U.F.X. – Make Me Love Again

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Gli Unisonofx rappresentano ormai consolidata realtà nel panorama House con 10 anni di lavoro attivo e circa 20 produzioni musicali in collaborazione con le diverse Etichette del settore. Più che gruppo, potremmo definire gli Unisonofx un progetto di musica elettronica. Nascono nell'estate del 2000 dall'incontro artistico tra Alessandro Salma (produttore, Dj, arrangiamento e programmazione) e Salvatore Aversano (polistrumentista e fonico). Sin dall'inizio l'intento dei due è stato e quello di unire esperienze musicali per creare un sound particolare ovvero di "fusione". I componenti del gruppo infatti provengono da contesti musicali molto diversi tra loro.Alla fine del 2002 si unisce al duo in pianta stabile il Dj Carmine Arena che con i suoi arrangiamenti avvicina il progetto alle realtà disco-house. Al trio hanno quindi collaborato di volta in volta, in funzione alle necessità dei brani, diversi artisti facendo così nascere negli anni vari progetti musicali. Una costante sempre presente nei loro brani, costruiti su sonorità prettamente house, è la fusione di influenze elettroniche con sonorità fatte da strumenti reali che conferiscono originalità al sound differenziandolo dalla House esclusivamente DJ oriented. Make me love again è un disco in vinile, come nella più classica tradizione house. Nasce da una collaborazione allargata e paritetica degli Unisonofx con Mr.Few (musicista arrangiatore) e Rose Marriot cantante. Il vinile è composto da quattro tracce che ,come sempre avviene in questo genere di musica, rappresentano le diverse versioni di una stessa idea.

-Make Me Love Again Originale – Traccia di circa 5 ,27 minuti che più di tutte si avvicina alla formula “canzone”, dove la melodia è sviluppata in modo completo e la musica è  a sostegno della voce di Rose Marriot. Già dalle prime battute si avverte che il brano è molto vivo e con un bel ritmo sostenuto. I suoni principali sono una bella chitarra ritmica sicuramente  una  Fender Stratocaster,  il basso elettrico  credo che sia un Fender jazz bass e Piano Rhodes di chiara matrice sintetica, il tutto risulta rigorosamente suonato. Ben strutturato l’intreccio dei 3 suoni principali con synth, effetti e loop nella costruzione del brano. Il brano ricorda molto le sonorità dance degli anni 80 con dei richiami leggermente fucion come nel caso del piano Fender.

Immagine1-Make Me Love Again Classic - traccia di circa 6,20 minuti che si sviluppa con sonorità ed arrangiamenti di stile house classic. Maggiore  è l’impiego dei filtri di frequenza ed il piano elettrico con i suoi accordi svolge un ruolo fondamentale nel supporto armonico-ritmico. Le sonorità assumono un aspetto più essenziale ed intimista e la voce e la musica si dividono più equamente lo spazio a disposizione con un breve ma intenso fraseggio di piano elettrico seguito da un buon riff di tastiera.

-Make Me Love Again Mix Club- Traccia di circa 6 minuti che rispecchia perfettamente il titolo ovvero si presenta in stile club con una cassa secca ed asciutta, il piano armonico-ritmico viene sostituito dalle tastiere e le chitarre sono sapientemente filtrate. Anche il basso è tagliato e looppato in stile. Brano certamente più da pista club. Meno spazio ai singoli strumenti e più al lavoro di squadra.

 

Make Me Love Again Club Strumentale- Traccia di circa 6 minuti. Rappresenta la versione strumentale della club. La registrazione sembra volutamente un po’ retrò con sonorità che tendono maggiormente al caldo suono analogico. A volte è presente qualche saturazione  di troppo ma la stessa insieme al supporto vinilico contribuiscono a conferire ancor maggior “calore” all’ascolto. Arrangiamenti ben costruiti, suoni ben equilibrati fra di loro. Ottima la ripresa della voce che risulta in tutti i brani sempre gradevole e ben equilibrata rispetto a tutto il mix.


LA SCHEDA:

U.F.X.

Etichetta: Equal Record

Make Me Love Again Originale

Make Me Love Again Classic

Make Me Love Again Mix Club

Make Me Love Again Club Strumentale

Link:

www.myspace.com/unisonofx

www.myspace.com/ufxgroup

www.myspace.com/unisonofx

Giosi Cincotti – Neapolis in Fabula

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Siamo cresciuti a suon di musica napoletana classica. Ci piace ascoltarla, anche quando la sua “classicità” prende un’altra sfumatura.  Curiosi ed anche abbastanza intrigati dal titolo, insieme a mio amico Fabio Pesce abbiamo scoperto, attraverso il progetto Giosi Cincotti, un altro modo di rivisitare i classici ritornelli partenopei.

neapoliscd“NEAPOLIS IN FABULA” è il cd della “solita” canzone napoletana che però non ti aspetti e ti sorprende. Un percorso tra jazz, sogno e tradizione che sconfina con naturalezza e nonchalance tra le note di favole incantate che ridisegnano i contorni e i significati di storie antiche.  La copertina si propone essenziale, senza troppi fronzoli e aprendo la confezione il cd si presenta come un vecchio vinile, che ne dà l’aspetto di un 45 giri di un tempo, quasi a sottolineare l’intrecciarsi inafferrabile di passato e presente.  Il cd si apre con una compilation che chiarisce subito parte delle intenzioni musicali: “Uocchie c’arraggiunate” (Falcone, Fieni e Falvo, 1904), “‘O marenariello” (Ottaviano-Gambardella, 1893), “Canzone marenara” (Donizetti, 1835), “Luna nova” (Di Giacomo-Costa, 1887). L’arrangiamento inizia con un pianoforte acustico, sembra un pianoforte a mezza coda Yamaha C3,  leggermente spento come suono.  Dopo poche battute entra la voce con un contrabbasso, ottimo equilibrio fra loro e una bella voce immersa nella musica. Sorprende piacevolmente questo medley non esageratamente jazzistico o di banalmente già sentito. Da sottolineare la voce femminile, ben ripresa all’interno del brano, non fa mai da protagonista, lascia respirare anche gli altri strumenti che si alternano, avendo sempre come protagonista principale il pianoforte, filo conduttore per tutto il medley.  Il secondo pezzo è intrigante, diverso dalle versioni che siamo stati abituati a sentire: “‘E spingole frangese” (Di Giacomo-De Leva – 1888) ha un jazz che scivola nella sigla dei Simpson per poi finire in un ritmo blues. Da qui si entra nello spirito del cd, la musicalità si fa avvolgente. Così “‘a Vucchella” di D’Annunzio-Tosti (1892) si incarna in quella di Biancaneve in attesa del suo principe con “I sogni sono desideri” (“Someday my Prince will come” brano già prestato al jazz di Miles Davis per citarne uno) per poi diventare “When you wish upon a star” (“Una stella cade”, parte della colonna sonora del Pinocchio disneyano) in “Reginella” (Bovio – Lama – 1904), stavolta in una storia con un finale meno lieto. Ma la contaminazione tracciata da Giosi Cincotti – a cui si devono progetto e arrangiamenti – non finisce di stupire con “A Canzone appassiunata” (E. A. Mario – 1922) che si intreccia con un tango di Piazzolla, “Maddalena” (Carlo Faiello) che diventa un jazz – unico brano tratto dal passato prossimo – e “Michelemmà” che sfocia in una melodia mediorientale seguendo il testo dell’ignoto autore (“Li turche se nce vanno a reposare…”). Un brano un po’ di rottura con la magia che pervade il lavoro è “La Pizzica a Santu Paulo”, dove si crea un originalissimo e coinvolgente connubio tra tarantella e jazz.

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E’ peculiare che una pietra miliare come “Voce ‘e notte” (Nicolardi-De Curtis) venga lasciata intatta, quasi a sottolinearne una sorta di intoccabilità. L’ultimo brano, “Reginella”, è fra i più sorprendenti grazie alla simbiosi creatasi fra la voce e il pianoforte. Nessuno dei due prevale sull’altro. L’arrangiamento è semplice e sono piacevoli anche le pause, che impreziosiscono il prima e il dopo.  “La musica è sensazione”, sostiene nella sua presentazione del disco Giobbe Covatta e alla fine dell’ascolto abbiamo condiviso pienamente la sua affermazione.  Il cd ha una non trascurabile esperienza teatrale alle spalle e si sente! Il risultato è una scrittura musicale che va al di là della registrazione di studio, una musica che fonde arte, poesia e magia in un’idea multimediale che nel supporto inciso dal laser sembra starci stretta. Giosi Cincotti ha sapientemente curato musiche e arrangiamenti, mentre l’elaborazione teatrale è a cura di Marcello D’Orta (scrittore autore di “Io speriamo che me la cavo”, “Dio ci ha creato gratis” e molti altri). La voce di Mena Cacciapuoti, in un napoletano pulito che a tratti si colora di calde inflessioni etniche, non forza i limiti. Il modo naturale in cui i musicisti comunicano tra loro porta alla creazione di un prodotto sonoro in cui essi emergono come gruppo e non come solisti: Marco De Tilla – contrabbasso, Michele Maione – percussioni, Giosi Cincotti – pianoforte, Marzouk Mejri ed Emidio Ausiello – percussioni, Pericle Odierna- fiati, Enzo Grimaldi – fisarmonica. Per le registrazioni abbiamo notato che sono stati usati dei buoni outboard. Lodevole la scelta degli ambienti sulla voce, non esasperati da riverbero e delay, come purtroppo succede spesso nella registrazione della musica napoletana.

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La scheda

NEAPOLISINFABULA

Edizioni: Graf

http://www.myspace.com/neapolisinfabula

Tracklist:
1. Medley: uocchie c’arraggiunate (Falcone Fieni – Falvo)
‘o Marenariello (Ottaviano – Gambardella)
canzone Marenara (Donizetti) Luna nova (Di Giacomo – Costa)
2. ‘E spingole frangese (Di Giacomo – De Leva)
3. Canzone appassiunata (E.A. Mario)
4. Voce ‘e notte (Nicolardi – De Curtis)
5. Maddalena (Carlo Faiello)
6. Michelemmà (rielab. Giosi Cincotti)
7. ‘A Vucchella (D’Annunzio – Tosti)
8. Pizzica a Santu Paulo (rielab. Giosi Cincotti)
9. Reginella (Bovio – Lama)

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http://www.edizionigraf.it/schedaneapolisinfabula.htm

TL Audio M-3 – Mixer valvolare

Ci sono una serie di marche che si amano e altre meno. Fare un articolo ed essere obiettivi su quest’ultima categoria è molto difficile. Ultimamente ho progettato un piccolo studio di registrazione semi professionale e il cliente mi ha chiesto di affiancare alla sua scheda audio Fireface 800 della RME, 8 channel-strip di buona qualità, ma con dei preamplificatori che avessero un leggero colore per sopperire alla grandissima linearità dei preamplificatori e convertitori della RME. Il budget era molto basso, circa 3/4000 euro e, per quanto mi sforzassi, non trovavo nessuna soluzione, se non quella di comprare un banco analogico standard, tipo Mackie. Alla fine mi sono recato allo studio di un carissimo amico e ho potuto provare il mixer valvolare Tubetracker M-3 della TL Audio, che ricordiamo per le ben note serie Ivory e Blue.

Cuore valvolare

In ogni studio di registrazione, da quello professionale a quello project , il mixer (o consolle di mixaggio o banco) è il punto in cui tutto converge, il cuore di ogni attività. Qui arrivano i segnali dai microfoni o da generatori di suoni, vengono smistati verso le tracce del registratore, inviati a processori esterni per essere ripresi più belli e misteriosi ed infine miscelati ed amalgamati gli uni con gli altri fino a creare sonorità sempre più coinvolgenti e destinate ad un piccolo master che può essere fatto ascoltare all’esterno. Sicuramente per il tipo di versatilità (poca) e i soli otto canali a disposizione, non possiamo certo considerare il TL AUDIO M-3 il vero e proprio centro del nostro studio, a meno che non ci occupiamo di produzioni minimaliste tipo chitarra, voce e qualche colore percussivo. In tal caso questo mixer si colloca per bellezza e qualità nell’olimpo dell’audio mondiale, un vero e proprio gioiello. La febbre della valvola è contagiosa, non c’è che dire. Prima ancora dei grandi nomi dell’audio mondiale, ovvero le aziende piccoli costruttori erano già partiti con la produzione di numerosi apparecchi a valvole più o meno “vintage-oriented”. Certo, se è vero che la grande industria riesce ad offrire prodotti a prezzi impossibili per chi si avvale della stessa economia di scala (acquisto di materie prime in quantità enormi) è anche vero che a captare gli umori del mercato sono molto più bravi i “pesci” piccoli, più snelli e flessibili nell’impostare (o nello stravolgere) il proprio lavoro su scala artigianale. Se c’è qualche cosa che ben si presta alla produzione in aziende di dimensioni poco più che familiari, questa è la tecnologia valvolare; la valvola consente lo sviluppo di circuiterie tanto semplici quanto efficaci dal punto di vista sonoro e ciò spiega il perché del proliferare degli apparecchi a valvole nell’economia industriale. Questa premessa serve per inquadrare la produzione della casa britannica TL A., acronimo dietro al quale si cela TONY LARKING AUDIO, una vecchia conoscenza della comunità audio mondiale passata dalla pluridecennale attività di vendita e importazione a quella di produzione. Per chiudere il cerchio  sulle valvole vintage e Tony Larking , uno dei primi prodotti della casa era un pre-eq. outboard costruito re-inscatolando moduli NEVE recuperati da vecchie consolle finite in pensione. Tutto quadra. Parlando delle valvole diciamo pure che ci sono diverse maniere per divertirsi con i tubi termoionici (Fig.1). Si possono progettare e costruire apparecchi “alla vecchia maniera” solo con valvole, condensatori e resistenze uniti assieme con filo di rame rigido sterlingato (ricordate i vecchi amplificatori per chitarra o per basso?) senza nemmeno un circuito stampato. Oppure è possibile costruire moderni apparecchi a circuiti integrati e infilare nel punto più appropriato uno stadio di guadagno a valvole ottimizzato per offrire sensazioni il meno valvolare possibile. Inoltre si può progettare in maniera ibrida qualcosa che sfrutta tutte e due le galassie per raggiungere un equilibrio fra vantaggi e svantaggi che penda più a favore della modernità, senza indulgervi troppo. Sono tutte strade possibili, ognuna con i propri punti di forza e debolezza. E il mixer M-3 dove sta? Nel mezzo, dove si adopera la valvola solo nel circuito di preamplificazione e sulle uscite master. Il TL Audio è stato pensato principalmente come otto strip-channel. Infatti, il suono che esce dalle “direct – out” dei canali compete per silenziosità e bontà sonora con i migliori “outboard” presenti sul mercato. In uno studio di registrazione professionale può diventare il cuore analogico della ripresa, collegandolo con un frustino agli otto ingessi A/D del registratore digitale o scheda di registrazione e può condizionare positivamente il segnale di qualsiasi sorgente sonora. In questo modo si da ai banchi digitali soltanto la responsabilità del mix-down, sfruttando così la grande capacità di gestione, automazione e memorizzazione dei freddi, ma comodissimi mixer digitali.

TL A. M-3 da vicino

La lamiera è spessa circa tre millimetri ed è vestita in superficie di uno manto di vernice blu, (Fig.2) dove spiccano meravigliosamente i vari segmenti, linee di confine, simboli e valori numerici di colore bianco. Sulla sezione del canale, scrutando dall’alto verso il basso si trovano: il controllo del “gain” con “range” da +16 a + 60 dB, il selettore per i segnali microfonici o quelli di linea (molto utile per gestire ed accettare in maniera pulita senza il minimo di distorsione in ingresso i vari segnali provenienti dai differenti strumenti elettronici ottimizzati in ingresso dal potenziometro rotativo dell’input gain sopra citato), lo switch per “phase revers” che serve ad invertire la fase del segnale d’ingresso facendola ruotare di 180 gradi (questa operazione è utile quando si opera con più di un microfono in fase di registrazione). Un trucco per verificare se esiste un errore di “fase” in una registrazione multimicrofonica è ascoltare il programma in mono. In questo modo se il livello master scende notevolmente ci sono seri problemi di fase.

Viceversa, se il segnale rimane simile a quello stereo o addirittura superiore significa che i segnali hanno una buona coerenza di fase fornendo così anche un’ottima mono compatibilità. In quest’epoca ricca di sofisticatissimi ascolti stereofonici e multicanali (surround), esiste purtroppo ancora una vasta diffusione monofonica presente in quasi tutte le reti televisive della nostra nazione per non parlare di quelli radiofonici. Il filtro passa alto (12 dB per ottava) a 90 Hz è l’ideale per rimuovere frequenze basse dannose dal segnale d’ingresso ed è utile per una corretta gestione dell’effetto prossimità dei microfoni direzionali e in particolare quelli a condensatore in fase di registrazione della voce. Il filtro diventa un autentico “anti rumble” (termine inglese onomatopeico) in tutte quelle riprese dove la sorgente da registrare tipo chitarra, violino e vari strumenti a fiato e percussivi esprimono il loro carattere timbrico ben al di sopra dei 90 Hz; ricordando che la totalità dei microfoni a condensatore e non, economici o costosi, possiedono al di là della loro linearità una completa risposta in frequenza. Il filtro è comunque “bypassabile”, per un’immediata comparazione, mediante lo “switch” per attivare o disattivare la sezione EQ. L’attivazione è monitorata da un piccolo led adiacente verde; anche in questo caso è utile la comparazione tra segnale equalizzato e quello flat .

Il Channel  Strip

L’equalizzatore è formato da quattro bande dal basso verso l’alto dove sono collocati: il potenziometro rotativo che regola da + – 15 dB le basse frequenze shelving a 80Hz, un semiparametrico “peacking” sulle medio basse, un altro sulle medio alte e infine un filtro “shelving” sulle alte posizionato a 12 Khz (Fig.6). A che cosa è utile un EQ o, meglio dire, un filtro lascio alla vostra immaginazione, anche perché non ci sarebbe spazio a sufficienza in questa prova per parlarne, ma ci limiteremo semplicemente, per questa volta, a descriverne le caratteristiche timbriche. Ogni canale è anche equipaggiato con 2 “aux sends”. Il primo è selezionabile tramite “switch” in pre o post “channel”, mentre il secondo è fissato soltanto nella modalità post channel. La soluzione pre channel è preferibile quando bisogna gestire una linea di monitoraggio perché fornisce una completa indipendenza dei volumi. Può essere utilizzata anche in maniera creativa insieme ad un dsp. Esempio: abbassando il fader di canale e mantenendo aperta l’uscita aux in pre sullo stesso canale si ottiene soltanto il segnale processato che può essere utile in un particolare arrangiamento o come effetto speciale. Subito dopo l’aux send troviamo il controllo del pan, un potenziometro che ha il compito di posizionare nel panorama stereo la sorgente, ad un determinato punto, facoltativamente da un lato estremo all’altro. È chiaro che una corretta gestione di questa funzione insieme ad un giusto filtraggio e volume di un segnale, può contribuire notevolmente alla riuscita del missaggio finale, anche in un articolatissimo programma sonoro. Il Tubetracker ha il pulsante switch del mute con relativo led di colore rosso che si accende ogni qual volta il mute è attivo e un utilissimo switch per attivare la funzione PFL (“pre fade listen”). Anche in questo caso quando il tasto viene premuto si accende il relativo led rosso sul canale selezionato. La funzione può servire a monitorare l’ascolto in cuffia per verificare la presenza di un segnale anche a fader abbassato oppure a controllarne il livello in ingresso mediante i generosi metering analogici sulla sezione master. Il channel fader possiede un’escursione da 100 millimetri fornendo alla massima posizione +10 Db di gain. Forse sarà inutile dire che al di là del segnale d’ingresso e di come può essere trattato, la quantità di segnale da spedire allo stereo master è opera soltanto di quest’ultimo importantissimo componente.A completare la sezione del canale vi sono in prossimità dell’altezza massima del fader, precisamente sulla destra, due led, uno giallo e l’altro rosso, rispettivamente il “drive” e il “peack level”. Il led del drive si accende gradualmente ogni qual volta il livello d’ingresso si incrementa al di sopra di +6 dBu fino a +16 dBu fornendo al suono un carattere tipicamente valvolare arricchendo armonicamente e quindi riscaldando il segnale da inviare ai registratori digitali. Il led del “peak” si accende per avvisarci che il segnale sta per distorcere; comincia ad accendersi quando tocca la soglia di + 21 dBu. Se scegliamo di prelevare il segnale dalla “direct out” abbiamo a disposizione altri 5 dB di “headroom”. Completata la descrizione del canale, passiamo a quella della sezione master.

Sezione Master

La sezione master è formata da favolosi metering di forma circolare analogici a bobina in stile vintage (Fig.5). Essi possono monitorare: il segnale stereo in uscita, il “PFL” presente in varie sezioni del mixer (quando viene azionato) e il segnale dei “2 T return” quando selezionato sulla sezione monitor. Sotto i due “meter” vi è una coppia di “led peak” che operano sul segnale stereo e si accendono quando siamo alla soglia dei + 21 Dbu con una tolleranza di + 5 Db di headroom. Equidistanti fra questi due led c’è il “led power” che indica l’accensione del mixer. Subito sotto si trova un “metering digitale” più due controlli, uno che serve a selezionare il tipo di quantizzazione in bit e l’altro per scegliere la frequenza di campionamento. Ricordiamo che la scheda di conversione A/D è opzionale, ma la casa costruttrice ha voluto fornire al mixer l’hardware per la gestione e il controllo di questa conversione. La “phantom power” una volta azionata è attiva contemporaneamente su tutti e otto i canali, non essendoci un switch individuale su ogni canale. I master “aux sends” sono completi del pulsante per il controllo del pfl con relativo led. I due “ritorni aux” insieme al potenziometrodel balance sono sempre correlati dallo switch pfl e led. La sezione monitor è formata da due potenziometri rotativi, uno che gestisce il volume da indirizzare ad una coppia di monitor e l’altro il pfl “balance level”. Sempre nella sezione monitor ci sono, inoltre, lo switch “2 T return” utilissimo quando si vuole sentire il ritorno da uno stereo master, come un dat o un CD recorder, etc. Guardando verso destra scopriamo l’uscita per le cuffie; il segnale di quest’uscita viene gestito dai potenziometri della sezione master monitor. Infine, troviamo un singolo fader da 100 millimetri che controlla il volume d’uscita dello stereo mixer. Non possiamo certo con un solo fader decidere a valle dei segnali, le differenze di livello del canale destro e di quello sinistro dell’uscita master; però su un eventuale “fade in” o “fade out” si ottiene con il singolo fader un’accuratezza ed una precisione massima. Vi mostro con l’immagine il generoso pannello posteriore con i relativi connettori d’ingresso e d’uscita dei segnali, switches per la calibratura, etc (Fig.6).

TL A. sotto torchio

Dopo questa lunga descrizione passiamo dunque alla prova pratica di questo promettente mixer. Una volta collegata la PSU al banco ho inserito il cavo di alimentazione alla rete. Una bellissima luce ambra illumina i due meter della sezione master a forma di oblò. La prima prova è stata molto semplice da realizzare perché ho collegato le uscite di un discreto lettore CD agli ingressi linea dei primi due canali del mixer, selezionando l’apposito switch. Ho monitorato il segnale d’ ingresso con il “pfl” ottimizzandolo a “0” dB tramite il potenziometro rotativo input gain. Dopo ho estremizzato i controlli di pan a sinistra e a destra per un ascolto stereofonico standard. Ho posizionato il master verso i tre quarti della sua corsa e con i fader dei canali ancora abbassati ho controllato se c’erano problemi evidenti di diafonia. Assolutamente no, silenziosissimo. Sono passato all’ascolto di alcuni brani di Fabio Concato abbastanza vecchiotti come: “Guido piano”, “Rosalina” e “Sexy tango”. La qualità della registrazione su questo CD è davvero datata, appena sufficiente e non rimasterizzata. Devo dire però con piacevole sorpresa che il mixer è riuscito a fornire un audio generale gradevolissimo, fornendo una impressionante apertura stereo. Voglio precisare che per tutta la prova l’equalizzatore non è stato coinvolto. Eccezionale!

Voce maschile e femminile

Ho scomodato per questa prova un fantastico Neumann U87ai (Fig.7), un microfonoche non ha certo bisogno di presentazioni. Chiedendo al cantante di fornire varie pressioni dinamiche ho ottimizzato il guadagno d’ingresso facendo di tanto in tanto lampeggiare il led giallo del drive sopra spiegato.Per questa prova ho prelevato il segnale dalla “direct out “del canale direttamente dai convertitori AD della scheda audio RME Fireface 800. Sempre senza attivare l’equalizzatore, ho notato che lo stadio di preamplificazione è davvero silenzioso; si ascolta il suono e basta, con una buona headroom, restituendo fedeltà sia riguardante il carattere del microfono sempre caldo e sensibile, sia per il timbro della voce in generale. L’azione della valvola è davvero discreta, mai invadente, tutto quello che ci si può aspettare da un ottimo channel strip esistente in commercio. Ho sentito in questo caso il bisogno di azionare il filtro HP (passa alti) e di aprire di circa due dB le alte shelving, anche perché la cabina di ripresa non è di quelle molto riflettenti; l’U87 di per se è già caldo ed infine la voce maschile in questione si esprime nel range di un registro baritono, facendo un buon uso dei propri risonatori. Quello che conta in ogni caso è il risultato e grazie alle varie possibilità che offre questo mixer non ci vuole molto a raggiungerlo condizionandolo in positivo. Il brano che ha eseguito la cantante è in lingua inglese, come il manuale del nostro mixer. Facendo tutte le operazioni di “routing” per la taratura dei livelli, diciamo subito che anche in questo caso non c’è stato un minimo d’asprezza o sporcizia musicale: il segnale è stato sempre dettagliato, corposo e trasparente. In questo caso non è stato necessario intervenire con l’equalizzatore tranne che per il filtro “low cut”.  Buona anche questa prova.

Chitarra acustica

Per questo tipo di ripresa ho utilizzato una tecnica bi-microfonica con due AKG 414 ULS, posizionati in maniera standard, uno a destra l’altro a sinistra dello strumento. Subito ho notato una meravigliosa apertura stereofonica senza zone d’ombra. Il suono della chitarra in generale è risultato ricco e dettagliato fornendo una buona velocità ai transienti in esecuzioni ritmiche e in arpeggi. Di conseguenza ho sentito l’esigenza di azionare non solo il filtro HP, ma anche la sezione EQ operando: -2 dB sulla sezione bassi shelving, -2 dB sulle medio basse intorno ai 400 Hz ed ancora -2dB sulle medio alte, intorno ai 2 HKz. La sensazione con questo banco è che c’è più bisogno di togliere, che di aggiungere. Mica male!

Basso elettrico in diretta:

Per questa prova mi sono servito di due tipi di bassi elettrici, uno con circuitazione passiva e l’altro con quella attiva. Quello passivo è stato giustamente collegato ad una D.I. box attiva, per interfacciarlo correttamente all’ingresso microfonico del canale, mentre quello attivo è stato collegato direttamente sull’ingresso linea del canale. In tutti e due i casi veniva fuori la differenza sostanziale tra questi due strumenti e per quello che riguarda l’ascolto è bastato soltanto alzare il fader di canale per raggiungere un risultato di livello professionale. Un’altra volta è stato meglio togliere che aggiungere, intervenendo con la sezione equalizzazione senza azionare però il filtro low cut.

Live Trio jazz

Per questo tipo di prova ho occupato quattro canali per la batteria, un canale per il contrabasso e due microfoni per il pianoforte a mezza coda. Non mi dilungo nella spiegazione sul tipo di regolazione impostate, anche perché tutto è in relazione al tipo di microfono utilizzato, allo strumento, allo strumentista ed infine, non meno importante, al luogo che ospita la performance. Sicuramente vi parlerò di quello che è successo. Il mixer ha fatto subito colpo su tutti i musicisti già a livello estetico. Ma passiamo ora alla cosa più importante: la prova. Diciamo subito che il mixer è riuscito a riprodurre un sound di altissimo livello senza nulla togliere alla bravura degli esecutori principali. Sulla batteria ha risposto in maniera morbida e veloce su tutta l’elevata gamma di pressione e di frequenze tipica di questo strumento. Dalla rotondità della cassa e la botta dei tom, alla coerenza di fase del rullante e la setosità dei piatti, ha mantenuto sempre un suono pulito con un ottimo headroom. Per quel che concerne il contrabasso ho ottenuto lo stesso positivo risultato, bassi morbidi e rotondi con i medio alti prodotti dalle corde sul manico veloce e definiti. È quasi d’obbligo descrivere il tipo di microfonatura utilizzata per il pianoforte, per il semplice fatto che è determinate ai fini dell’ascolto. Ho utilizzato due microfoni abbastanza diffusi a diaframma stretto in una configurazione X Y (stereofonia coincidente). Li ho inclinati a 45 gradi sulle corde posizionando l’asta al centro del pianoforte. In questa situazione l’obbiettivo è stato quello di catturare quanto più possibile il suono diretto cercando di limitare il “cross-talk” (infiltrazioni) prodotti dagli altri strumenti. Il suono in registrazione è stato quello che mi ero prefissato di raggiungere e ciò può spiegare la grande possibilità di gestione che questo mixer offre.

Utilizzo dei DSP

Un’altra prova che ho voluto realizzare è stata la gestione dei DSP con i controlli aux sends. Nel settaggio post ho collegato due processori, un Lexicon PCM 91 (Fig.8) e un TC M5000. Ho fatto partire delle tracce dry dal multipista digitale contenti voce, chitarra e quartetto d’archi. Ottimizzando il rapporto tra l’ingresso e i ritorni aux con le macchine Fx, ho notato una grande silenziosità. Sul Lexicon ho utilizzato il preset “Concert Hall” mentre sul TC un “Chorus”. Il riverbero è stato distribuito su tutta l’ensemble, mentre un poco di chorus è stato messo sulla chitarra e sul quartetto. La sensazione ricevuta è stata quella di trovarsi a cospetto di un ascolto importante dotato di grande classe e nobiltà e restituendo una veritiera tridimensionalità con delle code di riverbero d’ottima grana sonora. Non c’è che dire. Stupendo!

Conclusioni

Mi sarebbe piaciuto poter testare anche la qualità di conversione della scheda digitale opzionale digitale, ma purtroppo non è stato possibile. Ad ogni modo un paio di nei li ho riscontrati. Uno è l’assenza dei sub master con la relativa assegnazione dei canali, molto utili quando si vuole raggruppare, per esempio, più voci coriste, una piccola sezione d’archi oppure una batteria. Avrei gradito inserire sull’insert dei sub master due canali di buona compressione per uniformare le dinamiche troppo scollate. Il secondo neo è l’assenza del doppio fader nella sezione master L – R. È pur vero che nel caso di un singolo master fader si può avere più accuratezza sui fades, ma la cosa è comunque risolvibile facendosi aiutare da un’accoppiatore di faders, qualora ce ne fossero stati due. Penso che per un hardware così importante qualsiasi utente debba sempre avere la piena libertà di scelta e poter sfruttare tutte le possibilità offerte dalla strumentazione a disposizione, in particolare quando sono di livello professionale, a cominciare dal loro prezzo. Certamente questo è un mixer di ottima fattura e qualità e diciamo pure che il costo è proporzionato alla sua caratura. Sicuramente non è per tutte le tasche, però facendo due conti si può dire che, se per esigenze lavorative avessi bisogno di otto pre amp mic ed altrettanti equalizzatori della stessa qualità che questo mixer offre, quale sarebbe stata la mia spesa? Domanda retorica perché già conosco la risposta, cioè più del doppio. L’unico vantaggio di avere otto outboard separati sta  proprio nel fatto che sono separati. Se oggi ho bisogno solo di due canali per una ripresa esterna porterò con me soltanto una o due unità senza altri ingombri. Ma quanto ci sarebbero costati otto outboard di questa qualità separati? Sicuramente più del doppio. Fate quindi le vostre valutazioni. Questo è un mixer non versatilissimo, pensato principalmente per collegarlo dalle direct out di canale direttamente alle tracce di qualsiasi multipista digitale, per diventare un “upgrade” in un qualsiasi studio, da affiancare alle consolle digitali o essere usato come una consolle di missaggio di piccole ma importanti produzioni completandolo magari con degli ottimi DSP e processori di dinamica non presenti fortunatamente nel banco. Un altro aspetto più che positivo è l’esperienza tattile con la sua componentistica. I fader e le manopole rotative vanno come il burro dotate di un meraviglioso frizionamento e offrendo sempre un’escursione generosa e uniforme su tutti i punti della corsa, senza avvertire, anche concentrandosi al massimo, differenze fra di essi. Mi sono dovuto ricredere su questo prodotto. La progettazione ibrida di questo strumento ha fatto si che il segnale in uscita fosse molto equilibrato e con una bella sonorità calda e omogenea, senza dare un carattere troppo predominante al suono, cosa che ne permetterà l’utilizzo per svariati tipi di produzione.