Un futuro nuvoloso (parte 4)

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Ci eravamo lasciati qui con un articolo in cui abbiamo elencato i più famosi MSP (Music Service Providers). Dopo averne analizzato le singole specifiche mettendole a confronto, focalizzeremo l’attenzione sugli interrogativi che queste nuove forme di storage e riproduzione fanno nascere e sui problemi legali che hanno generato.

Mentre la “virtuosa” Apple continua a creare o fortificare vantaggiosi legami con le più importanti case discografiche, acquistando licenze costruite ad hoc per l’avvento di iCloud, le ribelli Amazon e Google Inc. hanno rischiato la chiusura dei servizi cloud, accusate dalle major di violare il diritto d’autore con i loro Cloud Drive e Google Music e di favorire la pirateria. Secondo Sony & Co., benchè le suddette aziende non vendano nulla ma offrano solo uno spazio virtuale che l’utente gestisce come vuole, hanno comunque l’obbligo di accordarsi con i possessori dei copyright, aggiungendo che “i cloud database sono il paradiso dei pirati musicali”. In parole povere, i “lockers” sarebbero in molti casi magazzini in cui custodire tranquillamente un bottino pirata, scaricato illegalmente. In loro difesa, Amazon e Google sostengono di non fare altro che offrire uno spazio per nulla diverso dai supporti fisici come i lettori mp3. Un po’ come dire “se io vendo un coltello per tagliare il pane, non è colpa mia se ci ammazzi qualcuno”.

Questa sanguinosa battaglia è iniziata con la chiusura nei primissimi anni 2000 di Mp3.com ed è continuata tra il 2005 ed il 2011 nello scontro tra EMI ed Mp3Tunes. Il cavillo su cui la EMI ha basato buona parte dell’accusa risiedeva nelle modalità attraverso le quali gli utenti potevano caricare la propria musica nell’armadietto virtuale. Grazie ad un geniale e complesso algoritmo, ogni qualvolta si comunicava al server di voler uploadare una canzone, Mp3 Tunes verificava se nei suoi ricchi database non ci fosse già qualcun altro che aveva provveduto a caricarla. In caso di esito positivo, il sito provvedeva istantaneamente ad aggiungere il brano nella libreria dell’utente senza inutile spreco di tempo. In tale procedimento innovativo, votato all’economia in termini sia di spazio che di tempo, la EMI riconosceva una sorta di peer-to-peer illegale grazie al quale numerosi utenti usufruivano dello stesso file.

Lungi da Cloud Drive e Google Music mettersi nei pasticci più del dovuto, alla loro nascita tali servizi non consentivano la sincronizzazione istantanea, costringendo i poveri internauti ad un lungo ed estenuante processo di caricamento. E’ da precisare che la stessa Apple, la prima della classe, rischiava costosissime dispute giudiziarie dal momento che non tutto il mondo della discografia ha concesso licenze alla mela e al suo iCloud. Molti artisti hanno negato gli agognati permessi, sostenendo che la Apple, con le amicizie giuste e gli agganci importanti, tende ad affossare le altre società e ad acquisire il monopolio nel campo della music digital distribution.

Nell’agosto del 2011 arriva finalmente la sentenza della causa EMI contro Mp3Tunes, che vede quest’ultima assolta da tutte le accuse, legalizzando e rilanciando la grande idea alla base del progetto: verificare se sia già presente nel database ogni brano caricato dagli utenti. Ricordiamo che la bellezza del cloud computing sta proprio nel fatto che se 100 aziende necessitano di una certa app, non c’è bisogno di mettere a disposizione 100 apps identiche: ne esisterà una sola di cui potranno usufruire tutti contemporaneamente. Le canzoni sono così individuate da un fingerprint digitale, l’hash MD5, che permette facilmente di riconoscerle. Grazie agli accordi presi con le case discografiche, Apple è l’unica in grado di effettuare “upgrades”: se io posseggo una versione scadente di un brano, magari una versione rippata da un CD, iCloud ha l’autorizzazione a sostituirla con il master di altissima qualità in suo possesso.

Nonostante la sentenza del tribunale statunitense abbia interamente discolpato i MPS, le case discografiche hanno più volte dichiarato di non gradire che la musica sulla quale hanno copyright esclusivo circoli così liberamente su internet. La parola pirateria è facile che salti fuori. Una delle accuse mosse contro i MPS è, come abbiamo accennato all’inizio, che gli utenti possono caricare nei lockers anche brani ottenuti illegalmente e che questi servizi non fanno altro che favorire la pirateria. E’ paradossale che le major remino contro lo spontaneo evolversi del mercato musicale, considerato che tutto questo potrebbe andare a loro favore, riuscendo finalmente ad arginare il fenomeno della pirateria. Controllare che non si vendano cd masterizzati per le strade è praticamente impossibile, mentre controllare che non si ascoltino brani pirata online, dove tutto è di pubblico dominio, è di gran lunga più semplice!
I rischi più alti sembrano anzi correrli gli utenti. Il cloud computing è ormai di vitale importanza in campo musicale dal momento che, per motivi economici, ecologici e per il naturale progresso tecnologico, i supporti fisici tenderanno a sparire e la musica sarà distribuita esclusivamente in formato digitale e conservata nei server dei quali non siamo proprietari. Oltre alle ovvie perplessità riguardo il fatto che per ascoltare la nostra musica dovremo per forza disporre di una connessione internet (e a tale riguardo all’estero sono molto più avanti, disponendo di connessioni gratuite in ogni luogo pubblico), dovremmo chiederci cosa accadrà quando ad esempio vorremo conservare nel nostro armadietto virtuale una cover suonata dalla nostra band locale preferita o da noi stessi: al 99% verrà individuata la violazione di copyright ed eliminata (così come già accade su Youtube e Soundcloud), limitando così la nostra libertà di ascoltare quello che vogliamo. In alcuni casi è proprio il concetto stesso di pirateria e violazione del diritto d’autore ad essere poco condivisibile.
La riflessione con la quale vorrei chiudere questa indagine è legata ad una parola: hosting. La grande nuvola virtuale ci accoglierà come un ospite. Certo, fare l’ospite porta con sé molti vantaggi, come l’essere comodamente serviti da qualcun altro. Ma, mi chiedo, sarebbe piacevole vivere un’intera esistenza “da ospite”, senza avere una fissa dimora in cui potersi sentire liberi, sempre assoggettati alle regole dell’ambiente in cui ci troviamo?

Annalisa De Martino

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