TL Audio M-3 – Mixer valvolare

Ci sono una serie di marche che si amano e altre meno. Fare un articolo ed essere obiettivi su quest’ultima categoria è molto difficile. Ultimamente ho progettato un piccolo studio di registrazione semi professionale e il cliente mi ha chiesto di affiancare alla sua scheda audio Fireface 800 della RME, 8 channel-strip di buona qualità, ma con dei preamplificatori che avessero un leggero colore per sopperire alla grandissima linearità dei preamplificatori e convertitori della RME. Il budget era molto basso, circa 3/4000 euro e, per quanto mi sforzassi, non trovavo nessuna soluzione, se non quella di comprare un banco analogico standard, tipo Mackie. Alla fine mi sono recato allo studio di un carissimo amico e ho potuto provare il mixer valvolare Tubetracker M-3 della TL Audio, che ricordiamo per le ben note serie Ivory e Blue.

Cuore valvolare:

In ogni studio di registrazione, da quello professionale a quello project , il mixer (o consolle di mixaggio o banco) è il punto in cui tutto converge, il cuore di ogni attività. Qui arrivano i segnali dai microfoni o da generatori di suoni, vengono smistati verso le tracce del registratore, inviati a processori esterni per essere ripresi più belli e misteriosi ed infine miscelati ed amalgamati gli uni con gli altri fino a creare sonorità sempre più coinvolgenti e destinate ad un piccolo master che può essere fatto ascoltare all’esterno. Sicuramente per il tipo di versatilità (poca) e i soli otto canali a disposizione, non possiamo certo considerare il TL AUDIO M-3 il vero e proprio centro del nostro studio, a meno che non ci occupiamo di produzioni minimaliste tipo chitarra, voce e qualche colore percussivo. In tal caso questo mixer si colloca per bellezza e qualità nell’olimpo dell’audio mondiale, un vero e proprio gioiello. La febbre della valvola è contagiosa, non c’è che dire. Prima ancora dei grandi nomi dell’audio mondiale, ovvero le aziende piccoli costruttori erano già partiti con la produzione di numerosi apparecchi a valvole più o meno “vintage-oriented”. Certo, se è vero che la grande industria riesce ad offrire prodotti a prezzi impossibili per chi si avvale della stessa economia di scala (acquisto di materie prime in quantità enormi) è anche vero che a captare gli umori del mercato sono molto più bravi i “pesci” piccoli, più snelli e flessibili nell’impostare (o nello stravolgere) il proprio lavoro su scala artigianale. Se c’è qualche cosa che ben si presta alla produzione in aziende di dimensioni poco più che familiari, questa è la tecnologia valvolare; la valvola consente lo sviluppo di circuiterie tanto semplici quanto efficaci dal punto di vista sonoro e ciò spiega il perché del proliferare degli apparecchi a valvole nell’economia industriale. Questa premessa serve per inquadrare la produzione della casa britannica TL A., acronimo dietro al quale si cela TONY LARKING AUDIO, una vecchia conoscenza della comunità audio mondiale passata dalla pluridecennale attività di vendita e importazione a quella di produzione. Per chiudere il cerchio  sulle valvole vintage e Tony Larking , uno dei primi prodotti della casa era un pre-eq. outboard costruito re-inscatolando moduli NEVE recuperati da vecchie consolle finite in pensione. Tutto quadra. Parlando delle valvole diciamo pure che ci sono diverse maniere per divertirsi con i tubi termoionici (Fig.1). Si possono progettare e costruire apparecchi “alla vecchia maniera” solo con valvole, condensatori e resistenze uniti assieme con filo di rame rigido sterlingato (ricordate i vecchi amplificatori per chitarra o per basso?) senza nemmeno un circuito stampato. Oppure è possibile costruire moderni apparecchi a circuiti integrati e infilare nel punto più appropriato uno stadio di guadagno a valvole ottimizzato per offrire sensazioni il meno valvolare possibile. Inoltre si può progettare in maniera ibrida qualcosa che sfrutta tutte e due le galassie per raggiungere un equilibrio fra vantaggi e svantaggi che penda più a favore della modernità, senza indulgervi troppo. Sono tutte strade possibili, ognuna con i propri punti di forza e debolezza. E il mixer M-3 dove sta? Nel mezzo, dove si adopera la valvola solo nel circuito di preamplificazione e sulle uscite master. Il TL Audio è stato pensato principalmente come otto strip-channel. Infatti, il suono che esce dalle “direct – out” dei canali compete per silenziosità e bontà sonora con i migliori “outboard” presenti sul mercato. In uno studio di registrazione professionale può diventare il cuore analogico della ripresa, collegandolo con un frustino agli otto ingessi A/D del registratore digitale o scheda di registrazione e può condizionare positivamente il segnale di qualsiasi sorgente sonora. In questo modo si da ai banchi digitali soltanto la responsabilità del mix-down, sfruttando così la grande capacità di gestione, automazione e memorizzazione dei freddi, ma comodissimi mixer digitali.

TL A. M-3 da vicino:

La lamiera è spessa circa tre millimetri ed è vestita in superficie di uno manto di vernice blu, (Fig.2) dove spiccano meravigliosamente i vari segmenti, linee di confine, simboli e valori numerici di colore bianco. Sulla sezione del canale, scrutando dall’alto verso il basso si trovano: il controllo del “gain” con “range” da +16 a + 60 dB, il selettore per i segnali microfonici o quelli di linea (molto utile per gestire ed accettare in maniera pulita senza il minimo di distorsione in ingresso i vari segnali provenienti dai differenti strumenti elettronici ottimizzati in ingresso dal potenziometro rotativo dell’input gain sopra citato), lo switch per “phase revers” che serve ad invertire la fase del segnale d’ingresso facendola ruotare di 180 gradi (questa operazione è utile quando si opera con più di un microfono in fase di registrazione). Un trucco per verificare se esiste un errore di “fase” in una registrazione multimicrofonica è ascoltare il programma in mono. In questo modo se il livello master scende notevolmente ci sono seri problemi di fase.

Viceversa, se il segnale rimane simile a quello stereo o addirittura superiore significa che i segnali hanno una buona coerenza di fase fornendo così anche un’ottima mono compatibilità. In quest’epoca ricca di sofisticatissimi ascolti stereofonici e multicanali (surround), esiste purtroppo ancora una vasta diffusione monofonica presente in quasi tutte le reti televisive della nostra nazione per non parlare di quelli radiofonici. Il filtro passa alto (12 dB per ottava) a 90 Hz è l’ideale per rimuovere frequenze basse dannose dal segnale d’ingresso ed è utile per una corretta gestione dell’effetto prossimità dei microfoni direzionali e in particolare quelli a condensatore in fase di registrazione della voce. Il filtro diventa un autentico “anti rumble” (termine inglese onomatopeico) in tutte quelle riprese dove la sorgente da registrare tipo chitarra, violino e vari strumenti a fiato e percussivi esprimono il loro carattere timbrico ben al di sopra dei 90 Hz; ricordando che la totalità dei microfoni a condensatore e non, economici o costosi, possiedono al di là della loro linearità una completa risposta in frequenza. Il filtro è comunque “bypassabile”, per un’immediata comparazione, mediante lo “switch” per attivare o disattivare la sezione EQ. L’attivazione è monitorata da un piccolo led adiacente verde; anche in questo caso è utile la comparazione tra segnale equalizzato e quello flat .

Il Channel  Strip:

L’equalizzatore è formato da quattro bande dal basso verso l’alto dove sono collocati: il potenziometro rotativo che regola da + – 15 dB le basse frequenze shelving a 80Hz, un semiparametrico “peacking” sulle medio basse, un altro sulle medio alte e infine un filtro “shelving” sulle alte posizionato a 12 Khz (Fig.6). A che cosa è utile un EQ o, meglio dire, un filtro lascio alla vostra immaginazione, anche perché non ci sarebbe spazio a sufficienza in questa prova per parlarne, ma ci limiteremo semplicemente, per questa volta, a descriverne le caratteristiche timbriche. Ogni canale è anche equipaggiato con 2 “aux sends”. Il primo è selezionabile tramite “switch” in pre o post “channel”, mentre il secondo è fissato soltanto nella modalità post channel. La soluzione pre channel è preferibile quando bisogna gestire una linea di monitoraggio perché fornisce una completa indipendenza dei volumi. Può essere utilizzata anche in maniera creativa insieme ad un dsp. Esempio: abbassando il fader di canale e mantenendo aperta l’uscita aux in pre sullo stesso canale si ottiene soltanto il segnale processato che può essere utile in un particolare arrangiamento o come effetto speciale. Subito dopo l’aux send troviamo il controllo del pan, un potenziometro che ha il compito di posizionare nel panorama stereo la sorgente, ad un determinato punto, facoltativamente da un lato estremo all’altro. È chiaro che una corretta gestione di questa funzione insieme ad un giusto filtraggio e volume di un segnale, può contribuire notevolmente alla riuscita del missaggio finale, anche in un articolatissimo programma sonoro. Il Tubetracker ha il pulsante switch del mute con relativo led di colore rosso che si accende ogni qual volta il mute è attivo e un utilissimo switch per attivare la funzione PFL (“pre fade listen”). Anche in questo caso quando il tasto viene premuto si accende il relativo led rosso sul canale selezionato. La funzione può servire a monitorare l’ascolto in cuffia per verificare la presenza di un segnale anche a fader abbassato oppure a controllarne il livello in ingresso mediante i generosi metering analogici sulla sezione master. Il channel fader possiede un’escursione da 100 millimetri fornendo alla massima posizione +10 Db di gain. Forse sarà inutile dire che al di là del segnale d’ingresso e di come può essere trattato, la quantità di segnale da spedire allo stereo master è opera soltanto di quest’ultimo importantissimo componente.A completare la sezione del canale vi sono in prossimità dell’altezza massima del fader, precisamente sulla destra, due led, uno giallo e l’altro rosso, rispettivamente il “drive” e il “peack level”. Il led del drive si accende gradualmente ogni qual volta il livello d’ingresso si incrementa al di sopra di +6 dBu fino a +16 dBu fornendo al suono un carattere tipicamente valvolare arricchendo armonicamente e quindi riscaldando il segnale da inviare ai registratori digitali. Il led del “peak” si accende per avvisarci che il segnale sta per distorcere; comincia ad accendersi quando tocca la soglia di + 21 dBu. Se scegliamo di prelevare il segnale dalla “direct out” abbiamo a disposizione altri 5 dB di “headroom”. Completata la descrizione del canale, passiamo a quella della sezione master.

Sezione Master:

La sezione master è formata da favolosi metering di forma circolare analogici a bobina in stile vintage (Fig.5). Essi possono monitorare: il segnale stereo in uscita, il “PFL” presente in varie sezioni del mixer (quando viene azionato) e il segnale dei “2 T return” quando selezionato sulla sezione monitor. Sotto i due “meter” vi è una coppia di “led peak” che operano sul segnale stereo e si accendono quando siamo alla soglia dei + 21 Dbu con una tolleranza di + 5 Db di headroom. Equidistanti fra questi due led c’è il “led power” che indica l’accensione del mixer. Subito sotto si trova un “metering digitale” più due controlli, uno che serve a selezionare il tipo di quantizzazione in bit e l’altro per scegliere la frequenza di campionamento. Ricordiamo che la scheda di conversione A/D è opzionale, ma la casa costruttrice ha voluto fornire al mixer l’hardware per la gestione e il controllo di questa conversione. La “phantom power” una volta azionata è attiva contemporaneamente su tutti e otto i canali, non essendoci un switch individuale su ogni canale. I master “aux sends” sono completi del pulsante per il controllo del pfl con relativo led. I due “ritorni aux” insieme al potenziometrodel balance sono sempre correlati dallo switch pfl e led. La sezione monitor è formata da due potenziometri rotativi, uno che gestisce il volume da indirizzare ad una coppia di monitor e l’altro il pfl “balance level”. Sempre nella sezione monitor ci sono, inoltre, lo switch “2 T return” utilissimo quando si vuole sentire il ritorno da uno stereo master, come un dat o un CD recorder, etc. Guardando verso destra scopriamo l’uscita per le cuffie; il segnale di quest’uscita viene gestito dai potenziometri della sezione master monitor. Infine, troviamo un singolo fader da 100 millimetri che controlla il volume d’uscita dello stereo mixer. Non possiamo certo con un solo fader decidere a valle dei segnali, le differenze di livello del canale destro e di quello sinistro dell’uscita master; però su un eventuale “fade in” o “fade out” si ottiene con il singolo fader un’accuratezza ed una precisione massima. Vi mostro con l’immagine il generoso pannello posteriore con i relativi connettori d’ingresso e d’uscita dei segnali, switches per la calibratura, etc (Fig.6).

TL A. sotto torchio:

Dopo questa lunga descrizione passiamo dunque alla prova pratica di questo promettente mixer. Una volta collegata la PSU al banco ho inserito il cavo di alimentazione alla rete. Una bellissima luce ambra illumina i due meter della sezione master a forma di oblò. La prima prova è stata molto semplice da realizzare perché ho collegato le uscite di un discreto lettore CD agli ingressi linea dei primi due canali del mixer, selezionando l’apposito switch. Ho monitorato il segnale d’ ingresso con il “pfl” ottimizzandolo a “0” dB tramite il potenziometro rotativo input gain. Dopo ho estremizzato i controlli di pan a sinistra e a destra per un ascolto stereofonico standard. Ho posizionato il master verso i tre quarti della sua corsa e con i fader dei canali ancora abbassati ho controllato se c’erano problemi evidenti di diafonia. Assolutamente no, silenziosissimo. Sono passato all’ascolto di alcuni brani di Fabio Concato abbastanza vecchiotti come: “Guido piano”, “Rosalina” e “Sexy tango”. La qualità della registrazione su questo CD è davvero datata, appena sufficiente e non rimasterizzata. Devo dire però con piacevole sorpresa che il mixer è riuscito a fornire un audio generale gradevolissimo, fornendo una impressionante apertura stereo. Voglio precisare che per tutta la prova l’equalizzatore non è stato coinvolto. Eccezionale!

Voce maschile e femminile:

Ho scomodato per questa prova un fantastico Neumann U87ai (Fig.7), un microfonoche non ha certo bisogno di presentazioni. Chiedendo al cantante di fornire varie pressioni dinamiche ho ottimizzato il guadagno d’ingresso facendo di tanto in tanto lampeggiare il led giallo del drive sopra spiegato.Per questa prova ho prelevato il segnale dalla “direct out “del canale direttamente dai convertitori AD della scheda audio RME Fireface 800. Sempre senza attivare l’equalizzatore, ho notato che lo stadio di preamplificazione è davvero silenzioso; si ascolta il suono e basta, con una buona headroom, restituendo fedeltà sia riguardante il carattere del microfono sempre caldo e sensibile, sia per il timbro della voce in generale. L’azione della valvola è davvero discreta, mai invadente, tutto quello che ci si può aspettare da un ottimo channel strip esistente in commercio. Ho sentito in questo caso il bisogno di azionare il filtro HP (passa alti) e di aprire di circa due dB le alte shelving, anche perché la cabina di ripresa non è di quelle molto riflettenti; l’U87 di per se è già caldo ed infine la voce maschile in questione si esprime nel range di un registro baritono, facendo un buon uso dei propri risonatori. Quello che conta in ogni caso è il risultato e grazie alle varie possibilità che offre questo mixer non ci vuole molto a raggiungerlo condizionandolo in positivo. Il brano che ha eseguito la cantante è in lingua inglese, come il manuale del nostro mixer. Facendo tutte le operazioni di “routing” per la taratura dei livelli, diciamo subito che anche in questo caso non c’è stato un minimo d’asprezza o sporcizia musicale: il segnale è stato sempre dettagliato, corposo e trasparente. In questo caso non è stato necessario intervenire con l’equalizzatore tranne che per il filtro “low cut”.  Buona anche questa prova.

Chitarra acustica:

Per questo tipo di ripresa ho utilizzato una tecnica bi-microfonica con due AKG 414 ULS, posizionati in maniera standard, uno a destra l’altro a sinistra dello strumento. Subito ho notato una meravigliosa apertura stereofonica senza zone d’ombra. Il suono della chitarra in generale è risultato ricco e dettagliato fornendo una buona velocità ai transienti in esecuzioni ritmiche e in arpeggi. Di conseguenza ho sentito l’esigenza di azionare non solo il filtro HP, ma anche la sezione EQ operando: -2 dB sulla sezione bassi shelving, -2 dB sulle medio basse intorno ai 400 Hz ed ancora -2dB sulle medio alte, intorno ai 2 HKz. La sensazione con questo banco è che c’è più bisogno di togliere, che di aggiungere. Mica male!

Basso elettrico in diretta:

Per questa prova mi sono servito di due tipi di bassi elettrici, uno con circuitazione passiva e l’altro con quella attiva. Quello passivo è stato giustamente collegato ad una D.I. box attiva, per interfacciarlo correttamente all’ingresso microfonico del canale, mentre quello attivo è stato collegato direttamente sull’ingresso linea del canale. In tutti e due i casi veniva fuori la differenza sostanziale tra questi due strumenti e per quello che riguarda l’ascolto è bastato soltanto alzare il fader di canale per raggiungere un risultato di livello professionale. Un’altra volta è stato meglio togliere che aggiungere, intervenendo con la sezione equalizzazione senza azionare però il filtro low cut.

Live Trio jazz:

Per questo tipo di prova ho occupato quattro canali per la batteria, un canale per il contrabasso e due microfoni per il pianoforte a mezza coda. Non mi dilungo nella spiegazione sul tipo di regolazione impostate, anche perché tutto è in relazione al tipo di microfono utilizzato, allo strumento, allo strumentista ed infine, non meno importante, al luogo che ospita la performance. Sicuramente vi parlerò di quello che è successo. Il mixer ha fatto subito colpo su tutti i musicisti già a livello estetico. Ma passiamo ora alla cosa più importante: la prova. Diciamo subito che il mixer è riuscito a riprodurre un sound di altissimo livello senza nulla togliere alla bravura degli esecutori principali. Sulla batteria ha risposto in maniera morbida e veloce su tutta l’elevata gamma di pressione e di frequenze tipica di questo strumento. Dalla rotondità della cassa e la botta dei tom, alla coerenza di fase del rullante e la setosità dei piatti, ha mantenuto sempre un suono pulito con un ottimo headroom. Per quel che concerne il contrabasso ho ottenuto lo stesso positivo risultato, bassi morbidi e rotondi con i medio alti prodotti dalle corde sul manico veloce e definiti. È quasi d’obbligo descrivere il tipo di microfonatura utilizzata per il pianoforte, per il semplice fatto che è determinate ai fini dell’ascolto. Ho utilizzato due microfoni abbastanza diffusi a diaframma stretto in una configurazione X Y (stereofonia coincidente). Li ho inclinati a 45 gradi sulle corde posizionando l’asta al centro del pianoforte. In questa situazione l’obbiettivo è stato quello di catturare quanto più possibile il suono diretto cercando di limitare il “cross-talk” (infiltrazioni) prodotti dagli altri strumenti. Il suono in registrazione è stato quello che mi ero prefissato di raggiungere e ciò può spiegare la grande possibilità di gestione che questo mixer offre.

Utilizzo dei DSP:

Un’altra prova che ho voluto realizzare è stata la gestione dei DSP con i controlli aux sends. Nel settaggio post ho collegato due processori, un Lexicon PCM 91 (Fig.8) e un TC M5000. Ho fatto partire delle tracce dry dal multipista digitale contenti voce, chitarra e quartetto d’archi. Ottimizzando il rapporto tra l’ingresso e i ritorni aux con le macchine Fx, ho notato una grande silenziosità. Sul Lexicon ho utilizzato il preset “Concert Hall” mentre sul TC un “Chorus”. Il riverbero è stato distribuito su tutta l’ensemble, mentre un poco di chorus è stato messo sulla chitarra e sul quartetto. La sensazione ricevuta è stata quella di trovarsi a cospetto di un ascolto importante dotato di grande classe e nobiltà e restituendo una veritiera tridimensionalità con delle code di riverbero d’ottima grana sonora. Non c’è che dire. Stupendo!

Conclusioni:

Mi sarebbe piaciuto poter testare anche la qualità di conversione della scheda digitale opzionale digitale, ma purtroppo non è stato possibile. Ad ogni modo un paio di nei li ho riscontrati. Uno è l’assenza dei sub master con la relativa assegnazione dei canali, molto utili quando si vuole raggruppare, per esempio, più voci coriste, una piccola sezione d’archi oppure una batteria. Avrei gradito inserire sull’insert dei sub master due canali di buona compressione per uniformare le dinamiche troppo scollate. Il secondo neo è l’assenza del doppio fader nella sezione master L – R. È pur vero che nel caso di un singolo master fader si può avere più accuratezza sui fades, ma la cosa è comunque risolvibile facendosi aiutare da un’accoppiatore di faders, qualora ce ne fossero stati due. Penso che per un hardware così importante qualsiasi utente debba sempre avere la piena libertà di scelta e poter sfruttare tutte le possibilità offerte dalla strumentazione a disposizione, in particolare quando sono di livello professionale, a cominciare dal loro prezzo. Certamente questo è un mixer di ottima fattura e qualità e diciamo pure che il costo è proporzionato alla sua caratura. Sicuramente non è per tutte le tasche, però facendo due conti si può dire che, se per esigenze lavorative avessi bisogno di otto pre amp mic ed altrettanti equalizzatori della stessa qualità che questo mixer offre, quale sarebbe stata la mia spesa? Domanda retorica perché già conosco la risposta, cioè più del doppio. L’unico vantaggio di avere otto outboard separati sta  proprio nel fatto che sono separati. Se oggi ho bisogno solo di due canali per una ripresa esterna porterò con me soltanto una o due unità senza altri ingombri. Ma quanto ci sarebbero costati otto outboard di questa qualità separati? Sicuramente più del doppio. Fate quindi le vostre valutazioni. Questo è un mixer non versatilissimo, pensato principalmente per collegarlo dalle direct out di canale direttamente alle tracce di qualsiasi multipista digitale, per diventare un “upgrade” in un qualsiasi studio, da affiancare alle consolle digitali o essere usato come una consolle di missaggio di piccole ma importanti produzioni completandolo magari con degli ottimi DSP e processori di dinamica non presenti fortunatamente nel banco. Un altro aspetto più che positivo è l’esperienza tattile con la sua componentistica. I fader e le manopole rotative vanno come il burro dotate di un meraviglioso frizionamento e offrendo sempre un’escursione generosa e uniforme su tutti i punti della corsa, senza avvertire, anche concentrandosi al massimo, differenze fra di essi. Mi sono dovuto ricredere su questo prodotto. La progettazione ibrida di questo strumento ha fatto si che il segnale in uscita fosse molto equilibrato e con una bella sonorità calda e omogenea, senza dare un carattere troppo predominante al suono, cosa che ne permetterà l’utilizzo per svariati tipi di produzione.

(Italiano) Waves MaxxBCL – Processore Hardware


Che cosa è il MaxxBCL? Un’ evoluzione Hardware dei prodotti già esistenti della Waves oppure un costoso ibrido creato solo per “spillare” a noi poveri utenti che cerchiamo sempre strumenti nuovi per migliorare i nostri prodotti audio? Per questo test non mi sono fatto prestare lo strumento dall’ importatore, ma sono andato a provarlo direttamente in un noto studio di Mastering nell’ interland napoletano che mi ha lasciato per una decina di giorni a disposizione la sua struttura e perfino l’automobile….

In un mondo che tiene sempre più conto della velocità con cui si realizza un prodotto, facendo largo uso dell’automazione, del virtuale, dei plug-in, e dei DSP opzionali per accelerare la velocità di calcolo del computer, ci sono ancora dei superstiti, i quali ancora credono che un buon analogico o un buon ibrido, come in questo caso, possano dare al nostro suono una tavolozza di colori più ricca di sfumature rispetto ad un sistema integrato tutto all’interno del computer. Sicuramente il punto di forza di tali sistemi non è la grande quantità e qualità di sfumature che si possono operare sul suono. Ho avuto qualche anno fa la fortuna di poter apprezzare anche i prodotti della Waves, nel mio piccolo studio di Mastering per conto terzi, utilizzando un PC (vi prego a voi puritani del Mac di non storcere il naso…) una scheda audio RME 9652 ed un convertitore RME AD 96, una scheda Mykerinos della Merging Tecnologies, una serie di plug della Waves originali costati poco meno di 2 milioni del vecchio conio, un compressore  Millennia modello Twincomp TCL 2, due coppie di casse (B&W modello Nautilus 805 e le Dynaudio modello AIR 10). Pensavo di avere un ottimo studio, certamente non paragonabile al Nautilus, o al Metropolis di Londra ma riuscivo ad ottenere un ottimo prodotto in quanto, a differenza di studi più blasonati, avevo un piccolo punta di forza: il tempo. Un giorno, mi fu proposto di provare L2 hardware della Waves. Non avevo alcuna intenzione di comprarlo e asserivo che con i miei strumenti potevo far a meno di questo outboard, in quanto gli algoritmi del software e dell’hardware in mio possesso erano gli stessi e che ciò che faceva la differenza era solo il convertitore; affermavo che, se avessi voluto investire di più, mi sarebbe bastato sostituire o aggiungere un nuovo convertitore al mio setup. Dopo un po’ mi fu fornito in prova per un mese l’ “L2”… Mi sono dovuto ricredere, c’era un abisso e dopo un mese ho venduto la mia vecchia Master Akay, il Roland MKS 70 con il PG 800 e con poco più di un milione di differenza ho fatto questo nuovo acquisto. Adesso dopo circa 4 anni la Waves mette in catalogo l’evoluzione dell’ L2, che fare? Vendere il mio strumento prima che svaluti come un telefonino oppure vedere se non è solo una macchina vecchia con un look rinnovato? Prima di tutto mi scarico il manuale in Pdf e qui inizia la mia prima delusione, sembra che questa volta la Waves abbia fatto un buco nell’ acqua, non si sia inventata niente, abbia solo riunito in un una outboard 3 dei suoi prodotti di punta, l’esaltatore di basse frequenze Maxx Bass di seconda generazione, il compressore C1 e infine e l’enfatizzatore L2. Non trovo neppure un trafiletto che mi fa sperare che il compressore sia multibanda come il C4, che delusione, ma io sono testardo, voglio sentirlo e provarlo.

MaxxBCL Interfaccia utente lato frontale:

Il MaxxBCL si presenta in formato rack di 2 unità di colore nero (Fig.1) con un controllo globale (Fig. 2) mediante led luminosi, dove si possono visualizzare il sample rate, la sorgente sonora selezionata in ingresso (analogica o digitale), la sorgente di sync e la quantizzazione. E’ presente una sezione per memorizzare fino a 4 preset (Fig.2-2), un controllo mediante led del segnale d’ingresso (Fig.2-3), 2controlli rotativi (left e right) a scatto per tarare il segnale analogico d’ingresso (Fig. 2-4), una sezione di parametri dedicata solo al compressore (C1) (Fig.2- 5), i tasti per la selezione delle modalità Bypass, Opto/Electro, controlli di Threshold, Ratio e Attack, la funzione proprietaria ARC AutomaticRelease Control, il gain automatico ed infine uno switches per la commutazione dei due processori Comp-Bass oppure Bass-Comp. Proseguendo sulla destra troviamo una sezione di parametri dedicata solo al MaxxBass di seconda generazione (Fig.2-6), la cui frequenza è regolabile da 25Hz a 120Hz con una percentuale di mixaggio delle armoniche dallo 0 al 100%. E’ presente, inoltre, un filtro Passa-alto con opzione “solo armoniche”. Infine troviamo una sezione di parametri dedicati al Limiter, con threshold regolabile (Fig.2-7), un tasto di Bypass e uno per il link, un celling di uscita regolabile ed un controllo mediante led luminosi del segnale di uscita. (Fig. 2-8).

MaxxBCL Interfaccia utente lato posteriore: (Fig.3) Connessione per il cavo di alimentazione con controllo di voltaggio selezionabile (Fig 4-1), Word clock provvisto di interfaccia di sincronizzazione (Fig.4-2), una sezione per i vari tipi di ingressi digitali, ottici, spdif, e coassiali, con un interruttore per passare dal sistema ottico a quello coassiale (Fig.4-3) ed infine una sezione che riguarda tutti i tipi di ingressi e le uscite analogiche con relativi switch (Fig.4-4). Sfortunatamente non è possibile sfruttare le uscite simultaneamente: sarebbe stato comodo mandare le due uscite canon bilanciate nel master e le due uscite Jack alle casse monitor.

Compressore: I processori dinamici della Waves sono tra i più appezzato dai fonici. Essi possono agire selettivamente su bande di frequenza definibili dando una precisione altamente tecnica in special modo a livello correttivo, ideale in fase di mixaggio (Fig.5). La funzione hardware sul MaxxBCL, a differenza del software, non ha la possibilità di scegliere un range di frequenze da utilizzare contemporaneamente funzioni di compressore/expander/gate solo sulle bande selezionate, oppure di funzionare come il C4 che è un compressore multibanda. La qualità del suono è veramente ottima sia se utilizza in modalità opto che electro e la gestione dei parametri è semplice e immediata.

Maxx Bass sulle basse frequenze: Perchè mettere un esaltatore di basse frequenze (Fig. 6) che definiscono “di seconda generazione” e non mettere invece un buon EQ Parametrico? La versione del software è molto potente e agisce veramente bene, permettendo di ricreare la parte audio nelle sue frequenze più basse senza in realtà modificare le armoniche in quella fascia. Addirittura dà la sensazione di udire frequenze basse, che normalmente le dimensioni del cono non permetterebbero di riprodurre in quanto non arrivano a quella banda passante. Come sarà la versione Hardware? Io ho già provato in precedenza il MaxxBass 101 e sinceramente non mi aveva fatto impazzire per un uso da studio, anzi ho preferito in questo caso utilizzare il software Renaissance  Bass sempre della Waves.Tuttavia l’ho trovato ottimo per l’utilizzo live, anche su sistemi di amplificazioni di fasce alte. Ad ogni modo, sul manuale si parla di seconda generazione, forse la componentistica sarà migliorata e questa sezione suonerà più presente e senza “sporcizia”? Ebbene si! Dopo svariate prove, mi accorgo che finalmente questa sezione è veramente utilissima, per molte applicazione e, anche se non ho molti parametri su cui “giocare”, non mi fa rimpiangere la mancanza di un EQ e posso fare a meno di accendere il computer sotto questo caldo torrido.

L2 Ultramaximizer Peak Limiter:

Lo strumento non presenta tutti i comandi su cui agire come l’L2 hardware, ma l’algoritmo di massimizzazione del suono processato è identico: si nota immediatamente la straordinaria trasparenza del suono anche al top della massimizzazione del segnale (Fig. 7). Anche in questo caso l’hardware supera il software.


MaxxBCL sotto torchio Prima prova: il“live”

Fortunatamente siamo in estate, non solo periodo di sole e sabbia, ma anche di concerti; mi sono recato con il MaxxBCL sotto braccio ad un concerto dove il fonico stava iniziando il sound check ad un’orchestra stile Big Band. Per coerenza d’informazione diciamo subito che l’impianto era composto da 8 sistemi Nexo PS 15 + LF 1200(sub) completi di controller e pilotati da ottimi amplificatori QSC serie PL, ed un mixer Yamaha M3500. Collegando il MaxxBCL sul main insert , il fonico mi spiegava di non amare più di tanto l’utilizzo di outboards digitali in una catena audio analogica perché, diceva: “potrebbero trasformarsi in un vero e proprio tallone di Achille a causa della loro qualità di conversione AD/DA”.Tra una chiacchierata e l’altra è stato ultimato il soundcheck lasciando la nostra macchina in Bypass e stabilendo di comune accordo di non usare alcun processore di dinamica del service per poter meglio testare la capacità ed il carattere del MaxxBCL. Sugli ultimi ritocchi del missaggio, abbastanza complesso, ho ottimizzato il livello d’ingresso e, rimanendo in Bypass, ho impostato la soglia (threshold) a meno 12 Db, un rapporto di compressione (Ratio) 2:0 con attacco medio (ricordiamo che il release è automatico). Stiamo ovviamente parlando della sezione “ Compressore”. Con l’indice della mano destra pronto sul quadratino illuminato del Bypass! Scambio di sguardi e sorrisi di soddisfazione, compressione “fantasma”, davvero trasparente in particolare nel modo Opto. Perfino l’impeto pettegolo delle 5 trombe è stato sufficientemente controllato. Il fonico contento, gli ascoltatori non si coprono le orecchie e l’impianto è salvo. Conclusione finale del fonico: andiamo al bar a gustare uno shaekerato alla nocciola che qui siamo di troppo!!!

Seconda prova: “piano bar professionale”.

Sono stato a trovare due carissimi amici, due bravi professionisti di disco bar inseriti in un ottimo giro lavorativo sul tutto il territorio nazionale. Mi racconta Francesco (pianista cantante) che l’esigenza di un impianto potente e poco ingombrante è, per il suo lavoro, determinante.Per quello che riguarda l’emissione della sezione medio bassa, media, medio alta e alta, anche con un discreto impianto si riesce ad ottenere un buon risultato, mentre si soffre con la sezione bassa, sempre poco avvolgente e quindi non coinvolgente. Ho collegato il MaxxBCL sul Main Insert del mixer (Mackie Cr16/04 Vlz Pro), collegato a sua volta su un finale Lab Groupen e diffusori Martin modello F12. Sguardo sul nostro apparecchio in particolare sulla zona del MAxxBASS: girando verso destra la generosa manopola ed esagerando (a manetta) portiamo il valore di “Intensità” da 0 a 100 con il filtro HP disinserito e, gira che ti rigira, ci siamo ritrovati a girare in tutta la sala in cerca di un sub nascosto. Abbiamo un poco esagerato, ma questo algoritmo che agisce a livello psicoacustico è davvero evidente e morbidamente efficace fornendo, in più, anche un’ottima compatibilità mono. Inoltre ho settato anche la sezione che ricalca il famoso Loudness Maxxmizer L2 guadagnando con il Treshold e fissando il livello di picco massimo. Si è notato subito un aumento della densità ed una trasparente limitazione, unita a quella plasticità tipica dei dischi definitivi con tanto di Mastering. A questo punto bisognerebbe fare molta attenzione ai sospetti e alle accuse di una esibizione in Playback…

Terza prova: “studio di registrazione”.

A proposito di dischi, sempre con il MaxxBCL sotto braccio ci rechiamo in un recording studio, voce maschile calda come il “soul” in un microfono Neumann modello TLM 103 con cavo Mogami collegato al Pre amp. Millennia Media HV 3, direttamente ai convertitori A/D del MaxxBCL, uscita AES/EBU al registratore multipista Tascam MX 2424 con risoluzione 24 bit/96 Kz, uscita D/A del registratore sul mixer valvolare MB3 della TLA Audio con monitoraggio Genelec 1031 e KRK mod. V88. La conversione del MaxxBCL si è dimostrata davvero impeccabile, dettagliata, di qualità chiaramente professionale. I ripresa, spesso, conviene utilizzare, oltre la conversione, anche il limiter L2,in modo da ottenere un ottimo Headroom di traccia(il tutto usato sempre con parsimonia) e riuscendo a contenere l’eccessivo impeto dell’esecutore di turno. L’ottimizzazione delle tracce potrebbe avvenire anche dopo la ripresa, uscendo dalla registrazione in digitale, entrando nel MaxxBCL e rispedendola (sempre i digitale) al multipista, guadagnando in intensità ed al tempo stesso ottimizzando la gamma dinamica, traccia per traccia, in modo che in fase di mixaggio sarà sufficiente alzare i faders per stabilire un buon equilibrio dell’intero mix. Un altro possibile utilizzo in fase di mix è quello di raggruppare su due sub-master la batteria, percussioni e basso, utilizzando lasezione del compressore, guadagnando così in punch e controllo dinamico, oppure anche sull’intero mix facendo cautela nei settaggi.

Quarta prova: “Mastering”.

L’ultima prova è stata fatta in fase di Mastering, su di una cover poco rielaborata degli Incognito con voce femminile, ripresa e mixata malissimo e con una qualità generale da MP3 (pessima). Già alla partenza del brano ho subito notato poca profondità sullo spettro grave ed un registo medio acuto aspro e vecchio: Dopo circa 40 secondi inizia il canto e la voce si distacca dal mix inmaniera a tratti scollata e fastidiosa. Collegato il MaxxBCL ho cominciato a ridefinire i bassi con il favoloso EQ psicoacustico, impostando il valore intesity a 50, poi inserendo il filtro HP ho effettuato un “anti-Rumble” spazzolando fino a 45 Hz. Subito la differenza è saltata fuori . Infine, ho impostato il compressore sui valori bassi di “Ratio” ed il “Treshold”  intorno a – 15 dB, con un attacco velocissimo. Così facendo sono riuscito a contenere la voce nel MIX senza schiacciare troppo l’intero brano. Per concludere sono passato alla sezione L2 per riguadagnare i dB persi in precedenza con la compressione. Il livello qualitativo generale del brano è migliorato notevolmente, tanto da poter rientrare in uno standard di commercializzazione.

Conclusioni:

Quello che viene fuori da queste prove e che sicuramente mi trovo di fronte ad una macchina molto versatile, da poter portare in giro senza l’ausilio di computer con una notevole potenzialità in senso correttivo. Possiamo affermare cheil MaxxBCL ha superato brillantemente tutte le prove affrontate, creando sempre una giusta modifica del materiale audio processato. lo strumento ha un costo abbastanza elevato, ma adeguato a quello che offre il mercato. L’unica nota dolente, per chi possiede un masterizzatore professionale a 24 bit 192 Khz, è l’impossibilità di poterlo sfruttare al massimo per creare un Super Master. Mi sarebbe piaciuto molto se fosse stato implementato anche un compressore multibanda per sfruttare al meglio le possibilità, al fine di ottnere un Mastering professionale senza dover per forza usare  altri outboard.

INFORMAZIONI UTILI:

Produttore: Waves

Modello: MaxxBCL

Website: www.waves.com

Distributore: www.midimusic.it

Prezzo: 2.500 + IVA

Articolo pubblicato sulla rivista CM2 Magazine.