Una nuova avanguardia – Micromusic e dintorni

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L’idea di questo articolo è nata in un fine settimana quando sono andato a trovare l’amico Antonio Campeglia in studio alle prese, insieme ad amici, con un sistema modulare. Chi conosce Antonio di persona confermerà la sua innata curiosità e la propensione per il confronto cercando sempre di attingere da pareri differenti dai suoi. Quel giorno il discorso è andato a finire sull’autocostruzione di sintetizzatori e, da lì, abbiamo divagato spingendoci verso un mondo che pian piano sta venendo alla luce. Una nuova avanguardia che, spesso e volentieri, unisce la sperimentazione elettronica (sotto forma di fai da te o di circuit bending) a quella musicale. E’ proprio di questa nuova avanguardia che vi vorrei parlare cercando di esplorare la cultura su cui posa le fondamenta e come si evolve ai giorni nostri dove i nuovi mezzi di comunicazione di massa permettono una diffusione capillare del “Verbo” micromusicale. Siete pronti per l’avventura? Seguiteci…

Hacker Culture:

Prima di addentrarci nel mondo della micromusic e del circuit bending vorrei spendere due righe per descrivervi quelli che, secondo me, sono stati (e sono tutt’ora) i presupposti che hanno portato alla nascita di questo nuovo filone. La storia ci insegna che ad ogni periodo di stasi e decadimento socioculturale corrisponde un nuovo filone artistico che cerca di rompere le barriere imposte dal contesto storico in cui ci si trova. Noi, purtroppo, viviamo in un momento storico dove il voyeurismo mediatico  ed un impoverimento culturale, nonostante la conoscenza oggi sia alla portata di tutti, sono gli elementi predominanti che scandiscono le nostre giornate. Simili circostanze portarono, nel passato, alla nascita di nuovi fenomeni culturali e musicali. Potrei citarvi il punk, la pop-art (fig.1), il cyberpunk sino ad arrivare alla cultura hacker degli anni ’80. 1Non voglio dilungarmi oltre sull’etimologia della parola “hacker” e su tutte le discussioni in merito, col rischio di annoiarvi. Ciò che è necessario sapere, utile per introdurvi nell’argomento successivo, è che i pilastri fondamentali dell’hacker sono la curiosità e l’impegno a superare creativamente i limiti. La chiave è sperimentare, cercando di andare sempre oltre. Un altro segno predominante è l’aspetto ludico di tutto ciò. Quanti di noi, per gioco e per curiosità, da piccoli non hanno smontato un giocattolo, un telecomando, un qualsiasi oggettino per vedere com’è fatto dentro? E’ questo lo spirito che ha contraddistinto tutti gli innovatori ed i pionieri ed è il medesimo spirito che ritroviamo sia nel circuit bending che nella micromusic.

Circuit Bending:

Con il  termine “Circuit Bending” si definisce un’arte elettronica che implementa un uso creativo dei corto circuiti per modificare il segnale audio predefinito di strumenti elettronici a basso voltaggio come pedalini per chitarra, giocattoli per bambini e piccoli sintetizzatori in modo da creare nuovi strumenti musicali e nuove timbriche sonore. Nonostante sperimentazioni di questo genere siano state usate da altri musicisti e tecnici, questo metodo di creazione sonora è comunemente associata al pioniere Reed Ghazala (fig.2) che negli anni ’60 iniziò ad esplorare quest’arte nata dal caso.

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Lo stesso Ghazala racconta come un giorno, nel ’66, una sua radiolina a batteria andò casualmente in corto circuito nel suo cassetto generando dei rumori. Come la fatidica mela newtoniana questo fu l’inizio di un processo creativo che, oggi, tocca i 40 anni. Tra gli oggetti divenuti più famosi, come prede per i benders, spiccano lo “Speak & Spell” (in Italia conosciuto come Grillo Parlante), usato anche dai Kraftwerk, le vecchie tastierine Casio così come piccoli giocattoli sonori che potreste trovare da un qualsiasi ambulante. Ghazala è anche autore di un libro intitolato “Circuit Bending, Make Your Own Alien Instrument” (fig.3) considerato la Bibbia dei “benders”. In questo testo sono spiegati tutti i procedimenti adottati da Ghazala nei suoi esperimenti. 3C’è da dire, comunque, che avvicinarsi a quest’arte non richiede espressamente una conoscenza approfondita dell’elettronica in quanto la spontaneità e la casualità sono le chiavi per ottenere dei risultati interessanti. Quello che serve è un oggetto da sacrificare alimentato a batterie (evitare oggetti alimentati da trasformatori o qualsiasi altro dispositivo che non funzioni a batterie) ed un semplice cavetto. Aprite l’oggetto e provate a mettere in corto circuito il segnale posando le estremità dei cavi in punti diversi. Con l’accortezza di evitare le aree d’alimentazione ed i grossi condensatori, tutto il resto è territorio di guerra per i nostri cavi ed i circuiti integrati divengono meta prediletta (Fig.4). Non mi dilungherò ancora sulle varie tecniche, ma vi basti sapere che il contatto diretto tramite cavo è solo l’inizio e ci sono tanti modi per modificare le timbriche di uno strumento. Ovviamente non è tutto rosa e fiori così come può sembrare. Trovare i punti giusti può richiedere molto tempo ed alcuni “bends” possono essere estenuanti nonché rischiosi per l’apparecchiatura che si vuole modificare. Le sonorità ottenibili possono essere molto interessanti, soprattutto per quanto riguarda le batterie elettroniche che divengono ruvide e distorte. Risultati simili, a scapito dell’imprevedibilità e di un certo colore, si possono ottenere con moderni plugin di “bit crushing” e “sample reduction”. Vecchi giocattoli, quindi, così come strumentazione oggi obsoleta risorge dalle proprie ceneri pronta ad essere utilizzata per le composizioni tipiche del genere musicale che stiamo esplorando. E’ questo connubio che rende ancora più interessante la galassia micromusicale.

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Micromusic:

Difficile descrivere cosa sia la Micromusic, tra quello che è stato in passato (chiptunes) e quello che è divenuto oggi. Probabilmente ciò che vi appresterete a leggere sarà oggetto di critiche, ma proverò comunque a tracciare un piccolo percorso che possa illuminarvi su questa splendida avanguardia dal gusto retrò. Iniziamo col dire che per Micromusic, in senso stretto, si intende la musica creata su computer/console usualmente ad 8bit o minori. Conosciuti anche come “chiptunes”, queste composizioni ebbero il loro massimo splendore tra la metà degli anni ’80 fino ai primi anni ’90. Chi di voi non ricorda le splendide musichine in sottofondo ai giochi dell’epoca? PacMan, Super Mario (fig.5) e quant’altri hanno fatto storia come giochi ed i temi musicali che li accompagnano sono rimasti impressi in maniera indelebile, tant’è che ancora oggi ci sono appassionati che addirittura rieseguono queste composizioni su pianoforte o in chiave moderna.5 Ma lo stato dell’arte nei chiptunes è stato raggiunto durante l’esplosione della “demoscene”, un movimento underground dove questi appassionati creavano mirabolanti sequenze grafiche e musicali in files di dimensioni quanto più ridotte possibile utilizzate, sovente, come titoli d’apertura per videogames crackati. L’enorme talento e lo smisurato ego che, spesso e volentieri, spiccava tra gli autori di queste opere fecero sì che la qualità dei demo si evolvesse talmente tanto da risultare, in alcuni casi, addirittura più raffinati del gioco piratato stesso. Sebbene le primissime console in commercio producessero solo degli spauriti “beep”, col passare degli anni le tecnologie sono andate sempre più raffinandosi ed i produttori elettronici iniziarono ad immettere sul mercato dei chip dedicati alla generazione del suono, conosciuti anche come “Programmable Sound Generators”. Questi processori trovarono caldo alloggio negli arcade da bar così come in console e primi home computers. Tra i processori più famigerati spicca il MOS Technology SID, montato sui Commodore 64 (fig.6) e divenuto, oggi, fenomeno di culto tra gli appassionati di retrocomputing musicale. Questo processore è un autentico mini sintetizzatore che comprende, tra l’altro, un filtro multimodo che include delle circuitazioni analogiche le cui caratteristiche sono oggi inimitabili. Spostandoci verso un passato più recente diviene impossibile non citare il GameBoy divenuto, nelle mani dei micromusicisti, una sorta di odierno MiniMoog simbolicamente parlando.6 I compositori elettronici dell’epoca ed i seguaci della demoscene si ritrovavano, quindi, ad affrontare la sfida dei limiti computazionali imposti cercando di tirar fuori il meglio da processori che utilizzavano al massimo 8bit. Con l’avvento, successivamente, delle prime macchine a 16bit quali Amiga ed Atari ST la demoscene toccò lo stato dell’arte senza abbandonare la filosofia di utilizzare il minor spazio possibile per le proprie opere complete (audio, animazioni e testi) quantificabile nell’ordine dei 64KB, per le macchine più “moderne” e performanti. Ma cosa caratterizza i chiptunes? Generalmente queste musiche sono composte utilizzando delle forme d’onda basilari (sine, square, triangle) (fig.7), alcune percussioni semplicissime e del rumore bianco processati da un generatore d’inviluppo. Le caratteristiche più evidenti di un “classico chiptune” sono l’uso predominante di onde quadre suonate in arpeggi velocissimi, di tre o quattro note, in modo da emulare degli accordi in un solo canale atti ad aggirare le già citate limitazioni di quei processori e suoni di batteria molto basilari dove spicca il rullante generato tramite la modulazione di rumore bianco. Questi tratti somatici e la demoscene hanno creato il terreno fertile per la moderna avanguardia della micromusic, dove il passato diviene fonte d’ispirazione ed i limiti nuovamente valicati in cerca di nuove sonorità. Come tutte le avanguardie, anche la micromusic diviene difficile da inquadrare. Da quanto ho potuto constatare non si limita esclusivamente alla musica. Non è solo una questione di prendere dei suoni a bassa fedeltà e stendere delle composizioni. C’è un “background” che và ben oltre questo e lo rende un piccolo universo a parte. Ciò non vuol dire ghettizzarsi, anzi, ma abbandonare completamente gli schemi canonici a cui un musicista è di solito abituato ed abbracciare una filosofia spesso focalizzata più sulla spontaneità che sullo studio di tecniche di composizione ed esecutive. Non pensiate, però, che questo voglia dire banalità. Tutt’altro. Come già accennatovi, esiste un filo conduttore che collega il “circuit bending” alla micromusic e molto spesso i micromusicisti sono anche degli ottimi “benders”. La possibilità di poter modificare dei “giocattolini” per trarne materiale utile alle proprie stesure diventa vantaggiosissimo considerato il costo irrisorio di questi strumenti e senza trascurare il divertimento nel plasmare un oggetto a proprio piacimento.

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La scena odierna:

Difficile stabilire una “timeline” precisa da cui evidenziare come la scena si sia evoluta dai tempi dei demo alla situazione attuale. Una cosa, però, è certa: il cosiddetto “8bit” è sulla bocca di molti. Questo ha i suoi lati positivi come negativi, considerando che ad una maggiore popolarità coincide proporzionalmente un maggiore “pericolo” che il genere possa divenire “commerciale” e scontato. Anche se una maggiore visibilità è sempre ben accetta, c’è una parte di micromusicisti che pare essere sensibilmente preoccupata dalle conseguenze di tutto ciò. 8Timori non infondati, considerando l’accesa discussione scaturita dalle dichiarazioni di Malcom McLaren (ex Sex Pistols) rilasciate alla rivista Wired, al quotidiano “The Observer” ed all’emittente “Eschaton TV” riguardo la chipmusic. Micromusic.net, storico portale di riferimento per i micromusicisti, ha pubblicato una lettera aperta indirizzata a McLaren chiedendo chiarimenti riguardo le sue esternazioni a proposito della “sua scoperta della micromusic” ed altre frasi ritenute inesatte ed un mero tentativo di creare un trend su di un filone esistente da molti anni prima. Dulcis in fundo, MTV ha anch’esso fiutato il trend ed infatti non è inusuale scorgere dei riferimenti al mondo dell’8bit, con grafica minimale, reminiscenze pixelate e quant’altro. Personalmente non mi sento di biasimare in toto chi si preoccupa e, soprattutto, chi è dentro questa cultura da molti anni. Ridurre la micromusic, i chiptunes, ad un paio di grafiche pixelate e suoni minimali sarebbe come affermare SERIAMENTE che la nostra storia e cultura italiana si possa rappresentare con “pizza, spaghetti e mandolino”. Fortunatamente queste discussioni non impediscono che tanta buona musica venga prodotta da questi mirabolanti artisti. Se volete rifarvi le orecchie, sintonizzatevi su www.micromusic.net e ciccate sulla radio online (fig.8). Potrebbe essere una piacevole sorpresa l’ascolto di questi brani dal sapore sobrio e spesso, almeno per me, ritmicamente coinvolgenti. Siete interessati e ne volete ancora? Ottimo! La prossima tappa è di sicuro Myspace, dove vi basterà trovare un paio di profili giusti per poter, di conseguenza, andare da micromusicista a micromusicista semplicemente spulciando le “friends list”. In Italia, poi, la scena sembra divenire sempre più prolifera di promettenti artisti quali, solo per citarne alcuni: pC=na, Le Lamette, Postal M@rket, dr bit, circo bazooko, tonylight, i micropupazzo, cobol pongide. Una grande famiglia che continua ad allargarsi, di musicisti pieni di idee e che sanno produrre ottima musica relativamente con poco.

Conclusioni:

Non c’è che dire che, nell’era dove i produttori hardware fanno a gara nel pubblicare prodotti che abbiano sample rates sempre più elevati assieme a caratteristiche tecniche da far impallidire la “Morte Nera” di George Lucas, trovare della musica elettronica che riesce ad essere controtendenza non per “imposizione” ma proprio per la sua natura intrinseca è a dir poco piacevole. Chi di noi non sente un gran sollievo quando, non appena può, riesce a staccarsi dal caos quotidiano per rilassarsi in delle piccole oasi di pace? Personalmente tiro un respiro di sollievo quando riesco ad ascoltare della musica senza che una tempesta di onde lunghe superamplificate aggiunga ulteriori crepe alle mura della mia camera. Ok! Magari posso sembrare un tantino esagerato o di parte. Lo ammetto ma, tutto questo, deriva dalla curiosità e dalla scoperta di sonorità che prima mi erano poco conosciute e tutto questo nato da una discussione e dal confronto tra amici in una giornata in studio. Una delle cose più curiose che ho potuto notare è che questo tipo di musica non esclude a priori elementi “high end” per la produzione. Non è difficile, quindi, trovare un Gameboy affiancato ad un Kaoss Pad oppure ad un moderno sintetizzatore, un laptop e relativi software di produzione e performance. La tendenza alla sperimentazione, quindi, lascia le porte aperte a più elementi che aumentano la varietà di colori in queste produzioni. Molto interessante anche il connubio tra Circuit Bending, fai-da-te e micromusic dove l’artista può diventare anche “produttore” dei propri mezzi creativi. Affascinato da tutto ciò, ho provato personalmente a modificare qualche vecchio giocattolino ed i risultati sono stati davvero buoni. Un vecchio Boss Dr. Pad DRP-III (fig.9)con qualche interruttore aggiunto è diventata una piccola macchina da guerra capace di generare timbri ruvidi, rumori industrial e sonorità ricche di armoniche ottime per essere successivamente processate da filtri. Non voglio anticiparvi oltre per il prossimo numero, sappiate soltanto il mio amico Antonio Campeglia vi farà venire voglia di metter mano al saldatore o rispolverare vecchie console…. Si! Avete capito bene, questa volta Antonio mi ha dato solo una mano alla stesura di questo articolo, ma per il prossimo ha intenzione di farvi e farmi impazzire nel proporvi, insieme a me, un articolo che vi trascinerà come in un vortice  in questo nuovo mondo musicale……

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