Un futuro nuvoloso (parte 3)
All’inizio eravamo felici con i nostri piccoli lettori mp3 da 512 MB. Eravamo al settimo cielo perché i brani non “saltavano” come accadeva per i vecchi lettori cd portatili. Le canzoni che potevamo caricarci non erano tantissime, ma ci mettevamo tanta cura nello scegliere le più belle, quelle che DOVEVANO essere sempre con noi.
Ad un certo punto qualcosa è cambiato ed abbiamo sentito la necessità di avere a portata di mano in ogni momento tutta la discografia di Frank Zappa (88 album, N.d.A.). Ed ecco fioccare lettori mp3 da 2GB…20GB…160GB! Con l’uscita dell’iPod Touch, mi era subito parso molto strano il fatto che, invece di incrementare la memoria del precedente iPod Video (che arrivava a più di 100GB), il dispositivo si presentava con un numero massimo di giga alquanto esiguo (16GB). Evidentemente la Apple stava già preparando il colpaccio, intuendo che la nostra ingordigia stava superando il concetto stesso di memoria di massa.
E se, senza essere dotati di un grosso hard disk fisico, avessimo a disposizione quando vogliamo tutta la nostra musica, continuando ad avere ancora uno spazio illimitato di storage? Questo è in parole povere quello che il cloud computing ci consente di fare. Sebbene tardi ad esplodere in Italia, il resto del mondo ha già scelto: il futuro della musica è esclusivamente online.
I servizi di cui si sente parlare più spesso sono Amazon Cloud Drive, Apple iCloud, Google Music ed MP3Tunes. In questa lista si nota l’assenza della Microsoft, che finora ha puntato su una piattaforma “generica” di servizi (Azure). Inoltre Google Music, così come Spotify (caso a parte di cui parleremo prossimamente), non è attualmente disponibile in Italia.
Le principali variabili di tali serivizi di cloud computing per l’immagazzinamento virtuale di brani musicali sono:
• quantità di free storage;
• costo dell’extra storage;
• sincronizzazione automatica o manuale dei propri files;
AMAZON CLOUD DRIVE
A chi possiede un account su Amazon (gratuito), Cloud Drive (Fig. 2) offre un “locker” di 5GB. Uno spazio così limitato non è sufficiente a soddisfare le esigenze dell’ascoltatore medio. I costi per l’extra storage sono di 20 dollari l’anno per un “armadietto” di 20GB, un buon compromesso se la nostra libreria si aggira intorno a questa grandezza. Ulteriore extra space ci costerà 1 dollaro per giga e il minimo passo consentito per gli incrementi è di 50GB. Naturalmente i brani acquistati direttamente su Amazon non peseranno minimamente sui nostri preziosi gigabytes di memoria online. Inoltre se si acquista un intero album digitale, Amazon ci premierà con 20GB di storage gratuiti per un intero anno. Come fare a caricare online i brani della nostra libreria? In due modi, entrambi ancora non ottimali. Il primo consiste in una sincronizzazione manuale che porta con sé due svantaggi: richiede molto tempo e pazienza; ci fa perdere vitali informazioni dei files, lasciandoci con numerosi brani di “Unknown Artist”. Il secondo metodo è quello consigliato da Amazon. Si tratta di un’app che ricerca le canzoni nel vostro database e le sincronizza automaticamente. Sarebbe comodo se non fosse tremendamente lento e pieno di errori.
APPLE iCLOUD
Come ci aspetteremmo, tutti i brani acquistati su iTunes Store vengono automaticamente e gratuitamente inseriti nella nuvola virtuale che Apple ha allestito per noi. Oltre a questa opzione, in linea con Cloud Drive (Fig.3) ci vengono dati 5GB di storage gratuiti. Nel caso questi non fossero sufficienti, i costi annui per l’extra storage sono i seguenti: 16€/10GB, 32€/20GB, 80€/50GB. Come sempre il vantaggio della mela sta nella sua “organicità”: se si possiede un dispositivo Apple, la scelta di iCloud appare quasi obbligata, soprattutto per iPhone e iPad. Se non si possiede un Mac ma si è soliti utilizzare iTunes anche su pc per l’ascolto e l’organizzazione dei propri file sonori, iCloud apparirà troppo invitante rispetto agli altri servizi grazie all’esistenza di iTunes Match. Questa app ci permette di sincronizzare online tutti i brani della nostra libreria (compresi quelli non acquistati presso iTunes Store) con una semplicità e velocità che non ha rivali. Ricordiamo anche che la potente Apple ha costruito negli anni solidi legami con alcuni famosi artisti ed etichette discografiche, per cui potrebbe riservare in futuro alcune esclusive ai propri utenti. L’arma a doppio taglio di Apple è sempre la stessa: non sarà possibile riprodurre i file senza un dispositivo con sistema operativo iOS oppure con software diversi da iTunes dal momento che con iCloud non potremo accedere alle nostre librerie semplicemente aprendo un browser.
GOOGLE MUSIC
Per adesso non è ancora possibile utilizzare Google Music (Fig.4) in Italia. Gli unici ad averlo testato sono gli utenti americani, ma le informazioni che si trovano in rete sono esaltanti. Si tratta dell’unico (per ora) servizio totalmente gratuito. Come gli altri servizi descritti in precedenza, anche Google Music è gemellato con uno shop online. Si tratta naturalmente di Android Market. A differenza del rivale iCloud, Google Music non pone però barriere sul suo utilizzo con dispositivi non-Android. Come sempre il tasto dolente (l’unico forse) riguarda la sincronizzazione dei brani. Così come Cloud Drive, anche Google Music richiede l’istallazione di un piccolo software, Music Manager, per effettuare ricerca nelle cartelle e upload dei nostri brani. Il programma in questione, pur presentando meno bugs di Amazon, è parecchio lento e ancora molto distante dalla praticità di iTunes Match. Inoltre, dopo aver selezionato una delle due opzioni “iTunes folder” oppure “other folder”, se inseriremo nuovi brani in una di queste cartelle, Music Manager aggiornerà automaticamente la nostra nuvola senza darci possibilità di scelta. Una volta effettuato il noiosissimo upload, Google Music si fa perdonare con diversi vantaggi. Il primo è certamente economico. Lo storage è limitato a 20.000 brani (all’incirca 80GB) senza possibilità di ampliarlo, ma il tutto è completamente gratuito e lo spazio concesso è più che soddisfacente. Ulteriori vantaggi sono sia i prezzi competitivi di Android Market rispetto ad iTunes Store, sia la funzione “Artist Hub” con la quale artisti indipendenti possono vendere la propria musica senza intermediari, fissando personalmente i prezzi dei loro brani e ricevendo il 70% di profitto. In più, si possono ascoltare per una volta tutti i brani dei nostri amici sul social Google+, opzione non ancora ben chiarita e che non piace tanto alle case discografiche. Quest’ultimo aspetto è il più controverso e ne parleremo meglio quando tratteremo di Spotify. Sebbene il market di Android non sia ancora fornito come lo store di iTunes, Google Music con la sua filosofia del free e dello sharing sembra essere l’unico servizio in grado di contrastare lo strapotere di Apple.
MP3Tunes
Citiamo anche un servizio che non può competere con le grandi multinazionali, ma che è stato pioniere del cloud computing nella musica. MP3Tunes (Fig.5) si dichiara MSP, Music Service Provider, dando così una vera e propria definizione a questi servizi ai quali finora non abbiamo saputo dare un vero e proprio nome. Il servizio ha un suo player, Locker, (armadietto, appunto, termine copiato poi da Cloud Drive) eseguibile su Windows, OS X, Linux, iOS e Android. Lo spazio gratuito a disposizione è di appena 2GB. Se si vuole extra space e l’eliminazione delle fastidiose pubblicità, i prezzi sono i seguenti: 40$/50GB, 75$/100GB, 140$/200GB. I prezzi non sono molto competitivi e il programma per la sincronizzazione automatica, LockerSync, presenta gli stessi difetti già ampiamente citati nei casi precedenti, ma il caso di questo MSP è tuttavia molto interessante, se non altro per la sua lungimiranza (è stato fondato nel febbraio 2005). MP3Tunes non ha negozi “proprietari” come Amazon, Apple e Android. Fino a poco tempo fa consentiva ai suoi utenti di acquistare musica sui principali e-shops (Amazon, iTunes, Rhapsody, 7digital, Napster e Zune). Dopo una causa con EMI (di cui parleremo nel prossimo approfondimento) attualmente MP3Tunes Store è chiuso, permettendo agli iscritti di acquistare musica solo su Amazon.

Nella Fig.6 sono riassunte le principali caratteristiche dei servizi sopracitati, mettendoli a confronto.
Dopo questa panoramica sui più famosi Music Service Providers, nella quarta parte di “Un futuro nuvoloso” metteremo a fuoco le questioni legali che questi nuovi mezzi si portano dietro, parlando di DRM, pirateria e lotte giudiziarie contro le major.

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