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Compressore centrale e limiter spenti - Native Instruments Stems: come funziona e consigli pratici
Compressore centrale e limiter spenti

Native Instruments Stems: come funziona e consigli pratici

 

La prima cosa che mi viene in mente pensando al nuovo formato di Native Instruments è che sono loro davvero grato, perché questo modo di vendere i files renderà istituzionale l’attitudine ad andare in mastering con almeno 4 gruppi separati, il che costituisce una enorme spinta qualitativa per l’ottimizzazione di materiale ad alto contenuto di loudness.

 

Stems
Stems

La seconda cosa che mi viene in mente, è una considerazione abbastanza articolata di cui parlerò dopo aver descritto come funziona stem e il suo compilatore.

Il formato Stem è un file che contiene una Track divisa in 4 flussi separati (stereo), ognuno di essi contente uno “stem”, ovvero un insieme coordinato di tracce audio, come la “drum” o tutti i “samples” o il basso oppure l’insieme delle voci. Il file si compila tramite un software gratuito; a questo link possiamo vedere un video tutorial di Native Instruments Native Instruments (link al video è il tutorial per crearli) che andremo brevemente a riassumere per i non anglofoni.
La caratteristica di questo formato, davvero importante, è che la sua codifica non è coperta da copyright e ognuno può farla da solo utilizzando questo “tool“. Stem puo’ essere codificato a “perdita” come mp4 a 256 kbps con codifica AAC, VBR (bit rate variabile) con l’estensione .stem.mp4 e quindi gestito come un normale mp3, ma anche in formato “senza perdita” con codifica ALAC (apple lossless audio codec) il chè non lo rende solo appannaggio di Apple essendo l’ALAC supportato da Windows 10.

Stem in verità contiene 5 flussi stereo;

il primo, che viene, categoricamente, sempre assegnato al primo “slot” del compilatore (che possiamo vedere nella figura numero uno) è la versione miscelata degli stem, il mastering stereo vero e proprio, ed è in quello “slot” specifico per permettere a software come itunes o altri, che non leggono il multitraccia, di riprodurre il file. Gli altri 4 “slot” possono contenere qualsiasi materiale scelto dal produttore. Nell’esempio di un classico pezzo di house music, il primo slot conterrà la versione completa, il secondo la “drum“, il terzo il basso, il quarto tutti i synth e il quinto “slot” tutto il gruppo delle voci. In ogni caso le tracce contenute in Stem rimarranno in maniera irreversibile in sincronizzazione. Agli Stems possono essere assegnati dei colori e dei nomi che verranno poi riportati nella versione finale multitraccia venduta negli “stores”, insieme a tutta la sezione dei “tag” ovvero il nome della traccia, l’artista, l”immagine dell’icona, l’anno e così via.

Stem creator
Stem creator
 
Nella sezione inferiore del compilatore troviamo forse i”settings” più importanti, che sono quelli relativi alla compressione e al limiting del multitraccia (che ovviamente non vengono riapplicati anche al mastering stereo). Queste impostazioni, relative alla compressione e al limiting, NON vengono renderizzate sul multitraccia, ma i loro parametri (il cui effetto possiamo ascoltare sempre attraverso il compilatore) vengono salvati insieme ai “tag” per essere poi riapplicati dal compressore/limiter di tracktor o software equivalente capace di leggere il multitraccia.

E’ arrivato il momento di parlare del famoso secondo pensiero che mi veniva in mente all’inizio dell’articolo. Chiunque abbia confidenza con la gestione degli stem post mastering si sarà reso conto che c’è qualcosa che non quadra e questo qualcosa diventa lampante quando nel video sopra “linkato”, il tecnico di Native Instruments enuncia la procedura ideale per compilare gli stems.

Lo stem post mastering viene utilizzato per diverse ragioni che vanno dal semplice back up, alla necessità di certi artisti di avere le strumentali dei brani, necessarie nelle “performances” oppure delle parti singole ad uso e consumo dei “remixers”. Quando si gestiscono questi files ci si comincia a rendere conto che il peso del mastering (inteso come la somma di tutte le sue “gain reductions”), trasforma in maniera drastica il contenuto degli stems quando non vengono processati contemporaneamente. Per fare un esempio molto semplice, quando processo un mastering formato da 5 stems, la “gain reduction” dei compressori e dei limiters, lavora in maniera adeguata, solo con la presenza di bassi medi e alti contenuti nella totalità del mix; spegnendo la “drum” , il basso e i synth, la voce ad esempio subirà un processo totalmente diverso da quello che ha nel mastering originale, che non solo ne aumenta il volume in maniera incontrollata, appiattendo completamente quel minimo di dinamica che le avevamo lasciato, ma anche alterando l’equilibrio con il resto delle tracce e introducendo molta più distorsione armonica.

Nell’esempio fatto dal tecnico di Native Instruments, si scopre che la somma dei suoi stems supera abbondantemente lo zero, il che ci dà la certezza che i suoi stems siano stati esportati lasciando inalterato il mastering che era stato utilizzato per la traccia completa.
Ora, per dirla nella lingua madre “ognuno po’ fra chell’ che o pass p’a capa” (ognuno può fare quello che la testa gli suggerisce) specialmente in questo ambito in cui non è la scienza a dettare i canoni delle procedure di lavoro ma i microcosmi costituiti dalle varie abitudini legate al sound di un genere di musica o all’altro. Ma il problema evidente che si manifesta nella procedura suggerita da Native Instruments è che non solo le tracce stem risulteranno più compresse e sature, ma il loro equilibro di “volume” sarà sicuramente compromesso, e applicheremo uno stadio in più di limiting/compression, non previsto nel master originale. (Native Instruments specifica sul suo sito web, nella scheda relativa a stems, che non è stato ancora standardizzato alcun tipo di processo di mastering, Questo articolo non vuole essere alcun tipo di appunto al loro operato.)

Dal video di presentazione si evince anche una cosa importante, ovvero che il compilatore è sprovvisto del fader volume relativo ad ogni singolo stem, e infatti il tecnico esordisce processando le tracce in Ableton live, abbassandone la somma finchè non raggiunge gli zero dbfs, ma già in questo stadio l’equilibrio delle tracce è compromesso.

A mio avviso sarebbe molto più semplice, in fase di export, dopo aver stampato il master stereo, lasciare accesi tutti i processori, tranne il compressore centrale e l’ultimo limiter (se si usa più di un limiter a valle del master, ad esempio 3 limiter che abbattono 2 db ognuno, è meglio spegnerli tutti). Per evitare ulteriori “processing” e livellamenti, in casi estremi, durante l’export degli stem, sarebbe utile inserire un “brickwall” a 0.1 dbfs che ci preservi da eventuali picchi dati dall’assenza di un limiter (lo abbiamo appena spento). Questa procedura farà si che tutti gli stems, una volta esportati, daranno qualcosa di molto, molto simile alla somma di ciò che pilotava il master stereo. Non ci sarà più bisogno di preoccuparsi del fatto che la somma dia un valore molto più alto di zero dbfs e neanche del fatto che gli stems hanno perso ogni relazione di volume tra di loro. Una volta esportati questi file potranno essere direttamente inseriti nel compilatore sul quale verranno fatti dei “settings” di compressore/limiter simili a quelli del master originale e ogni singolo elemento, suonando in tempo reale sotto il compressor+limiter di Traktor, si comporterà in maniera adeguata rispondendo perfettamente sia che suoni con le tracce originali, sia che venga riprodotto insieme ad altri elementi provenienti da una “track” diversa.
 

Compressore centrale e limiter spenti
Compressore centrale e limiter spenti
 
A questo punto del discorso è meglio precisare un fatto (fatto inteso come verità inconfutabile) la somma degli stems non può essere uguale al master originale, e questo perché gli strumenti per imporre la compressione e il limiting finale saranno sempre compressore e limiter di Tracktor.

Probabilmente non ci si aspetta neanche che il master e la somma degli stems siano esattamente identici perché se si utilizza questo strumento lo si fa per prelevarne delle parti e riutilizzarle in altri contesti; e comunque stiamo parlando di un utilizzo in performance di “tracks” che diventano a tutti gli effetti dei “tools” di performance.
Con queste mie considerazioni, vi lascio, esprimendo la mia gratitudine a Native Instruments perché continua a spingere i confini del djing creativo. Un passo del genere permette di esplorare nuovi punti di vista e crea nuove necessità anche nel mercato del processing audio.

Giovanni Roma

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Un commento

  1. Se devo mixare un brano in formato stems, oltre Traktor della Native Instruments, posso utilizzare anche qualche altro software?

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