nella realtà contemporanea, appiccicato ai tempi moderni di fusione culturale e cosmopolitismo (talvolta perverso nella sua approssimazione), dichiara tutto l’amore dei Tunnel FX per la musica ascoltata e suonata. Ottimo pezzo, bello da ascoltare ed assai piacevole anche perché meno trascinato degli altri suoi fratelli (talvolta troppo tirati per le lunghe).
Intenso ed introspettivo Funny Day, nelle atmosfere rarefatte e ghiacciate, perfettamente costruite da suoni al solito scelti con gusto e senso musicale ricercato, è brano assai connesso a quello che ci ha fatto ascoltare Matt Elliott in dischi come Drinking Songs. Un senso di profonda tristezza con cui si conclude il disco.
Questo album è stato senza dubbio concepito attraverso un grosso lavorio sui suoni, soprattutto nella sezione chitarre e sullo sviluppo dei singoli pezzi; si percepisce la consapevolezza d’uso delle fonti sonore e degli effetti. Tuttavia c’è un costante difetto di durata delle canzoni, spesso lunghe ed in più troppo ricche di momenti diversi che compromettono il carattere peculiare dei singoli pezzi, non più particolari ma simili tra loro.

LA SCHEDA:
Missing Over You
Tunnel FX
Etichetta: Primula Records
1. Weakness (4:28)
2. Mystery (4:53)
3. Your Soul By My Side (4:35)
4. Talking Back (3:37)
5. Game Over (5:19)
6. I’ve Seen Enough (5:18)
7. Red Shoes (4:18)
8. More Than I (5:15)
9. In My Heart (4:37)
10.Sweeter (4:27)
11. Wait for the Sun (4:14)
12. Self Assured (5:13)
13. Miss You (3:37)
14. Funny Day (6:31)
TL Audio M-3 – Mixer valvolare
Ci sono una serie di marche che si amano e altre meno. Fare un articolo ed essere obiettivi su quest’ultima categoria è molto difficile. Ultimamente ho progettato un piccolo studio di registrazione semi professionale e il cliente mi ha chiesto di affiancare alla sua scheda audio Fireface 800 della RME, 8 channel-strip di buona qualità, ma con dei preamplificatori che avessero un leggero colore per sopperire alla grandissima linearità dei preamplificatori e convertitori della RME. Il budget era molto basso, circa 3/4000 euro e, per quanto mi sforzassi, non trovavo nessuna soluzione, se non quella di comprare un banco analogico standard, tipo Mackie. Alla fine mi sono recato allo studio di un carissimo amico e ho potuto provare il mixer valvolare Tubetracker M-3 della TL Audio, che ricordiamo per le ben note serie Ivory e Blue.
Cuore valvolare
In ogni studio di registrazione, da quello professionale a quello project , il mixer (o consolle di mixaggio o banco) è il punto in cui tutto converge, il cuore di ogni attività. Qui arrivano i segnali dai microfoni o da generatori di suoni, vengono smistati verso le tracce del registratore, inviati a processori esterni per essere ripresi più belli e misteriosi ed infine miscelati ed amalgamati gli uni con gli altri fino a creare sonorità sempre più coinvolgenti e destinate ad un piccolo master che può essere fatto ascoltare all’esterno. Sicuramente per il tipo di versatilità (poca) e i soli otto canali a disposizione, non possiamo certo considerare il TL AUDIO M-3 il vero e proprio centro del nostro studio, a meno che non ci occupiamo di produzioni minimaliste tipo chitarra, voce e qualche colore percussivo. In tal caso questo mixer si colloca per bellezza e qualità nell’olimpo dell’audio mondiale, un vero e proprio gioiello. La febbre della valvola è contagiosa, non c’è che dire. Prima ancora dei grandi nomi dell’audio mondiale, ovvero le aziende piccoli costruttori erano già partiti con la produzione di numerosi apparecchi a valvole più o meno “vintage-oriented”. Certo, se è vero che la grande industria riesce ad offrire prodotti a prezzi impossibili per chi si avvale della stessa economia di scala (acquisto di materie prime in quantità enormi) è anche vero che a captare gli umori del mercato sono molto più bravi i “pesci” piccoli, più snelli e flessibili nell’impostare (o nello stravolgere) il proprio lavoro su scala artigianale. Se c’è qualche cosa che ben si presta alla produzione in aziende di dimensioni poco più che familiari, questa è la tecnologia valvolare; la valvola consente lo sviluppo di circuiterie tanto semplici quanto efficaci dal punto di vista sonoro e ciò spiega il perché del proliferare degli apparecchi a valvole nell’economia industriale. Questa premessa serve per inquadrare la produzione della casa britannica TL A., acronimo dietro al quale si cela TONY LARKING AUDIO, una vecchia conoscenza della comunità audio mondiale passata dalla pluridecennale attività di vendita e importazione a quella di produzione. Per chiudere il cerchio sulle valvole vintage e Tony Larking , uno dei primi prodotti della casa era un pre-eq. outboard costruito re-inscatolando moduli NEVE recuperati da vecchie consolle finite in pensione. Tutto quadra. Parlando delle valvole diciamo pure che ci sono diverse maniere per divertirsi con i tubi termoionici (Fig.1). Si possono progettare e costruire apparecchi “alla vecchia maniera” solo con valvole, condensatori e resistenze uniti assieme con filo di rame rigido sterlingato (ricordate i vecchi amplificatori per chitarra o per basso?) senza nemmeno un circuito stampato. Oppure è possibile costruire moderni apparecchi a circuiti integrati e infilare nel punto più appropriato uno stadio di guadagno a valvole ottimizzato per offrire sensazioni il meno valvolare possibile. Inoltre si può progettare in maniera ibrida qualcosa che sfrutta tutte e due le galassie per raggiungere un equilibrio fra vantaggi e svantaggi che penda più a favore della modernità, senza indulgervi troppo. Sono tutte strade possibili, ognuna con i propri punti di forza e debolezza. E il mixer M-3 dove sta? Nel mezzo, dove si adopera la valvola solo nel circuito di preamplificazione e sulle uscite master. Il TL Audio è stato pensato principalmente come otto strip-channel. Infatti, il suono che esce dalle “direct – out” dei canali compete per silenziosità e bontà sonora con i migliori “outboard” presenti sul mercato. In uno studio di registrazione professionale può diventare il cuore analogico della ripresa, collegandolo con un frustino agli otto ingessi A/D del registratore digitale o scheda di registrazione e può condizionare positivamente il segnale di qualsiasi sorgente sonora. In questo modo si da ai banchi digitali soltanto la responsabilità del mix-down, sfruttando così la grande capacità di gestione, automazione e memorizzazione dei freddi, ma comodissimi mixer digitali.
TL A. M-3 da vicino
La lamiera è spessa circa tre millimetri ed è vestita in superficie di uno manto di vernice blu, (Fig.2) dove spiccano meravigliosamente i vari segmenti, linee di confine, simboli e valori numerici di colore bianco. Sulla sezione del canale, scrutando dall’alto verso il basso si trovano: il controllo del “gain” con “range” da +16 a + 60 dB, il selettore per i segnali microfonici o quelli di linea (molto utile per gestire ed accettare in maniera pulita senza il minimo di distorsione in ingresso i vari segnali provenienti dai differenti strumenti elettronici ottimizzati in ingresso dal potenziometro rotativo dell’input gain sopra citato), lo switch per “phase revers” che serve ad invertire la fase del segnale d’ingresso facendola ruotare di 180 gradi (questa operazione è utile quando si opera con più di un microfono in fase di registrazione). Un trucco per verificare se esiste un errore di “fase” in una registrazione multimicrofonica è ascoltare il programma in mono. In questo modo se il livello master scende notevolmente ci sono seri problemi di fase.
Viceversa, se il segnale rimane simile a quello stereo o addirittura superiore significa che i segnali hanno una buona coerenza di fase fornendo così anche un’ottima mono compatibilità. In quest’epoca ricca di sofisticatissimi ascolti stereofonici e multicanali (surround), esiste purtroppo ancora una vasta diffusione monofonica presente in quasi tutte le reti televisive della nostra nazione per non parlare di quelli radiofonici. Il filtro passa alto (12 dB per ottava) a 90 Hz è l’ideale per rimuovere frequenze basse dannose dal segnale d’ingresso ed è utile per una corretta gestione dell’effetto prossimità dei microfoni direzionali e in particolare quelli a condensatore in fase di registrazione della voce. Il filtro diventa un autentico “anti rumble” (termine inglese onomatopeico) in tutte quelle riprese dove la sorgente da registrare tipo chitarra, violino e vari strumenti a fiato e percussivi esprimono il loro carattere timbrico ben al di sopra dei 90 Hz; ricordando che la totalità dei microfoni a condensatore e non, economici o costosi, possiedono al di là della loro linearità una completa risposta in frequenza. Il filtro è comunque “bypassabile”, per un’immediata comparazione, mediante lo “switch” per attivare o disattivare la sezione EQ. L’attivazione è monitorata da un piccolo led adiacente verde; anche in questo caso è utile la comparazione tra segnale equalizzato e quello flat .
Il Channel Strip
L’equalizzatore è formato da quattro bande dal basso verso l’alto dove sono collocati: il potenziometro rotativo che regola da + – 15 dB le basse frequenze shelving a 80Hz, un semiparametrico “peacking” sulle medio basse, un altro sulle medio alte e infine un filtro “shelving” sulle alte posizionato a 12 Khz (Fig.6). A che cosa è utile un EQ o, meglio dire, un filtro lascio alla vostra immaginazione, anche perché non ci sarebbe spazio a sufficienza in questa prova per parlarne, ma ci limiteremo semplicemente, per questa volta, a descriverne le caratteristiche timbriche. Ogni canale è anche equipaggiato con 2 “aux sends”. Il primo è selezionabile tramite “switch” in pre o post “channel”, mentre il secondo è fissato soltanto nella modalità post channel. La soluzione pre channel è preferibile quando bisogna gestire una linea di monitoraggio perché fornisce una completa indipendenza dei volumi. Può essere utilizzata anche in maniera creativa insieme ad un dsp. Esempio: abbassando il fader di canale e mantenendo aperta l’uscita aux in pre sullo stesso canale si ottiene soltanto il segnale processato che può essere utile in un particolare arrangiamento o come effetto speciale. Subito dopo l’aux send troviamo il controllo del pan, un potenziometro che ha il compito di posizionare nel panorama stereo la sorgente, ad un determinato punto, facoltativamente da un lato estremo all’altro. È chiaro che una corretta gestione di questa funzione insieme ad un giusto filtraggio e volume di un segnale, può contribuire notevolmente alla riuscita del missaggio finale, anche in un articolatissimo programma sonoro. Il Tubetracker ha il pulsante switch del mute con relativo led di colore rosso che si accende ogni qual volta il mute è attivo e un utilissimo switch per attivare la funzione PFL (“pre fade listen”). Anche in questo caso quando il tasto viene premuto si accende il relativo led rosso sul canale selezionato. La funzione può servire a monitorare l’ascolto in cuffia per verificare la presenza di un segnale anche a fader abbassato oppure a controllarne il livello in ingresso mediante i generosi metering analogici sulla sezione master. Il channel fader possiede un’escursione da 100 millimetri fornendo alla massima posizione +10 Db di gain. Forse sarà inutile dire che al di là del segnale d’ingresso e di come può essere trattato, la quantità di segnale da spedire allo stereo master è opera soltanto di quest’ultimo importantissimo componente.A completare la sezione del canale vi sono in prossimità dell’altezza massima del fader, precisamente sulla destra, due led, uno giallo e l’altro rosso, rispettivamente il “drive” e il “peack level”. Il led del drive si accende gradualmente ogni qual volta il livello d’ingresso si incrementa al di sopra di +6 dBu fino a +16 dBu fornendo al suono un carattere tipicamente valvolare arricchendo armonicamente e quindi riscaldando il segnale da inviare ai registratori digitali. Il led del “peak” si accende per avvisarci che il segnale sta per distorcere; comincia ad accendersi quando tocca la soglia di + 21 dBu. Se scegliamo di prelevare il segnale dalla “direct out” abbiamo a disposizione altri 5 dB di “headroom”. Completata la descrizione del canale, passiamo a quella della sezione master.
Sezione Master
La sezione master è formata da favolosi metering di forma circolare analogici a bobina in stile vintage (Fig.5). Essi possono monitorare: il segnale stereo in uscita, il “PFL” presente in varie sezioni del mixer (quando viene azionato) e il segnale dei “2 T return” quando selezionato sulla sezione monitor. Sotto i due “meter” vi è una coppia di “led peak” che operano sul segnale stereo e si accendono quando siamo alla soglia dei + 21 Dbu con una tolleranza di + 5 Db di headroom. Equidistanti fra questi due led c’è il “led power” che indica l’accensione del mixer. Subito sotto si trova un “metering digitale” più due controlli, uno che serve a selezionare il tipo di quantizzazione in bit e l’altro per scegliere la frequenza di campionamento. Ricordiamo che la scheda di conversione A/D è opzionale, ma la casa costruttrice ha voluto fornire al mixer l’hardware per la gestione e il controllo di questa conversione. La “phantom power” una volta azionata è attiva contemporaneamente su tutti e otto i canali, non essendoci un switch individuale su ogni canale. I master “aux sends” sono completi del pulsante per il controllo del pfl con relativo led. I due “ritorni aux” insieme al potenziometrodel balance sono sempre correlati dallo switch pfl e led. La sezione monitor è formata da due potenziometri rotativi, uno che gestisce il volume da indirizzare ad una coppia di monitor e l’altro il pfl “balance level”. Sempre nella sezione monitor ci sono, inoltre, lo switch “2 T return” utilissimo quando si vuole sentire il ritorno da uno stereo master, come un dat o un CD recorder, etc. Guardando verso destra scopriamo l’uscita per le cuffie; il segnale di quest’uscita viene gestito dai potenziometri della sezione master monitor. Infine, troviamo un singolo fader da 100 millimetri che controlla il volume d’uscita dello stereo mixer. Non possiamo certo con un solo fader decidere a valle dei segnali, le differenze di livello del canale destro e di quello sinistro dell’uscita master; però su un eventuale “fade in” o “fade out” si ottiene con il singolo fader un’accuratezza ed una precisione massima. Vi mostro con l’immagine il generoso pannello posteriore con i relativi connettori d’ingresso e d’uscita dei segnali, switches per la calibratura, etc (Fig.6).
TL A. sotto torchio
Dopo questa lunga descrizione passiamo dunque alla prova pratica di questo promettente mixer. Una volta collegata la PSU al banco ho inserito il cavo di alimentazione alla rete. Una bellissima luce ambra illumina i due meter della sezione master a forma di oblò. La prima prova è stata molto semplice da realizzare perché ho collegato le uscite di un discreto lettore CD agli ingressi linea dei primi due canali del mixer, selezionando l’apposito switch. Ho monitorato il segnale d’ ingresso con il “pfl” ottimizzandolo a “0” dB tramite il potenziometro rotativo input gain. Dopo ho estremizzato i controlli di pan a sinistra e a destra per un ascolto stereofonico standard. Ho posizionato il master verso i tre quarti della sua corsa e con i fader dei canali ancora abbassati ho controllato se c’erano problemi evidenti di diafonia. Assolutamente no, silenziosissimo. Sono passato all’ascolto di alcuni brani di Fabio Concato abbastanza vecchiotti come: “Guido piano”, “Rosalina” e “Sexy tango”. La qualità della registrazione su questo CD è davvero datata, appena sufficiente e non rimasterizzata. Devo dire però con piacevole sorpresa che il mixer è riuscito a fornire un audio generale gradevolissimo, fornendo una impressionante apertura stereo. Voglio precisare che per tutta la prova l’equalizzatore non è stato coinvolto. Eccezionale!
Voce maschile e femminile
Ho scomodato per questa prova un fantastico Neumann U87ai (Fig.7), un microfonoche non ha certo bisogno di presentazioni. Chiedendo al cantante di fornire varie pressioni dinamiche ho ottimizzato il guadagno d’ingresso facendo di tanto in tanto lampeggiare il led giallo del drive sopra spiegato.Per questa prova ho prelevato il segnale dalla “direct out “del canale direttamente dai convertitori AD della scheda audio RME Fireface 800. Sempre senza attivare l’equalizzatore, ho notato che lo stadio di preamplificazione è davvero silenzioso; si ascolta il suono e basta, con una buona headroom, restituendo fedeltà sia riguardante il carattere del microfono sempre caldo e sensibile, sia per il timbro della voce in generale. L’azione della valvola è davvero discreta, mai invadente, tutto quello che ci si può aspettare da un ottimo channel strip esistente in commercio. Ho sentito in questo caso il bisogno di azionare il filtro HP (passa alti) e di aprire di circa due dB le alte shelving, anche perché la cabina di ripresa non è di quelle molto riflettenti; l’U87 di per se è già caldo ed infine la voce maschile in questione si esprime nel range di un registro baritono, facendo un buon uso dei propri risonatori. Quello che conta in ogni caso è il risultato e grazie alle varie possibilità che offre questo mixer non ci vuole molto a raggiungerlo condizionandolo in positivo. Il brano che ha eseguito la cantante è in lingua inglese, come il manuale del nostro mixer. Facendo tutte le operazioni di “routing” per la taratura dei livelli, diciamo subito che anche in questo caso non c’è stato un minimo d’asprezza o sporcizia musicale: il segnale è stato sempre dettagliato, corposo e trasparente. In questo caso non è stato necessario intervenire con l’equalizzatore tranne che per il filtro “low cut”. Buona anche questa prova.
Chitarra acustica
Per questo tipo di ripresa ho utilizzato una tecnica bi-microfonica con due AKG 414 ULS, posizionati in maniera standard, uno a destra l’altro a sinistra dello strumento. Subito ho notato una meravigliosa apertura stereofonica senza zone d’ombra. Il suono della chitarra in generale è risultato ricco e dettagliato fornendo una buona velocità ai transienti in esecuzioni ritmiche e in arpeggi. Di conseguenza ho sentito l’esigenza di azionare non solo il filtro HP, ma anche la sezione EQ operando: -2 dB sulla sezione bassi shelving, -2 dB sulle medio basse intorno ai 400 Hz ed ancora -2dB sulle medio alte, intorno ai 2 HKz. La sensazione con questo banco è che c’è più bisogno di togliere, che di aggiungere. Mica male!
Basso elettrico in diretta:
Per questa prova mi sono servito di due tipi di bassi elettrici, uno con circuitazione passiva e l’altro con quella attiva. Quello passivo è stato giustamente collegato ad una D.I. box attiva, per interfacciarlo correttamente all’ingresso microfonico del canale, mentre quello attivo è stato collegato direttamente sull’ingresso linea del canale. In tutti e due i casi veniva fuori la differenza sostanziale tra questi due strumenti e per quello che riguarda l’ascolto è bastato soltanto alzare il fader di canale per raggiungere un risultato di livello professionale. Un’altra volta è stato meglio togliere che aggiungere, intervenendo con la sezione equalizzazione senza azionare però il filtro low cut.
Live Trio jazz
Per questo tipo di prova ho occupato quattro canali per la batteria, un canale per il contrabasso e due microfoni per il pianoforte a mezza coda. Non mi dilungo nella spiegazione sul tipo di regolazione impostate, anche perché tutto è in relazione al tipo di microfono utilizzato, allo strumento, allo strumentista ed infine, non meno importante, al luogo che ospita la performance. Sicuramente vi parlerò di quello che è successo. Il mixer ha fatto subito colpo su tutti i musicisti già a livello estetico. Ma passiamo ora alla cosa più importante: la prova. Diciamo subito che il mixer è riuscito a riprodurre un sound di altissimo livello senza nulla togliere alla bravura degli esecutori principali. Sulla batteria ha risposto in maniera morbida e veloce su tutta l’elevata gamma di pressione e di frequenze tipica di questo strumento. Dalla rotondità della cassa e la botta dei tom, alla coerenza di fase del rullante e la setosità dei piatti, ha mantenuto sempre un suono pulito con un ottimo headroom. Per quel che concerne il contrabasso ho ottenuto lo stesso positivo risultato, bassi morbidi e rotondi con i medio alti prodotti dalle corde sul manico veloce e definiti. È quasi d’obbligo descrivere il tipo di microfonatura utilizzata per il pianoforte, per il semplice fatto che è determinate ai fini dell’ascolto. Ho utilizzato due microfoni abbastanza diffusi a diaframma stretto in una configurazione X Y (stereofonia coincidente). Li ho inclinati a 45 gradi sulle corde posizionando l’asta al centro del pianoforte. In questa situazione l’obbiettivo è stato quello di catturare quanto più possibile il suono diretto cercando di limitare il “cross-talk” (infiltrazioni) prodotti dagli altri strumenti. Il suono in registrazione è stato quello che mi ero prefissato di raggiungere e ciò può spiegare la grande possibilità di gestione che questo mixer offre.
Utilizzo dei DSP
Un’altra prova che ho voluto realizzare è stata la gestione dei DSP con i controlli aux sends. Nel settaggio post ho collegato due processori, un Lexicon PCM 91 (Fig.8) e un TC M5000. Ho fatto partire delle tracce dry dal multipista digitale contenti voce, chitarra e quartetto d’archi. Ottimizzando il rapporto tra l’ingresso e i ritorni aux con le macchine Fx, ho notato una grande silenziosità. Sul Lexicon ho utilizzato il preset “Concert Hall” mentre sul TC un “Chorus”. Il riverbero è stato distribuito su tutta l’ensemble, mentre un poco di chorus è stato messo sulla chitarra e sul quartetto. La sensazione ricevuta è stata quella di trovarsi a cospetto di un ascolto importante dotato di grande classe e nobiltà e restituendo una veritiera tridimensionalità con delle code di riverbero d’ottima grana sonora. Non c’è che dire. Stupendo!
Conclusioni
Mi sarebbe piaciuto poter testare anche la qualità di conversione della scheda digitale opzionale digitale, ma purtroppo non è stato possibile. Ad ogni modo un paio di nei li ho riscontrati. Uno è l’assenza dei sub master con la relativa assegnazione dei canali, molto utili quando si vuole raggruppare, per esempio, più voci coriste, una piccola sezione d’archi oppure una batteria. Avrei gradito inserire sull’insert dei sub master due canali di buona compressione per uniformare le dinamiche troppo scollate. Il secondo neo è l’assenza del doppio fader nella sezione master L – R. È pur vero che nel caso di un singolo master fader si può avere più accuratezza sui fades, ma la cosa è comunque risolvibile facendosi aiutare da un’accoppiatore di faders, qualora ce ne fossero stati due. Penso che per un hardware così importante qualsiasi utente debba sempre avere la piena libertà di scelta e poter sfruttare tutte le possibilità offerte dalla strumentazione a disposizione, in particolare quando sono di livello professionale, a cominciare dal loro prezzo. Certamente questo è un mixer di ottima fattura e qualità e diciamo pure che il costo è proporzionato alla sua caratura. Sicuramente non è per tutte le tasche, però facendo due conti si può dire che, se per esigenze lavorative avessi bisogno di otto pre amp mic ed altrettanti equalizzatori della stessa qualità che questo mixer offre, quale sarebbe stata la mia spesa? Domanda retorica perché già conosco la risposta, cioè più del doppio. L’unico vantaggio di avere otto outboard separati sta proprio nel fatto che sono separati. Se oggi ho bisogno solo di due canali per una ripresa esterna porterò con me soltanto una o due unità senza altri ingombri. Ma quanto ci sarebbero costati otto outboard di questa qualità separati? Sicuramente più del doppio. Fate quindi le vostre valutazioni. Questo è un mixer non versatilissimo, pensato principalmente per collegarlo dalle direct out di canale direttamente alle tracce di qualsiasi multipista digitale, per diventare un “upgrade” in un qualsiasi studio, da affiancare alle consolle digitali o essere usato come una consolle di missaggio di piccole ma importanti produzioni completandolo magari con degli ottimi DSP e processori di dinamica non presenti fortunatamente nel banco. Un altro aspetto più che positivo è l’esperienza tattile con la sua componentistica. I fader e le manopole rotative vanno come il burro dotate di un meraviglioso frizionamento e offrendo sempre un’escursione generosa e uniforme su tutti i punti della corsa, senza avvertire, anche concentrandosi al massimo, differenze fra di essi. Mi sono dovuto ricredere su questo prodotto. La progettazione ibrida di questo strumento ha fatto si che il segnale in uscita fosse molto equilibrato e con una bella sonorità calda e omogenea, senza dare un carattere troppo predominante al suono, cosa che ne permetterà l’utilizzo per svariati tipi di produzione.
AER – Compact 60

AER COMPACT 60 – Amplificatore(!)
Non sono uno che si entusiasma facilmente per un amplificatore, e non avevo mai pensato di investire troppo nell’acquisto di un ampli compatto. Negli anni però, suonando strumenti che vanno dalla chitarra al piano elettrico alla voce al Theremin, la ricerca dell’amplificatore perfetto è sempre stata una vana chimera. Soprattutto il Theremin mi ha dato filo da torcere, il suono non era mai quello che cercavo, qualsiasi colorazione sonora mi disturbava. Ho provato ottimi ampli per la chitarra, ma poi magari ci attacchi un microfono e quel piccolo fruscio di fondo ti fa disperare. Gli ampli per la tastiera non vanno bene per altre cose, trovare una soluzione poco ingombrante e valida per chitarra e voce – magari con un effetto – è impossibile… insomma è stato un continuo desiderare altro. Un giorno ho casualmente provato un Aer Compact 60 (Fig.1), costruzione tedesca. Wow! Caro, anzi carissimo quando l’ho visto! Ma era (ed è) fantastico, non ho resistito, ho capito che forse avrei fatto meglio a cercare l’ampli giusto anni prima, quando nella rincorsa dello strumento migliore avevo tralasciato una parte molto importante del suono. Oltre 800,00 euro per un 60W compatto che pesa 8kg, non avrei mai pensato di poter spendere tanto per un ampli così piccolo, eppure ce l’ho qui, acceso e neanche me ne accorgo (nessun fruscio praticamente). Per me è l’ideale: eccezionale per la chitarra acustica (e anche la classica suona bene), buono per la voce – che fa la sua figura – con tanto di ingresso bilanciato, alimentazione phantom e qualche effetto di qualità. Ci suono di tutto, dal piano al Theremin all’ipod… per strumenti che richiedono pulizia è davvero ideale. Gli effetti integrati non sono molti, essenziali direi, ma sufficienti (4 in tutto). Si possono applicare ad entrambi i canali insieme o separatamente (con volume di return). Direi che è l’amplificatore acustico “neutrale” migliore che ho provato, non aggiunge né toglie niente al suono ma lo fa arrivare intatto all’orecchio dell’ascoltatore e credo che questo sia il maggior pregio. Comodissima l’uscita cuffia e l’uscita tuner (Fig.2). Con la D.I. posso usare l’ampli come monitor e arrivare in un impianto. Insomma un prodotto più che completo. Ad onor di cronaca esiste in commercio anche un modello compact Classic, con un’equalizzazione rivolta più agli strumenti classici e la possibilità di elevare i bassi senza innescare il feedback. Il Classic è fisicamente quasi identico al Compact ma presenta un numero maggiore di uscite sul retro (Fig.3) con la divisione dei 2 canali anche in out e la possibilità di settare i volumi di uscita delle singole uscite. Ho fatto un test anche di questo modello riscontrando la stessa eccezionalità di suono ma alla fine ha prevalso il rapporto qualità/prezzo e ho scelto il Compact 60. chorus with reverb, e flanger – filtro color e hi-low su entrambi i canali La costruzione del “case” è solida, ben rifinita e senza spigoli. Superiormente il “case” ha un incavo a maniglia che permette un semplice trasporto.

INFORMAZIONI UTILI:
Produttore: Aer Audio Electric Research
Distribuzione: www.backline.it
Prezzo: Circa 800 euro
East West – Quantum Leap: Ministry of Rock
Ci sono software che, appena si utilizzano, hanno un impatto a dir poco “magico” per il musicista, altri invece necessitano di una certa frequentazione prima che scocchi il colpo di fulmine. In quest’articolo ci occuperemo del secondo caso e per farlo mi sono rivolto a due bravi musicisti/compositori di estrazione musicale diversa, ma entrambi con un’anima rock: Alessando Pescetelli e Luca Thomas d’Agiout, insieme ai quali vi presento uno degli ultimi nati di casa East West: Ministry of Rock (d’ora in avanti, semplicemente MoR).
Ministry of Rock – MoR è, tra le quattro librerie di “esordio” del nuovo player della East West denominato “Play” (Fig. 1), quella dedicata a suoni di carattere rock ed in qualche modo prosegue la tradizione della casa che già ha visto titoli illustri dedicati al genere come Hardcore Bass. Prodotta dal guru dei plug-in strumentali Nick Phoenix con la collaborazione di Rhys Moody, Pierre Martin e Ashif “Kingidiot” Hakik, copre le tre sezioni elettive del genere rock moderno, vale a dire chitarra, batteria e basso elettrico, sfruttando bene le potenzialità offerte dal nuovo Play con round robin, selettore di canale e keyswitching.
Installazione su 3 sistemi operativi:
L’operazione da DVD è relativamente semplice se si seguono le indicazioni alla lettera, specialmente se consideriamo la presenza della chiave hardware iLok. La libreria occupa all’incirca 20 gigabytes su disco. Come sempre, è vivamente consigliabile l’utilizzo di un hard disk secondario, da 7200 RPM e possibilmente di grande capacità, al fine di ottimizzare le risorse del sistema ed avere uno spazio dedicato esclusivamente alle ingombranti librerie di campioni. L’installazione della libreria è stata effettuata su un disco esterno da 320 Gb, collegato alla porta firewire della DAW basata su CPU Intel Core2 Duo a 2.6 GHz e 4 Gb di RAM. Nonostante io utilizzi con soddisfazione Windows XP ottimizzato per Digital Audio Workstations (anche se ritengo che parlare di soddisfazione in ambiente Microsoft sia un po’ eccessivo), ho pensato, insieme ai miei amici, che fosse interessante ed utile effettuare il test di MoR anche su di una DAW con il nuovo sistema operativo Vista e su Linux. La Workstation con Vista e Linux ha le stesse identiche caratteristiche dell’altra con XP. Il procedimento di installazione della libreria sotto Vista è andato via liscio senza alcun problema, ad un certo punto mi è stato chiesto di disabilitare il controllo sull’account (il famoso UAC, la nuova funzionalità di protezione di Vista) per poter continuare l’installazione. Vorrei segnalare, ad onore del vero, che tale funzionalità è presente in Linux da tempo immemorabile e lì funziona veramente bene.
Tips: riguardo il processo di installazione, mettete in conto di dover riavviare la DAW dopo aver disabilitato l’UAC. Ad installazione terminata, vi sarà chiesto di autorizzare il prodotto tramite la chiave hardware iLock; se state utilizzando Vista o Linux, ovviamente ricordate di scaricare i drivers aggiornati.
“Play”: il nuovo motore.
Abbandonata la collaborazione con Native Instruments, per ragioni non specificate (probabilmente un mix di motivazioni tecniche ed economiche), la East West nelle figure dei due patron Doug Rogers e Nick Phoenix (Fig. 2) ha avviato, alcuni mesi or sono, la progettazione e realizzazione di un proprio player di campioni. Il risultato è Play, VSTi dalle caratteristiche interessanti sulla carta ma che non è stato esente da problemi, specialmente nel suo primo anno di vita. Aspetto che anche a noi non ha concesso di essere tempestivi, come volevamo, nel presentare un corretto test del prodotto. Le caratteristiche più interessanti del nuovo software sono, oltre alla possibilità di round robin e di keyswitch (oramai presenti nella maggior parte dei prodotti in commercio), un interessante, anche se molto avido di risorse, riverbero ad impulsi (alcuni dei quali basati sul famoso Cello Studio recentemente acquistato dalla East West), un sistema di modulazione (per la generazione di chorus/flanger) ed un filtro sottrattivo. Forse l’aspetto più interessante del nuovo sistema è la possibilità di attivare o no qualsiasi parte della patch caricata, al fine di ridurre l’utilizzo di memoria. Ad esempio, è possibile evitare di caricare in Ram, nel caso di un kit di batteria, quei pezzi che non saranno usati nel brano che state registrando, oppure di utilizzare un completo kit di basso con “keyswitch”, ma evitando di caricare i campioni per quei key non usati. Dato l’ingente consumo di memoria di campioni corposi come quelli di MoR, quest’ultima funzione è un vero e proprio toccasana per i computer non proprio superdotati. Naturalmente, essendo un player, non è possibile caricare file audio esterni e neppure importarne. Finalmente, dopo un primo periodo di rodaggio, possiamo affermare che Play, grazie all’ultimo aggiornamento (sia per OS Microsoft a 32 e 64 bit, che per Mac OS X) rilasciato il 28 febbraio, è stabile sia in ambiente Mac che Windows (XP e Vista).
Ultim’ora: il 2 aprile scorso è stato rilasciato un altro aggiornamento del sistema Play alla versione 1.0.0.56. Tra gli aspetti più rilevanti troviamo il supporto al formato RTAS di Pro Tools. Per ulteriori info vai a questo link (http://www.soundsonline.com/updates.php).
Sezione Batterie:
Le batterie per i conoscitori delle produzioni di Nick Phoenix, le batterie sono praticamente una garanzia. MoR porta con sé un bagaglio di quattro kit: Ayotte (Fig.3), Black, Ludwig ed Octaplus. Il numero limitato di kit, soprattutto se comparato con quelli presenti in Colossus, libreria meno specializzata di MoR, non deve però ingannare. Il numero e la varietà di generi coperti da questi kits è sufficiente per la maggior parte delle aspettative e l’assortimento è pensato bene, con una strizzata d’occhio al modern rock, new punk e l’inevitabile nu metal. Il suono è davvero attuale, bilanciato ottimamente e pronto all’uso. Sono presenti round robin praticamente per tutti i suoni. Grazie al sistema di gestione dei singoli layers di Play è possibile attivare o disattivare determinati componenti del kit, ad esempio per risparmiare memoria, oppure modificare il singolo volume senza problemi, laddove il mix offerto di default non dovesse risultare utile. Il numero di cymbals ed articolazioni aggiuntive cambia secondo il kit, ma in media sono presenti una cassa, due rullanti ed un ghost/flame, un sidestick, quattro tom e tre cymbals, tra crash, splash e china. In alcuni kit, come il Black, sono presenti anche dei flame per i tom. Il nostro kit favorito è stato proprio Black, per il fatto che offre una sonorità un po’ meno battuta in altre librerie. Un’altra interessante possibilità che vale la pena menzionare è quella di creare kit “ibridi” utilizzando componenti singoli dei già citati kits. Con il gestore di “layers” è davvero semplice, basta attivare/disattivare un rullante al posto di un altro ed il gioco è fatto.
Sezione Bassi:
I Bassi Due Fender, cinque corde e P-Bass, Kubiki (Fig.4), Musicman e Specter (Fig.5) sono i cinque bassi in dotazione alla libreria. Ancora una volta, in piena tradizione Hardcore Bass, il suono è attuale e pieno e la “botta” sulle basse frequenze è assicurata. Tutti i bassi, ad eccezione del Musicman , sono offerti in Keyswitch e le articolazioni sono generalmente un paio di sustain (pick round robin e fingered), quindi staccati, slides ed effetti, secondo il basso caricato. Oltre alla versione keyswitched è offerta anche solo l’articolazione sustain principale sotto la voce “elements”. Il round robin è presente, ed anche in questo caso è possibile disattivarlo e scaricarlo dalla memoria. Una caratteristica di sicura importanza è la presenza, per quattro dei cinque bassi presenti, di una registrazione stereo, che ha utilizzato due differenti rigs per canale, Ampeg SVT e Ashdown. Con il selettore di canale del player, quindi, è possibile scegliere anche il “rig” che meglio suona per il brano, con una buona iniezione di flessibilità.
Le chitarre:
In una libreria del genere non potevano mancare tonnellate di chitarre, suonate e registrate in tutti i modi: riffs, licks, frasi intere, in configurazioni a doppio ampli, effettate, distorte e pulite. Le chitarre sono quelle che ti aspetti dai Masters of Rock: Fender Telecaster, Fender Stratocaster (Fig.6), Gibson Les Paul (Fig.7), Ibanez Universe 7 (Fig.8), PRS guitars, registrate attraverso ampli Marshall, Fender, Bogner, Vox & Budda (Fig.9). Anche se qui troviamo tutti i più classici modelli di chitarre utilizzate nel Rock, sarei stato molto felice se fosse stata inclusa una mia passione di sempre: la Fender Mustang (Fig.10), una chitarra che ha dato molto spesso la sua voce nel rock (vi dice niente Cobain dei Nirvana?), incluso il punk, la new wave, il grunge e molti altri generi dagli anni 80 in poi. Le chitarre sono state registrate con grande maestria e si collocano nei mix in modo equilibrato, senza dover ricorrere a stratagemmi sulla dinamica: questo vuol dire che il materiale è buono già di partenza. La “suonabilità” è buona, anche grazie ai “keyswitch”, tuttavia non possiamo fare a meno di notare come il round robin non sia così presente come vorremmo, a volte creando un po’ di effetto “fake”. Si nota, in particolare, sugli accordi della Gibson acustica, che se suonati ad una certa velocità non suonano particolarmente realistici. Molto divertenti le registrazioni (spesso mono, ma non fatevi ingannare) della Strat in configurazioni particolari per il punk, lo ska ed altri generi musicali non molto battuti dalle altre librerie in commercio. Volendo tirare un parallelo con uno dei nostri prodotti favoriti, la Real Strat di Musiclab (Fig.11), si potrebbe dire che non c’è storia sul fronte del timbro, nettamente a favore di MoR, ma probabilmente l’usabilità del virtual instrument russo è decisamente maggiore, quando si parla di ritmica. L’integrazione di più “round robins” e magari di un player per le ritmiche potrebbero essere spunti per futuri aggiornamenti.
Sezione Effetti:
La sezione “effetti in tempo reale” è comoda e suona bene, anche se, come per Fab Four, lo splendido riverbero a convoluzione obbliga la CPU ad un superlavoro: ciò può risultare sopportabile da una macchina Dual Core (la quale ha di fatto una doppia CPU), ma diventa imbarazzante con processori Pentium IV o Pentium M. Ci piace cogliere l’occasione, inoltre, per segnalare qui brevemente alcuni multi processori/simulatori di ampli che vale la pena provare abbinati alle chitarre e ai bassi di MoR. Il primo è sicuramente il Guitar Rig di Native Instruments, un classico oramai, una sorta di studio virtuale dove provare infinite combinazioni di effetti, preamplificatori, finali e quant’altro. Altri prodotti di tutto interesse, dal nostro punto di vista, sono il Revalver MKII di Alien Connection, particolarmente apprezzato dalla comunità di chitarristi per i suoi toni di distorsione ed il Flying Haggis di Db Audioware, singolare pre/ampi con pedaliera multi effetto virtuale dal suono molto grezzo ed efficace, in particolare per sonorità blues. Per ultimo vale la pena di citare un sorprendente freeware (solo PC), Freeamp 3 , davvero fornito di tutti i comfort e che vi consigliamo di provare assolutamente. MoR è in grado di dare il meglio di sé con i kits di batterie, nel campionamento dei quali la Quantum Leap eccelle da tempi non sospetti. Oltre all’ottima qualità dei campionamenti, quel che impressiona è l’enorme scelta. Anche per quanto riguarda le chitarre ci troviamo di fronte ad una disponibilità timbrica imponente e soprattutto estremamente differenziata; infatti, le varie combinazioni tra chitarre ed amplificatori, passando per il potente processore effetti, ci permette di ottenere ogni tipologia di sound chitarristico, sia “clean” che distorto. Tutto ciò è reso più semplice dal fatto che nella libreria sono presenti chitarre che hanno fatto la storia del Rock, le quali hanno tutte una “voce” caratteristica. Infatti, chi confonderebbe una Strato con una Les Paul od una Universe? L’interfaccia utente è ben fatta e finalmente stabile, grazie agli ultimi aggiornamenti software di PLAY. Ottima la scelta della casa di rivolgersi anche agli utenti Linux, sperando che altre società si affianchino a questa nuova realtà che sta prendendo sempre più piede. Partendo dal concetto che nel Rock convergono una miriade di generi musicali, a volte anche piuttosto diversi l’uno dall’altro, come ad esempio il Punk, la New Wave, il Dark ed il Progressive, tra i campionamenti si sente la mancanza di strumenti meno tipici: perché non inserire una Mustang o una Jaguar tra le chitarre, uno Stick tra i bassi e magari un kit elettroacustico tra le batterie? L’ottimo riverbero a convoluzione richiede troppe risorse in termini di CPU e si rischia di non poterlo utilizzare a meno che non si disponga di una DAW Hi-End. Nonostante i vari aggiornamenti messi a disposizione della East West si riscontrano ancora alcuni problemi, specialmente in Sonar, dove alcuni crash sono ancora presenti. In generale, comunque, il prodotto ha acquisito, nel corso del tempo, molta affidabilità e promette bene per il futuro. Siamo in contatto diretto con il produttore e ci è stato comunicato che presto il bug sarà definitivamente risolto. Speriamo inoltre in una versione aggiornata che funzioni sotto Leopard. Come accennato ad inizio articolo, MoR richiede un minimo di conoscenza per coglierne al meglio gli aspetti e gli utilizzi migliori per diversi generi musicali. In questo senso, ecco un paio di consigli per sperimentare un po’ il prodotto. Il primo è quello di non fermarsi assolutamente alle configurazioni di effetto di default. Un esempio per tutti è dato dalla Telecaster Clean che è fornita con un riverbero ed una sezione di chorus/modulazione davvero “molto” carica. Se spegnete entrambe avrete il classico timbro tagliente della Tele da passare in un simulatore di ampli come Guitar Rig o similari. La stessa prova consigliamo di farla con tutte le patch: provate a spegnere tutti gli effetti/filtri e cominciate da zero. Il secondo consiglio riguarda l’uso del selettore di canale (al centro in alto nell’interfaccia). Tramite il menu avrete la possibilità di conoscere le diverse modalità con cui un certo suono è stato registrato, utilizzando il canale stereo oppure uno dei due canali mono. Questo, ad esempio, è molto interessante quando applicato alle chitarre distorte come la Ibanez, in quanto i due canali offrono sia il segnale distorto che quello clean. Sarà possibile, pertanto, provare sia il set di distorsione offerto dalla East West in fase di registrazione, sia un eventuale multi effetto software che avete a disposizione.











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